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Otranto

Punta Palascia

Nel borgo dell'accoglienza

Non è solo città dei Martiri, Otranto (5.500 abitanti). Se al tempo delle invasioni turche gli otrantini risposero con la "resistenza", oggi si affianca la loro vocazione all'accoglienza. La città fu luogo d'incontro di civiltà e culture, dialoghi e scambi.

È per questi valori che l'Unesco ha riconosciuto al "Borgo antico di Otranto" il titolo di patrimonio culturale in quanto "Sito messaggero di pace", sottolineando che la città "è espressione di valori tenacemente difesi nel difficile impegno per la costruzione del dialogo tra culture lontane". E a Otranto sventola anche la bandiera delle Cinque Vele. Goletta Verde, approdando sulla costa, le ha assegnato più volte negli ultimi anni il massimo riconoscimento della Guida Blu di Legambiente e Touring Club Italiano.

Tra passato e presente, leggenda e modernità, Otranto accoglie il visitatore coccolandolo tra le sue vie cariche di vita ma anche intrise di storia sussurrata tra le chianche, mormorata dal mare in fondo ai bastioni e dipinta con le cime innevate dell'Albania che si stagliano all'orizzonte quando la tramontana decide di alzare il suo incredibile sipario.

Il viaggio a Otranto inizia percorrendo il lungomare degli Eroi, ai piedi del borgo antico. Superato il monumento dedicato ai Martiri, opera dello scultore Antonio Bortone, bisogna scendere le scale ed entrare nella città vecchia attraversando porta Alfonsina, che fu costruita dopo la liberazione di Otranto, secondo il piano di fortificazione voluto da Alfonso d'Aragona, con ai lati due torri cilindriche.

Otranto dista da Lecce 45 chilometri.

Otranto ha un grande patrimonio ambientale e paesaggistico nel suo vasto territorio, per la gran parte costiero. Andando verso sud, lasciato il borgo, si imbocca alla sinistra del porto una strada che conduce alle Orte, dopo aver attraversato il piazzale dominato da una grande croce. Proseguendo ancora, attraverso sentieri che tagliano i campi fino alla scogliera, si può vedere la Torre del Serpe, eretta al tempo dei romani, ricostruita da Federico II e giunta fino a noi. Oggi è un rudere, miracolosamente in piedi, grazie anche all'impegno della scrittrice Maria Corti. Andando un po' più avanti, si incontrano le cave di bauxite, splendide al tramonto, con il rosso delle pareti che incontra il verde del laghetto creatosi sul fondo.

Poco più avanti, si trovano i resti del monastero di Càsole, cenobio basiliano distrutto anch'esso dai turchi nel 1480, e di cui oggi si possono vedere soltanto i ruderi, testimoni di un passato glorioso di dialogo e scambio con l'Oriente, un ponte con l'Europa continentale e la sua cultura. Nello stesso luogo, solo poche centinaia di metri più in là verso il mare, c'è Capo d'Otranto.

Qui, nel punto in cui l'Italia si fa più vicina all'Albania, si erge a punta Palascìa un maestoso faro, dismesso ma da poco ristrutturato. Sulla carta vi era l'intenzione di trasformarlo in Museo del mare, purtroppo il progetto è ora in stand by. Gli otrantini sono molto legati a questo luogo: qui aspettano l'alba dell'anno che verrà e la natura intorno è ancora incontaminata. E pensare che qualche anno fa punta Palascìa ha rischiato di essere alterato da un progetto di ampliamento della struttura militare che sovrasta il faro. E così otrantini e salentini si sono mobilitati per bloccarlo sul nascere. E ci sono riusciti.

Ma è già litoranea, strada che costeggiando il mare, nell'incantevole costa dominata da Torre Sant'Emiliano, porta qualche chilometro più in là, a Porto Badisco. Pochissime case e una storia sotterranea, scavata nelle rocce, che vive nelle grotte, negli ipogei, fra le guglie e le stalattiti. Sulle pareti della Grotta dei Cervi, centinaia di figure, realizzate nel Neolitico, in ocra rossa e guano nero dei pipistrelli.

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