Bellezza mia: al carcere di Lecce la scena è tutta delle donne

Nella Casa circondariale Borgo San Nicola, si chiude sul palco il percorso teatrale di Factory condotto da Carmen Ines Tarantino e Benedetta Pati

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Storie di donne, della loro esistenza e dei loro vissuti. Venerdì 12, alle 15, la Casa Circondariale di Lecce ospita “Bellezza mia, anatomia tragicomica della vita delle ragazze”, la restituzione pubblica del laboratorio teatrale promosso da Factory Compagnia Transadriatica e sostenuto dall’avviso Futura-la Puglia per la parità. Sul palco Marianna, Clarissa, Nunzia, Marcella, Olimpia, Chiara R., Paola, Daniela, Luisa, Chiara P., Cinzia, Valentina e Sara, si raccontano, si mettono a nudo, abbattendo barriere invisibili.

Avviato il 22 settembre, il laboratorio, condotto dalle attrici e pedagoghe Carmen Ines Tarantino e Bedenetta Pati, ha riunito detenute, lavoratrici, volontarie e studentesse dei corsi Dams e Sociologia del crimine e della devianza dell’Università del Salento. Ad arricchire gli incontri teatrali, i workshop di Luca Pastore, attore di Factory Compagnia Transadriatica, attivo nel teatro di ricerca; Simonetta Musitano, attrice comica transgender e Daria Paoletta, attrice e fondatrice della Compagnia Burambò di Foggia, tra le voci più autorevoli del teatro di figura e di narrazione, hanno contribuito a creare una drammaturgia collettiva, interculturale e intergenerazionale che affronta, con lo stile della stand-up commedy e delle clownerie, le fasi della vita femminile, i suoi stereotipi, le sue identità e le discriminazioni di genere.


“Bellezza mia” non è solo uno spettacolo finale, sono donne che, partendo dal contesto penitenziario, mettono in luce le loro fragilità, i loro desideri e le loro complicità, mostrando all’intera comunità che loro sono ancora qui.

In questi mesi il gruppo ha attraversato le diverse fasi della vita femminile, dall’infanzia alla vecchiaia, con uno sguardo ironico capace di rovesciare i ruoli imposti e mettere in luce fragilità, ma anche desideri, relazioni e complicità. E il progetto ha puntato a dare voce a queste donne, trasformando le loro esperienze in materia drammaturgica e costruendo una narrazione che, partendo dal contesto penitenziario, si apre all’intera comunità.

(Arianna Agrosì)

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