Dal Salento all’Europa in nome della madre

Il più intimo e personale dei suoi film, “Vita mia”, l’ultimo lavoro di Edoardo Winspeare, in uscita nelle sale giovedì 9 e presentato nei giorni successivi a Lecce, al DB d’Essai, alla presenza di regista e cast

Tempo di lettura: 2 minuti

Da “La vita in comune” a “Vita mia”, dal racconto di una piccola comunità del Basso Salento, nel film del 2017, a quello familiare, intimo e domestico sì, ma con lo sguardo rivolto altrove, che si allarga verso altri luoghi e storie, e indietro nel tempo.

Vita mia”, l’ultimo lavoro di Edoardo Winspeare, è la storia di Didi, un’anziana duchessa ungherese arrivata in un paesino del Salento dove vive il suo presente segnato da vecchiaia, malattia e precarietà economica. Malata di Parkinson e costretta ad assumere un’aiutante, Didi accoglie in casa sua Vita, donna salentina di origini popolari e dal carattere tosto. Le abitudini, la lingua, la politica e il comunismo, l’idea stessa di dignità: all’inizio tra le due è tutto divisioni e scontro, poi i rituali aristocratici di Didi e la concretezza di Vita smettono di essere ostacoli e di- ventano terreno di scambio, rispetto, complicità e perfino affetto. Tanto che, quando Didi decide di tornare in Transilvania per una questione di famiglia, sceglie di affrontare il viaggio con Vita. E nel viaggio riemergono i traumi della guerra, della Shoah e tutto il peso della storia.

Si è ispirato alla vita della madre, Winspeare, per il suo film, alle ultime difficili fasi di vita, alle prese con la malattia e con una signora salentina, chiamata “a servizio”, che si è presa cura di lei, in uno scambio reciproco di attenzioni e cura.

Protagoniste sullo schermo sono Dominique Sanda, nei panni di Didi, e Celeste Casciaro (moglie del regista), nei panni di Vita. Una storia nata, si diceva, dall’osservazione degli ultimi anni della madre, “in realtà molto più simpatica”, dice ironicamente il regista, “della protagonista del film”. Quel rapporto, l’amicizia tra due donne così diverse, la scoperta della reciproca umanità che fa superare tutti i pregiudizi, uno scambio profondo ed emozionale che, spiega Winspeare, “in un certo senso è una complessa metafora dell’Europa dei conflitti sociali, della ‘educazione mediterranea’, degli odi etnici e razziali, dei totalitarismi e del nazionalismo, nemici delle diversità e delle minoranze, che hanno insanguinato il continente nel corso del XX secolo”.


Non manca, ovviamente, il riferimento alle preoccupazioni, alle brutture del presente e al futuro del continente europeo che, comunque, il regista vede con un pizzico di ottimismo. Dal globale al locale, andando nel “piccolo” della storia, lo è invece un po’ meno su quello del Salento, il suo Salento, quello che il regista tricasino iniziò a raccontare 30 anni esatti fa con “Pizzicata”, poi scandagliato nei film successivi in vari aspetti, sociali e culturali.

“Il Salento è oggettivamente più brutto di quanto lo era 30 anni fa” sottolinea, “il disseccamento degli ulivi è stato ed è un dramma epocale che, paradossalmente, sembra non preoccupare abbastanza l’opinione pubblica; ma non c’è solo quello, ci teniamo a mantenere identità e memoria”, aggiunge, “ma dobbiamo fare i conti con lo spopolamento che sembra davvero inarrestabile. Dobbiamo essere audaci e creativi”, conclude “negli anni ’90, con tutte le pagine buie del periodo, per il Salento c’era quella speranza di un futuro diverso che, oggi, forse, stiamo perdendo”.

 

Articoli correlati

Dallo stesso Autore