Tra i suoni del tempo e del mondo
L’anima del collezionista e la generosità dell’appassionato che ama condividere i suoi tesori. La fortuna è che in Francesco la seconda ha prevalso sulla prima e così i visitatori possono varcare la soglia della sua casa museo per scoprire un mondo di suoni e melodie, storie leggendarie e curiosità, atmosfere di paesi lontani ed echi trionfali di bande rinomate.

“Ti ospito a casa mia e ti mostro meraviglie”. Francesco Spada esprime così la sua idea di museo, una “Wundercammer”, la stanza delle meraviglie, campionario di rarità e pezzi d’antiquariato, una collezione di strumenti musicali, tra incanto, storia e accoglienza: “qui puoi toglierti le scarpe, metterti a tuo agio, puoi anche dormire e mangiare” dice sorridendo. Il padrone di casa ha 66 anni, spirito ilare e occhietti vispi, riceve i visitatori con calore, senza però la stretta di mano, mantenendo il doveroso metro di distanza. Quando varcammo la soglia del suo particolare e “piccolo museo” a Lecce, erano i giorni in cui si prendevano le prime misure contro il coronavirus. Francesco Spada è un medico di base, tiene sempre d’occhio il cellulare, i suoi pazienti potrebbero chiamarlo. Specializzato in ematologia, lasciò l’ospedale per dedicarsi alla medicina generale: “Perché posso instaurare con le persone un rapporto più profondo e di fiducia: conosco la storia di ognuno di loro”, spiega. Un po’ come per gli oltre mille strumenti conservati nella sua casa museo, con ognuno ha un rapporto particolare, li ha desiderati, cercati, trovati, restaurati e catalogati. Entrando nella Casa museo Spada, quell’atteggiamento un po’ ingessato che si ha di solito nei classici musei, resta fuori sul pianerottolo come un ombrello gocciolante. Qui ci si annuncia suonando il campanello di palazzo Prete in via Sindaco Lupinacci 11, un tempo fabbrica di scarpe dei fratelli Gidiuli. L’ingresso, dedicato alla musica liturgica e rituale, è già parte dell’esposizione che “accoglie solenne” con alcuni organi e armonium del XIX secolo e altri strumenti per celebrazioni sacre. L’occhio però cade sulle statuine in terracotta conservate in una vetrina. Sono “i Perdoni”, i confratelli incappucciati della Settimana Santa di Taranto. Accanto, una “troccola” proveniente da Montemesola, quella che il “troccolante” scuote durante la processione dei Misteri del Venerdì Santo che rivela l’origine di Francesco.
La sua vita è scritta su un pentagramma. La musica lo accompagna sin da bambino, quando inizia a suonare nella banda del suo paese, Montemesola. Poi la partitura della sua passione gli ha fatto raccogliere strumenti musicali antichi da circa quarant’anni: “All’inizio ero un accumulatore seriale”, ammette, “il primo pezzo lo acquistai al mercatino dell’antiquariato di Lecce, davanti alle Poste, in piazza Libertini. Trovai un bastone da passeggio con dei fori. Scoprii che era un flauto bastone di Coselschi del ’700, un vero colpo di fortuna!”, racconta davanti a un caffè servito in tazzine antiche di porcellana finissima dalla moglie Silvana, a sua volta appassionata di ricami e tessuti antichi. Siamo nella sala della musica colta, tra arpe, un pianoforte-scrittoio e una vetrina che custodisce i legni d’orchestra: un mare di flauti, oboe, fagotti e clarinetti si distende allo sguardo come un orizzonte di possibili, e impossibili, melodie.

L’anima del collezionista affiora dopo qualche anno, quando decide di classificare i reperti e aprire al pubblico la sua casa a Montemesola, riconosciuta come piccolo museo nel 2009, ma poco funzionale all’idea di museo che gli è sempre frullata nella testa. “Ho cercato uno spazio che consentisse di mantenere memoria dei gusti, dei materiali, delle tecniche musicali e dei contesti d’uso, e che non tenesse necessariamente conto del sistema di classificazione Hornbostel Sachs”, il più usato, che suddivide gli strumenti musicali in base al materiale. Il luogo giusto, quello in cui il visitatore poteva “andare oltre” e immergersi in una determinata epoca e atmosfera, Francesco lo trova a Lecce: “Qui gli strumenti perdono la loro funzione di produzione del suono e diventano documenti storici e antropologici”, dice. La casa museo è un luogo vivo, frequentato da studenti di conservatorio e musicisti, ma i visitatori ideali sono i profani della musica, i curiosi che si lasciano affascinare da oggetti che raccontano la storia dell’uomo. È con loro in particolare che Francesco ama condividere la propria ricchezza. Si sintonizza con lo stupore che “emanano”, li prende per mano e li conduce tra i gioielli della sua collezione composta da anni di ricerche forsennate, scambi ansiosi, donazioni e contrattazioni sofferte e sempre sul filo della stima reciproca. Sono pezzi salvati dall’oblio, riparati con interventi di restauro conservativo che permette allo strumento di acquisire valore di documento e mantenere la propria autenticità, custoditi con premura affinché possano ancora intonare la loro storia. Nella sua casa fa da irreprensibile Cicerone ma, in realtà, è quasi come un bambino che tira con insistenza il braccio di un ospite per fargli vedere la sua stanza dei giochi. E seguendolo si scopre che quella stanza esiste veramente, ed è interamente dedicata alla musica dell’infanzia. Qui apre una vetrina e suona un “flageolet d’oiseau” in avorio della seconda metà del XVIII secolo, poi indica uno xylofono con tube di vetro e dice divertito: “Apparteneva sicuramente a un bambino triste che non ci ha mai giocato. Non si sarebbe conservato così integro fino ad oggi. Si sarebbe scasciat!”.

Francesco è una miniera di informazioni, aneddoti, curiosità e battute di spirito che fluiscono in ogni stanza con una diversa tipologia di strumenti. Ogni soglia è un intero mondo da scoprire. Con un passo si è a Bombay all’ombra di una veranda in legno intarsiato, nella sala delle musiche dal mondo, che incornicia gong, fidule e altri pezzi provenienti dall’India e dal Medio Oriente. Basta una giravolta e si approda a Guagnano, davanti alla credenza di un’antica salumeria che accoglie gli strumenti della musica popolare; con due pizzichi sulle corde di un raro colascione napoletano dal collo lungo, ci si trova al cospetto del Vesuvio. “Gli strumenti girano il mondo, seguono i musicisti nelle loro migrazioni”, dice indicando una sordulina proveniente dall’Albania e un’altra da Acquaformosa, paese arbëreshë della Calabria, strumenti identici ma prodotti con legni diversi, “di posto in posto si modificano rispetto all’origine: cambiano materiali, tecnica d’uso e suono”, perché cambiano le storie degli uomini. Accade la stessa cosa ai violini e alle chitarre della stanza delle corde, testimoni della varietà di usi e di stili, diversità che diventano ricchezza: dai violini d’orchestra per talentuosi virtuosismi a un cigar box, strumento rudimentale costruito dai neri d’America con materiale di risulta: una scatola di sigari, un manico di scopa, una corda e un tappo di birra come ponticello che, dice Francesco, “raccontano di un’epoca di povertà. La musica per diletto era marginale rispetto agli altri usi possibili”, e aggiunge, “che virtuosismi vuoi fare con una sola corda di contrabasso!”.
Ogni singolo pezzo del museo, persino un plettro, è un pezzo di cuore, che batte più forte lungo il corridoio della musica da banda. Indeciso e impaziente su cosa mostrare per primo, quale aneddoto raccontare o curiosità svelare, la scelta cade su un clarinetto in plexiglass utilizzato dalla fanfara di Rommel nella banda dell’Afrikakorps, più resistente alle alte temperature del deserto rispetto all’ebano, e poi una tromba del 1820 in vetro soffiato, uno dei pochi esemplari sopravvissuti alla sua indole fragile. Gli occhi di Francesco qui brillano più del solito. Tra il luccichio degli ottoni, come in un sogno, eccolo di nuovo bambino tra gli adulti bandisti o mentre indossa la divisa di gala e il cappello della banda, salire su un cavallo e imbracciare un trombone a pistoni, senza coulis per tenere le briglie, liberare dalle vetrine l’esercito di fiati e percussioni per intonare tutti insieme una trionfale e festosa marcia lungo le strade della fantasia.













