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Gli antichi amanti e le Veneri sulla collina dalla memoria perduta

Giovedì, 10 maggio 2012 - - Categoria: Salento da salvare

di TIZIANA COLLUTO

Il lungo sonno li ha colti lì, all'ingresso della grotta. Lui, trent'anni appena, disteso a pancia insù. Lei, ventisettenne, rannicchiata al suo fianco. Intorno, anelli, collane, ossicini, ciò che nella loro vita ha significato qualcosa. Probabilmente sposi. O, meglio, compagni. Giovanissimi, acefali, entrambi malati di artrite e di artrosi. Questo hanno sentenziato gli esami al carbonio 14.

Il lungo sonno e il lungo silenzio sono durati ventisettemila anni. Poi, la terra ha lasciato svelare il segreto e dalla sua pancia ha dato luce a quello che, sulla collina di Sant'Eleuterio appena fuori Parabita, nessuno immaginava. Era il 1965. Sono venuti dal nord a vedere i due amanti senza testa. Al nord li hanno portati. Hanno dato loro anche un nome, "Parabita 1" e "Parabita 2". Qui non hanno più fatto ritorno.

Chissà, forse vorrebbero tornare nel Salento, vorrebbero sentire ancora il vento che danza con le fronde degli ulivi e suona la nenia nelle cave di tufo, vorrebbero vedere ancora i mandorli che rifioriscono a primavera e i falchetti che planano giù giù, dove in lontananza brilla il mare di Gallipoli. E chissà, forse riconoscerebbero pure la voce paziente di Aldo D'Antico, che non si stanca mai di raccontare la loro storia, il loro amore perduto, la nostalgia di casa, il triste esilio in una Pisa lontana, la rabbia per l'indifferenza che sa di dispetto al passato.

C'è un'immagine che Aldo non dimentica, fissa nella mente da 47 anni. I camion che vanno e vengono e che, nel loro andirivieni, caricano e portano via casse, tante, tantissime casse. Punte di lancia e punte di frecce, ceramiche di ocra rossa e a impasto, utensili dell'Homo di Neanderthal e del Paleolitico superiore e dell'Homo Sapiens Sapiens. C'è di tutto in quel "bottino" da archeologi catalogato e trasferito al nord. Ci sono 18mila reperti. Diciottomila. E ci sono anche loro, i due preziosi scheletri degli amanti perduti.

Ma c'è un'altra immagine che, se possibile, fa ancora più male. La solitudine di quella collina oggi, i lucchetti ai cancelli, i rovi che crescono vicino alle panchine vuote, i lampioni rotti, le cabine elettriche divelte, le giostrine mute, la sbarra a quel pezzettino di strada che interrompe il percorso e costringe a perdersi nel labirinto sconnesso di due chilometri, intorno ad un parco archeologico nuovo di zecca e già vecchio di attriti e vergogna moderna.

"Ci dispiace, visite nell'area non possiamo fargliene fare. Se vuole, viene a trovarci in municipio, ma lì no". Risponde così l'assessore alla Cultura del Comune di Parabita Tiziano Laterza. Ecco, questo è il parco archeologico di Parabita ora. Un accesso negato e un alfabeto scomparso di segni e memorie che in pochi, pochissimi, tramandano. Una macchia nera nella gestione del patrimonio storico non solo locale ma nazionale. Tre anni fa, è stata spesa una cifra come 800mila euro di fondi europei per tirare a lucido tratturi e recinzioni, issare plastici e tettoie per le fermate di un autobus che ancora non passa, rastrelliere per le biciclette e tavolini e panche per pic-nic all'aria aperta vicino al canale del Cirlicì.

L'inaugurazione, sul finire del settembre 2009, aveva fatto sperare, aveva fatto gioire. E' stato un idillio agli inizi. Laboratori didattici e visite guidate affidate a giovani professionisti che a Parabita sono nati e cresciuti, ascoltando le storie di Aldo e studiandole sui libri universitari. Hanno ridato vita e senso alle pietre, calamitando, in quattro mesi, migliaia di visitatori. Una gestione costata quattromila euro. Ma dev'essere sembrato troppo, se la convenzione non è stata più rinnovata.

E' dal gennaio 2011 che inizia l'abbandono. Fino ad oggi, di mezzo c'è stata solo una breve parentesi per la manutenzione ordinaria delegata ad un'associazione di Protezione civile. Ma tagliare le erbacce non basta a dare un'anima a un parco archeologico, altrimenti, si sa, le pietre rimangono pietre e nessuno parla per loro e l'incoscienza di quello che si è stati non corregge quello che sarà.

"Possiamo perdonare il fatto di aver speso 800mila euro e aver lasciato tutto così?". Aldo non si dà pace mentre ci scarrozza con la sua auto da una parte all'altra di Parabita. "Per una vita", racconta, "sono stato maestro elementare, per dodici anni consigliere del ministro della Pubblica Istruzione. E il mio dramma è prendere atto del fatto che, quando i nostri bambini studiano la storia, immaginano che quegli eventi siano avvenuti chissà dove. Sono accaduti qui. Qui l'uomo di Neanderthal è passato al Cro-Magnon.

Qui ha capito che la comunicazione per segni era insufficiente quando si era lontani, che la comunicazione per suoni, mimando la natura, non era comprensibile a lunga distanza, e ha inventato dunque la parola. Qui ha scoperto l'agricoltura e la pastorizia, conservandone le provviste. E a chi non aveva nulla e gli chiedeva un pugno di orzo e di avena, perché viveva ancora di caccia e di pesca, domandava in cambio di diventare suo schiavo. Qui, insomma, è nata la differenza, per dirla in termini marxiani, tra classe dominante e classe dominata. Ma chi lo sa? Nessuno. Abbiamo ricchezze inestimabili e continuiamo a litigare come degli stupidi, senza mettere a frutto questo patrimonio".

Gli brillano gli occhi, un po' per indignazione, un po' per passione. Lui c'era quando nel 1965 Uccio Greco segnalò la "grotta madre" a Pippi Piscopo, che faceva parte dello stesso Gruppo speleologico che aveva scoperto l'insediamento di Badisco. In località Monaci, Pippi trovò delle strane statuine, che pensò di portare all'Università di Lecce. Subito arrivò Antonio Radmilli con il suo discepolo Giuliano Cremonesi, i primi docenti di Paleontologia all'ateneo salentino, ma con cattedra anche a Pisa. E fu l'Università toscana, in un battibaleno, a inviare i suoi archeologi, finanziando gli scavi e portandosi via i reperti. Casse e casse di preziosi reperti.

Aldo c'era. Perciò è un privilegio farsi raccontare questa storia da lui, perché è anche la storia di un innamoramento. Cremonesi, che si era trasferito proprio a Parabita, si era innamorato delle frise di Aldo. Ogni sera insieme a cena, nello stesso palazzo in cui il primo aveva casa e il secondo la sede della sua associazione culturale. Ogni sera, il rendiconto di un ritrovamento e poi l'invito a seguirlo, assieme agli amici, sulla collina che partoriva tesori, come il ventre gravido delle statue che Pippi Piscopo aveva scovato. Due, piccole piccole, neppure dieci centimetri. Scolpite in osso di cavallo dodicimila anni prima di Cristo. Erano le "Veneri di Parabita", che ora sono esposte nel Museo archeologico di Taranto. Veneri a tuttotondo.

Al mondo ne esistono solo tredici. E sono tutte grasse e slabbrate. "Non le nostre, di una grazia incredibile, le mani giunte sotto il grembo, uno stile straordinario", come rimarca Aldo. E osserva: "Questo ci dice che i nostri popoli avevano un ideale di donna molto diverso dagli altri. Molto diverso anche dai greci, la cui prima dea della bellezza non era Afrodite, ma Giunone. I loro canoni mutarono dopo che i cretesi, nell'VIII sec. a.C., invasero il Salento e qui scoprirono un popolo raffinatissimo, le cui donne bellissime usavano gli ombretti, i cui uomini si agghindavano i capelli, mangiavano in maniera straordinaria, bevendo un liquido particolare ottenuto dalla spremitura del mosto, il vino. E, soprattutto, usavano seppellire i morti, al contrario di loro che li bruciavano".

Aldo D'Antico rivendica la centralità della terra del Salento nella storia del Mediterraneo. Ne è convinto. Le ultime scoperte nella grotta del Cavallo della vicina Nardò, in grado di conquistare le copertine delle più importanti riviste europee, gli danno ragione. Ma in patria, la sua sembra essere la dannazione di Cassandra. Nessuno sa. O meglio, a Parabita sembra che nessuno voglia sapere.

Perché sapere significa non poter accettare il degrado di oggi, significa dover mettere fine alle gelosie tra nuovi e vecchi amministratori, alle beghe giudiziarie tra ditta che rivendicava i lavori di recupero e ditta che li ha eseguiti e Comune che, a quest'ultima, ritiene di non dover pagare altri 71mila euro per opere extra già effettuate. E significa sveltire i piccoli interventi di messa in sicurezza che si vogliono fare sui parapetti. E poi trovare soluzione ai contenziosi con i privati espropriati, che ai mancati indennizzi rispondono sbarrando gli accessi.

Insomma, finché non si capirà quanto minuscole siano queste liti rispetto alla grandezza del bene che si ha tra le mani, il parco di Parabita non riuscirà a decollare. Anzi, sarà destinato ad essere risucchiato dalla dimenticanza, come lo è stato negli anni dalle cave che si sono aperte come botole sotto i suoi piedi e da cui sono stati estratti i tufi per fabbricare le case e i palazzi dell'odierna Parabita. Il paradosso, incredibilmente simbolico, dello svuotamento delle origini per costruire la modernità.

Venticinque anni fa, è stato sempre Aldo a bloccare i cavamonti, che volevano picconare la roccia ornata di buchi, innumerevoli, regolari, simmetricamente distanziati. Erano i fori in cui si fissavano i pali delle capanne di un villaggio dell'età del bronzo, in cui la popolazione, una volta cresciuta, si era trasferita, lasciando la grotta. Un insediamento salvato sì, ma anche questo inaccessibile. Un altro lucchetto al cancello che recide il filo della storia, quella che continua poco più a ovest, nella messapica Baubota che batteva moneta, colonizzata dai greci e sconfitta da Roma, ma distrutta solo dai turchi. E da lì, ancora, dopo quel tragico 927 d.C., nell'odierna borgata.

E' stata una città in continuo movimento Parabita. Bella e forte e poi smemorata. Simile a Maurilia, de "Le città invisibili" di Italo Calvino. Perché, è vero, "talvolta città diverse si succedono sopra lo stesso suolo e sotto lo stesso nome, nascono e muoiono senza essersi conosciute, incomunicabili tra loro. Alle volte anche i nomi degli abitanti restano uguali, e l'accento delle voci, e perfino i lineamenti delle facce; ma gli dèi che abitano sotto i nomi e sopra i luoghi se ne sono andati senza dir nulla e al loro posto si sono annidati dèi estranei".

LEGGI LA SCHEDA SULLE VENERI DI PARABITA

(maggio 2012)
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