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L'Acait di Tricase/Solo ragnatele nel regno del tabacco

Sabato, 10 marzo 2012 - - Categoria: Salento da salvare

LEGGI IL CORSIVO: Perchè Salento da salvare

di TIZIANA COLLUTO

Ancora una volta, il cancello si lascia andare in un cigolio lungo, stridulo, che sa di ruggine. "Devo mettere l'olio", si ripromette Alfredo mentre lo apre. Non resiste, corre a raccogliere i mandarini, maturi, d'un arancione vivo, ancora lì, sugli alberi del cortile. "Non è che ne volete, no? Non si può venire qui e non mangiarne almeno uno. Quando ero ragazzo, qui ncapavane (raccoglievamo di nascosto, ndr) sempre".

L'erba è alta, non ci sono le rose, non ci sono le fresie, resiste qualche calla. La curiosità mette voglia di far presto, per entrare in questo tempio del tabacco, ma Alfredo, baffetto, jeans e berretto da storico dipendente comunale, mette freno alla fretta. Bisogna rassegnarsi ed è il momento di guardarsi attorno, per mettere a fuoco tracce di memoria in un presente oscurato dal senso dell'abbandono.

Il lampione sul portone di legno oscilla come un pendolo e il tempo ha buttato giù qualche lettera di quella gloriosa insegna, "Azienda Cooperativa Agricola Industriale del Capo di Leuca". Con questo nome è nata l'Acait di Tricase 110 anni fa, il 28 dicembre del 1902, in quegli stabilimenti che furono, prima, dei fratelli Allatini di Salonicco, un po' italiani, un po' israeliti e un po' turchi, che nel Salento vennero a insegnare l'arte del tabacco, la consistenza della sua fragranza, l'acredine del suo profumo. Un'avventura in cui questa terra volle osare, precorrendo i tempi, già 18 anni prima. Fu il principe Giuseppe Gallone a inviare a Salonicco un suo stretto collaboratore. Lì avrebbe dovuto apprendere i metodi di coltivazione e di disseccamento, per poterli sperimentare anche in queste contrade. Era il 1884. Inizia da lì la storia di questo patrimonio perduto.

Alfredo, nel frattempo, ha finito di mangiare il suo mandarino, ha già spalancato le porte, rovista qua e là. Sembra ci sia appena stato il terremoto. L'umidità bagna le pareti, trasuda dal rovere scuro, colora di bluastro dei vecchi documenti. C'è ancora il vetro patinato agli sportelli di legno massiccio. "Qui ci si presentava con la 'libretta', per ricevere il salario o richiedere credito, perché questa era anche sede di banca", spiega Michele, uno dei ragazzi che ha provveduto a sistemare l'intero archivio storico dell'Acait in un'ala di Palazzo Gallone. Per terra rimane un manto di scartoffie. E un calendario con le ragnatele. Data 1994, l'anno che segna lo spartiacque tra il prima e il dopo, tra le voci e il silenzio di questi corridoi, tra l'esistenza e l'amnesia, tra ciò che l'Acait era e ciò che ancora non riesce ad essere.

L'Acait è stata Tricase. Tutta. La sua storia e la sua quotidianità, la sua economia e poi la sua povertà. E' stata la vita ed è stata il suo lutto, e poi ancora la vita che ha ripreso il suo corso. L'Acait non dice del suo vissuto, ma lo trattiene come una spugna. Lo ritrovi nelle bilance tuttora funzionanti, negli appendiabiti bianchi, nelle cassette di legno dei medicinali, nei pannelli dello storico congresso degli anni '70, nella ghiacciaia che riforniva di "neve" il Salento da Maglie a Leuca, nello spaccio con gli alimentari scontati.

Entri in questo luogo e sei costretto, se la riconosci, a rincorrere quella voce, quella che ti racconta di quel 15 maggio di tanti anni fa, che ti dice che per le strade passò "a Ràzzia a Furnara" con il suo tamburello, che l'appuntamento era alle otto di quella sera, "tutti sutta l'orologiu", ai piedi del municipio. Quella voce che ti simula: "bum! bum! bum!". Gli spari. I cinque corpi per terra. La fuga. Il gelo che cala assieme alla paura del carcere, a San Francesco, a Lecce. Dal tempo della strage del 1935, "a Tricase non si canta più", scrisse Luigi Chiriatti. Forse a lungo è stato davvero così. Poi la sirena del tabacchificio ha ripreso a suonare la mattina, i gendarmi hanno smesso di bussare a casa la sera. La città ha guardato avanti. Quei morti, soprattutto tabacchine che protestarono contro il trasferimento a Lecce del Consorzio, ora sono nomi incisi nel marmo: Maria Assunta Nesca, Pietro Panarese, Cosima Panico, Pompeo Rizzo, Donata Scolozzi. Non si sa quanto davvero ai tricasini importi ancora di quel massacro, quanti vogliano ricordare, quanti abbiano voluto cancellare. Ha parlato di "memoria soppressa" e di "un silenzio imposto e interiorizzato", Alessandro Portelli nell'introduzione al libro "Il Salento levantino" di Vincenzo Santoro e Sergio Torsello.

Ciò che è certo, però, è che chi la conosce, questa storia, non può non tornare qui, appena può. Anche se questo significa fare i conti con il portone chiuso, i rovi che crescono, il materiale di risulta che alimenta la discarica nel giardino, il palazzone di cemento che è sorto laddove avrebbe dovuto esserci un ponticello di legno per il parco verde della città. Così sfumano i sogni di un'intera comunità.

Aveva ripreso a camminare, infatti, questa storia, nel 2003. Dopo nove anni dalla sua chiusura, dopo la dichiarazione di fallimento, dopo la vendita all'asta e il rischio di speculazione edilizia, finalmente l'Acait tornava ad essere di tutti, grazie all'acquisto da parte del Comune per poco più di due milioni di euro. Un entusiasmo fugace quanto una primavera. Forse due. Non di più. Le idee di recupero e rifunzionalizzazione di questo che è uno degli esempi più importanti di archeologia industriale del Salento si sono arenate. Doveva diventare una scuola di arti cinematografiche. Doveva trasformarsi nel mercato ortofrutticolo del Capo di Leuca. Doveva... poteva... tante altre vite... Niente è stato finora. I cambi di amministrazione, le continue cadute dei governi cittadini, il respiro corto hanno costretto ad altri nove anni di oblio. E' diventato un monumento all'indifferenza l'Acait. Uno schiaffo al passato. Per qualcuno, una blasfemia della città e dell'intero Salento.

"Ciò che più fa male è l'incertezza", ripete Aldo Esposito, lui che è stato il responsabile tecnico dell'azienda dal 1978 al 1994, lui che era abituato al viavai di camion e trattori che scaricavano e caricavano fino a cinquemila quintali di tabacco l'anno, lui che mostra un pacchetto di "bionde", le Diana, e dice ancora: "Questo è un nostro prodotto". Si era formato per lavorare lì dentro Aldo. L'Istituto Agrario a Lecce, le estati ad apprendere sui campi del Metapontino, le esperienze nelle altre cooperative della zona. "Io aspiravo ad essere assunto dall'Acait", racconta. Parla velocemente. "Ci sono entrato a 28 anni. Da noi veniva a trattare la Philip Morris. Producevamo per i marchi Ms, Diana, Sax, Nazionale. Abbiamo esportato tonnellate di lavorato in Bulgaria, negli anni '80. Eravamo presi dalla febbre del tabacco. Tanto, tantissimo tabacco. Nel settore c'era anarchia totale e una frenesia incontrollata ci ha portato a intensificare le coltivazioni. Piantavamo gli ibridi, come lo Spadone o il Centofoglie, perché avevano una resa per ettaro quasi il doppio rispetto alla Xanti Yaca, alla Perustitsa e alla Erzegovina, i nostri ecotipi che sono andati via via perdendosi. Da lì è iniziato il declino dell'Acait. Gli acquirenti non erano più entusiasti. Abbiamo fallito dal punto di vista economico. Ma soprattutto come comunità di persone. Erano quasi ottocento i soci coltivatori dell'Azienda, cinquecento le operaie che a rotazione venivano impiegate da ottobre a maggio".

Qualche foglia secca c'è ancora, appesa a testa in giù negli stanzoni destinati all'essiccazione. Li riconosci dal pavimento con le pedane in legno, isolante contro i freddi umidi dell'inverno salentino. Nel "salone spezzato", così lo chiamava Aldo, avveniva invece la cernita, mentre la lavorazione finale nell'ultimo capannone, sui nastri trasportatori che avevano sostituito i lunghi banchi delle tabacchine. Ci sono decine di colombi ora su quella catena di montaggio. Fili elettrici che ciondolano, qualche folata di vento che penetra dalle finestre rotte. Tutto spento. Tutto fermo. Tutto logoro. Eppure tutto incredibilmente bello. Il fascino di una fabbrica che non vedrà più altri eguali. La grazia di una macchina che sa più di terra che di metallo. La geometria perfetta in cui spazio e tempo si annusano a vicenda e la fantasia di tornare alla vita riprende a camminare, come un equilibrista su un filo.

"Io sogno di rivederla aperta per i ragazzi, quelli come i miei che stanno fuori. Sai, sono dei bravi musicisti, hanno talento. Poi, quando tornano qui, mi dicono: 'Papà, qua nu sapimu ce imu fare (qui non sappiamo che fare, ndr)!". Aldo ha le idee chiare: sale multimediali, sale prova, biblioteca, museo, caffetteria. Simili anche i pensieri di Alfredo, che punterebbe pure sullo sport. Sul tavolo, però, per il momento, di concreto, c'è solo la proposta del Gal Capo di Leuca, che ha chiesto al Comune di ristrutturare a proprie spese i vecchi uffici e una parte dei capannoni per trasferirci la propria sede, impegnandosi a trovare altri fondi per aiutare Tricase nel recupero complessivo dell'immobile. Ma in molti hanno storto il naso. E comunque è solo un'idea come un'altra. Ipotesi.

"Tutti ora rivendicano maternità, paternità dell'Acait. Che era e rimane, però, solo dei tricasini", si stizzisce Aldo, che là dentro non ci ha solo lavorato, ma ci è pure nato. "Mia mamma era incinta di otto mesi e ogni mattina andava al Consorzio. Mi aveva appena partorito, nel '49, e continuava ad andare al Consorzio. Io per tre anni sono cresciuto nell'asilo dell'Acait, assieme ai figli di tutte le tabacchine". Che dismettevano il camice dall'odore pungente e correvano dai bimbi, all'ora della poppata, attese dalla Giovannina, che li accudiva. Il nido aziendale, quello che oggi è considerato l'uovo di Colombo per conciliare la maternità e il lavoro, a Tricase esisteva già in quegli anni. Le culle in ferro, alte ed esili, con i materassi di paglia, i box in legno e le sediole piccole piccole, a mo' di vasino, a vederle, sparpagliate in due stanze, accantonate alla rinfusa, fanno quasi tenerezza. Forse fanno anche rabbia. Perché dovevano essere uno degli emblemi di quanto questa storia sia stata avanguardia e oggi potrebbero essere i simboli della rinascita. Invece, la ruggine e la polvere ne fanno mestamente la più triste rappresentazione di quanto sia stata profonda la dimenticanza.

Sì, è vero, l'Acait, discreta, muta, ferita, non dice di tutto questo suo vissuto, lo lascia scorrere sulla sua pelle. Ma se provi a fartelo raccontare, sempre diverso, sempre più intenso, allora trovano ancora un senso il seggiolo che fu di Alfredo e fu di Aldo e la cassaforte che viene dall'Austria e le colonne di ghisa riciclo di vecchi lampioni in stile liberty e qualche calendario che ha fermato il tempo solo perché è ancora più bello farlo ricominciare.

LEGGI LA SCHEDA: Acait/La storia in quattro tappe

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