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L'Isola di Sant'Andrea | Tra faro e mare le meraviglie della natura

Giovedì, 22 novembre 2012 - - Categoria: Salento da salvare

di ROBERTO GUIDO

Sferzata dal vento, da tutti i venti, ad accoglierti sull'Isola c'è una casupola. Distante solo pochi metri dal moletto di tramontana, l'antica costruzione era ricovero per le barche che assicuravano il collegamento con l'altra isola, quella del borgo antico di Gallipoli. Questa è terra di nessuno. Delle porte non è rimasto in piedi che un improbabile telaio di metallo. Oggi, questo è il luogo dove i gabbiani reali vanno a morire. A terra, su quello che era il pavimento della casupola, danno la loro macabra testimonianza di un mondo che avvelena con il piombo e la plastica, una dopo l'altra le carcasse di piccoli gabbiani reali. Nessuno può dire perché abbiano scelto di morire proprio qui, non ci sono studi scientifici, ma è questo il "benvenuto" sull'Isola di Sant'Andrea.

Chi potrebbe dire che è un "parco"? Eppure qui siamo in quello che, come recitano le carte, si chiama "Parco Naturale Regionale Isola Sant'Andrea - Litorale punta Pizzo", istituito con una legge regionale del 2006; oltre all'Isola, comprende la fascia di costa a sud di Gallipoli.

A guardarla da terra, l'Isola sembra minuscola, giusto uno scoglio che fa da fondamenta al faro. Piccola da lontano, grandissima da vicino. Già, perché basta uscire dall'altra parte della casupola e, dietro la porta che non c'è, ecco aprirsi una prateria di salicornia. E non solo: qui ci sono un microcosmo straordinario e un universo carico di storia. Questo ora è il regno dei gabbiani corsi. Che non sono quei gabbiani bianchi che in fretta, troppo in fretta, si sono adeguati alla civiltà del consumismo, volteggiando indistintamente a rimorchio delle paranze al rientro dalla pesca come sulle discariche dei rifiuti urbani da cui spesso amano alimentarsi, gustando gli scarti degli uomini. No, loro no. Loro si cibano solo di pesci e di crostacei. E poi sono diversi. Più piccolini, con il dorso grigio, le punte delle ali e della coda nere e il becco rosso corallo, dall'uomo si tengono a debita distanza. E cercano le zone più pescose per insediare le loro colonie. Anche per questo hanno scelto l'Isola.

E' dal 1992 che il gabbiano corso abita qui, quando fu osservata dagli studiosi Luciano Scarpina e Giorgio Cataldini la nidificazione delle prime otto coppie, come racconta Grazia Giovannetti, la biologa gallipolina che vive a Melpignano e che proprio all'Isola deve le sue radici, perché il nonno, telegrafista della Reale Marina, dalla Toscana fu catapultato a Sant'Andrea, e a Gallipoli incontrò l'amore. E dev'essere amore vero per la propria specie quello che spinge i gabbiani corsi a studiare i luoghi adatti per i loro nidi che realizzano già durante il corteggiamento. E' qui, in questa sterminata pianura che si estende per quasi 50 ettari (il doppio dell'isola del borgo antico di Gallipoli), che in primavera il gabbiano corso, dopo aver svernato in Africa, torna per fare casa e riprodursi. Ed è per questo, per non alterare i luoghi che potrebbero accoglierlo, che anche le rare visite guidate si muovono lungo gli antichi camminamenti costruiti dall'uomo. Già, perché l'Isola è completamente piatta, tanto che non supera nei punti più alti i due metri sul livello del mare e, anzi, ha persino delle depressioni nella parte centrale. Dunque non è un'eccezione che il mare la inondi, tra tempeste e marosi.

Il gabbiano corso è in buona compagnia. Perché qui non è raro arrivare ed essere salutati dal volo elegante degli aironi cenerini. E ancora, tra gli stormi di gabbiani reali, altri uccelli, molti dei quali migratori, che farebbero felici gli amanti del birdwatching, come la garzetta, la sgarza ciuffetto, il cormorano, il falco di palude e il falco pellegrino. Guardati a vista dai gabbiani, ci si inoltra nel cuore, apparentemente arido, dell'Isola. Nel corso degli anni, chi l'ha abitata (i marinai che gestivano il faro, i militari che l'hanno usata come improbabile postazione per i cannoni durante la prima e la seconda guerra mondiale, i finanzieri che avevano un avamposto in mare aperto) ha tracciato camminamenti leggermente sopraelevati in grado di assicurare l'agibilità del percorso anche in caso di avverse condizioni meteorologiche. Ma anche, nell'abbandono, ora è cresciuto qualche cespuglio. E' il ciclo della vita, l'energia della natura che prende il sopravvento proprio quando (e dove) non te lo aspetti. Sotto forma, per esempio, dei cespugli di giunchi che si stagliano lungo il cammino. O, ancora, come i conigli che, alla faccia di questa steppa apparentemente arida, hanno costruito le loro accoglienti tane che diventano sistema, quasi come un condominio organizzato, laddove c'è riparo dal vento.

Camminando verso il faro, sulla destra si apre una laguna, anche questa grande. Due ettari di specchio d'acqua bassissima, in alcuni punti profonda pochi centimetri. Una volta era palude, poi l'uomo per fermare la malaria ha aperto due piccoli canali verso il mare, e oggi è una laguna ricca di fauna acquatica, piccoli animali come pesci e crostacei che fanno gola a uccelli di ogni tipo. "Un ristorante per loro", spiega Grazia da perfetta divulgatrice scientifica. E anche qui, a sorpresa, vince la vita.

Come quando si scorgono, tra i cespugli colorati di viola della rara Statice japigica e i giunchi verdi, le tracce di sorgenti d'acqua dolce, la falda che miracolosamente affiora nelle piccole cave, servite a suo tempo per squadrare la roccia e costruire il faro e l'edificio che lo circonda. Questa terra spoglia ed essenziale, all'apparenza arida, nel corso del tempo è stata capace di offrire tutte le risorse necessarie all'uomo. E si racconta persino che, un tempo, i gallipolini vi portassero le greggi di pecore a pascolare... Oggi si direbbe un'economia a chilometri zero. Persino dove in apparenza c'è il deserto, alberga più forte l'energia della vita.

Su cui veglia il grande faro bianco, costruito nel 1866 insieme a quello di Santa Maria di Leuca. E forse questa compagnia non è proprio casuale: mentre dall'alto di punta Meliso si avverte la sensazione di essere a Finibusterrae, dal faro gemello si apre l'orizzonte infinito del Golfo di Taranto, con una portata tale che fa spaziare non solo lo sguardo ma soprattutto l'anima, lasciando fantasticare nuovi mondi possibili. Sorvegliato a distanza da improbabili garitte, isolate tra gli scogli impervi e il profumo del salmastro, il faro oggi è davvero malridotto. Un signore d'altri tempi, che però non ha perso la sua fierezza, grazie a quel bianco sporco che giunge fino alla sommità, fino alla luce che orienta. L'edificio che lo sorregge, altrettanto solido, è ancora più malmesso: porte sbarrate e forzate dai soliti vandali predatori, piccoli crolli di pensiline posticce, infissi letteralmente cadenti, a pezzi. E' la fotografia di come l'assenza della periodica manutenzione possa mandare tutto in rovina.

La desolazione dura da anni. L'Isola, abitata fin dall'età del bronzo, è stata definitivamente abbandonata negli anni Settanta quando il guardiano del faro ha ceduto il passo, inchinandosi alle nuove tecnologie di navigazione. Il faro, che illuminava fino a due miglia marine, si è spento nel 1973. E spento è rimasto per molti anni, fino al 2006 quando grazie all'energia solare è stato riacceso e oggi, con un funzionamento automatico, ha una portata di ben 20 miglia. Ha rischiato davvero grosso l'Isola, quando nel 1997 il faro è stato inserito in un elenco di beni demaniali da dismettere. Sarebbe finito all'asta per far fare cassa allo Stato. Poi la mobilitazione degli ambientalisti e dell'opinione pubblica l'ha strappato via a quell'elenco e nel 2006 la tutela è stata sancita dall'istituzione del Parco che porta il suo nome prima di Punta Pizzo, grazie all'impegno della Regione Puglia.

Ma il senso di abbandono non è mai salpato dall'Isola. Anche se i ricercatori periodicamente albergano qui per osservare i movimenti dei gabbiani corsi e degli altri uccelli, a dominare sulla natura sono quei rifiuti di ogni tipo che punteggiano terra, cespugli e scogli: plastica, polistirolo, vetro e catrame sono disseminati un po' dappertutto, oltraggiando il verde, l'azzurro, il marrone e il bianco, i colori della terra e del mare.

L'Isola ora attende una nuova vita. Un centro visite. Un osservatorio faunistico. Un museo del mare. Una scuola di vela. Fantasie o progetti? Davanti agli ospiti, che per iniziativa di Antonio Lenucci e della Lega Navale di Gallipoli hanno potuto per un giorno entrare nell'Isola, Grazia sostiene che bisogna andare con i piedi di piombo. Perché qui l'equilibrio è fragile. E servono le idee giuste prima ancora che i finanziamenti. Anche se a quei pochi che ne hanno fatto un luogo del cuore basterebbe che l'Isola fosse mantenuta pulita. Non è forse un parco, questo? Il ciclo della vita, anche qui, ha un inizio e una fine. Il nido dei gabbiani corsi e il piccolo cimitero dei gabbiani reali. Nel cuore dell'infinito, l'Isola attende una nuova vita. Naturale. Come se fosse un parco.

> LEGGI LA SCHEDA: UN PARADISO NEL CUORE DELLO JONIO

(novembre 2012)
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