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La Grotta dei Cervi/L'onore violato degli antenati del Salento

Sabato, 16 giugno 2012 - - Categoria: Salento da salvare

di CARMEN TARANTINO


"Uno, tre, otto": mentre pronunciano questi numeri, sia Gianni che Pino, smettono di guardare negli occhi il loro interlocutore. Lo sguardo si perde altrove, nel ricordo di tre date memorabili. 1, 3, 8 febbraio 1970. I numeri magici, la terna formidabile della scoperta, i tre giorni, gli unici, in cui la Grotta si rivela, dopo seimila anni di segretezza assoluta.

42 anni sono passati da allora. Dopo quei tre giorni di luce, i lucchetti hanno sigillato nuovamente l'entrata di un luogo che è stato definito la Cappella Sistina del Neolitico, l'Antro di Enea, a pochi passi dalle rive di Porto Badisco, la deliziosa spiaggetta dove la leggenda vuole l'approdo dell'eroe di Virgilio. E quella scoperta che aveva fatto immaginare una rivoluzione della conoscenza, della cultura, non solo per quel pezzo di Salento ma per il mondo, è diventata il simbolo della immobilità, dell'occasione perduta, dell'"offesa" agli avi.

Perché la Grotta dei Cervi, monumento preistorico unico al mondo, luogo sacro dei progenitori d'Europa, da 42 anni è chiusa e rischia di andare perduta per sempre, sotto il peso distruttivo dell'indifferenza.

Eppure c'è chi combatte ancora, da allora, per ridare dignità al luogo e onorare gli antenati di questa terra. La grotta è diventata l'ossessiva battaglia della vita di Gianni Cremonesini e Pino Salamina, l'uno ex presidente, l'altro già direttore scientifico del gruppo speleologico "'Ndronico". Le loro lettere di denuncia, e di proposta, sono arrivate ovunque e hanno anche ricevuto le risposte di ben due Presidenti della Repubblica, Ciampi e Napolitano. Pino Salamina ha collaborato alla scoperta, è il primo e unico fotografo che, l'8 febbraio del 1970, il terzo giorno, fu incaricato dai cinque speleologi di imprimere sulla pellicola i segni dipinti e i reperti contenuti nei corridoi della grotta ipogea.

Tremila pittogrammi parietali, dipinti con guano di pipistrello e ocra su 1.550 metri, distribuiti in quattro cunicoli sotterranei, a 26 metri di profondità dal livello del mare: ideogrammi, disegni, simboli, "psicogrammi". E poi una quantità infinita di materiali di ogni genere: vasellame, punte di lancia, semi, scheletri umani e animali. "Feci appena in tempo a sviluppare le foto in triplice copia", racconta Salamina. "Nel giro di pochi giorni, la Soprintendenza ai Beni culturali di Taranto avrebbe sequestrato tutto, foto e negativi compresi. Trattenni in segreto una copia delle foto".

Gli autori di questa fortunata scoperta sono cinque uomini salentini con la passione per la speleologia, che di giorno svolgevano tutt'altra attività e la sera si ritrovavano insieme per immergersi in una nuova esplorazione. Severino Albertini, ebanista, Isidoro Mattioli, pellaio, Enzo Evangelisti, dipendente di grandi magazzini, Remo Mazzotta, carpentiere metallico, Daniele Rizzo, intagliatore di pietra leccese. Tutti di Lecce, tranne Rizzo, di Maglie. Tutti membri del gruppo speleologico salentino "Pasquale De Lorentiis" di Maglie.

La notte di domenica 1° febbraio, si erano dati appuntamento alla "Montagnola", a dieci chilometri da Otranto, per una delle loro avventure a contatto con la natura, alla ricerca di fossili. La valle compresa tra Uggiano La Chiesa, Minervino, Giurdignano, Santa Maria di Leuca e Otranto, svelava ogni volta un segreto preistorico meraviglioso: come la compresenza di resti di cervi e squali millenari, proprio in quella zona che, non a caso, viene chiamata "Valle del Cervo".

Forse non tutti sanno di come, in quella notte magica d'inverno, la terra svelò il segreto a uno di loro, che si era appartato per qualche minuto dietro a una roccia per una necessità fisiologica, e di come, a un certo punto, nel freddo pungente di febbraio, la pelle nuda veniva sfiorata da un vento caldo: "Era l'alito della grotta che viveva e si manifestava a loro, per la prima volta, dopo seimila anni", racconta Salamina, che, all'età di 80 anni, è uno degli ultimi custodi del racconto originario. Del gruppo speleologico del 1970, infatti, oggi è rimasto soltanto Evangelisti.

In quel punto della roccia si resero subito conto che c'erano altri segni rivelatori di una cavità, come la presenza della verbena, una pianta che cresce nei luoghi umidi, specie vicino ai pozzi. Bisognava scavare, trovare il varco. "Insieme, con i propri corpi, senza nessun attrezzo, aprirono un angusto ingresso, non si sa neanche come, e caddero, insieme, nell'antro di una grotta carsica, sconosciuta fino ad allora", racconta Pino. "Penetrarono fin dove fu possibile, poi un profondo pozzo chiuso interruppe la loro incredibile esplorazione".

Si guardarono, capirono nell'incredulità di trovarsi davanti a qualcosa di mai visto. Si diedero appuntamento al 3 febbraio, adeguatamente equipaggiati (secchi, scale, corde, pale, illuminazione). Nel frattempo l'ordine autoimposto era quello del silenzio assoluto: non avrebbero dovuto parlarne con nessuno. Lavorarono, instancabilmente, fino all'esaurimento delle forze: il fondo del pozzo si aprì a un imprevisto cunicolo, svelando una pinacoteca di inestimabile valore.

Nella notte dell'8 febbraio, la domenica successiva, si univano altri due soci del gruppo speleologico: Nunzio Pacella e il fotografo Pino Salamina, entrambi ignari della destinazione. La passione per la natura e il documentarismo permettevano a Salamina di avere dimestichezza con i luoghi impervi: "Non ebbi difficoltà a entrare nel cunicolo, ma appena mi ritrovai dentro non capii nulla, pensavo di avere davanti pareti imbrattate da qualche buontempone".

Dopo seimila anni, le pitture della Grotta dei Cervi venivano documentate da 41 preziose fotografie: simbologie che non si ritrovano altrove. Sulle pareti delle grotte di Lascaux, in Francia, e di Altamira, in Spagna, gli animali sono riprodotti a grandezza naturale, sono pitture meravigliose, molto grandi, un modo primordiale di ritrarre la realtà. Nella Grotta dei Cervi le scene di caccia, di danza, forse di rituali sacri, sono miniaturizzate, rielaborate dall'intelletto di un'umanità più avanzata che vuole trasmettere dei messaggi simbolici. Ogni ipotesi di interpretazione può affascinare e, nello stesso tempo, fare impazzire qualunque visitatore e forse anche molti studiosi contemporanei.

Il problema è che, dopo più di 40 anni, non solo la grotta è tenuta chiusa (cosa necessaria, a causa del delicatissimo microclima, e c'è anche chi paventa il rischio di crollo), ma non è nemmeno stato possibile, fino a oggi, svolgere studi adeguati sulla notevole quantità di materiali che erano presenti nella grotta e che sono stati trasportati via: 300 casse colme di materiali (ceramiche, selci, punte di lance e frecce, attrezzi, ossa) sono ancora depositate nei magazzini della Soprintendenza di Taranto; altre 300 si trovano all'Istituto di storia e protostoria di Firenze. "E' una vicenda così dolorosa che ormai non ho più voglia di parlarne", dice la professoressa Elettra Ingravallo, docente di Paletnologia all'Università del Salento: "La grotta aspetta prima di tutto di essere studiata, per avere cognizione del complesso di vicende che l'ha interessata. Possiamo anche realizzarne una copia da far visitare, sul modello di Lascaux (vedi il sito www.lascaux.culture.fr, ndr), ma cosa diciamo della grotta al pubblico, ai turisti?". Sarebbe necessario, come ha rivendicato più volte la Ingravallo, riprendere lo studio sui materiali, interrotto subito dopo la scoperta. Siamo infatti fermi allo studio sulle pitture fatto dal professore Paolo Graziosi nel 1980. Occorrerebbe un trattato analogo sui materiali che aiuterebbero a contestualizzare il ciclo pittorico.

L'avventura dei sette scopritori di un monumento preistorico straordinario si trasforma quindi in un viaggio dai risvolti "kafkiani", così lo ha voluto definire la stessa Ingravallo: "Nonostante i progetti, le proposte e le promesse, oggi non abbiamo fatto un passo avanti", ammette, amareggiata, "e io sono convinta che è la volontà che manca, perché le risorse economiche, in 40 anni, si sarebbero potute recuperare".

Nel 2010 a Otranto è stato presentato dal coordinamento Siba dell'Università del Salento un complesso lavoro di scansione in 3D di una sezione della Grotta dei Cervi. Un lavoro difficile e costoso, portato avanti con la collaborazione del Caspur di Roma, che permetterebbe la ricostruzione e la visita virtuale degli ambienti della grotta (vedi i dettagli sul sito http://3dlab.caspur.it/index.php/progetti/24). Ma anche in questo nuovo, importante, ingranaggio c'è qualcosa che impedisce di procedere. Alcuni fondi pubblici, già destinati, non ci sono più.

La cifra che occorrerebbe per completare l'opera, secondo quanto dichiarava un anno fa alla Gazzetta del Mezzogiorno il sindaco di Otranto Luciano Cariddi, si aggira intorno ai 15 milioni di euro. "Grotta dei Cervi morirà": l'allarme è stato lanciato da Cremonesini e Salamina, condottieri instancabili della loro battaglia, e viene confermato dal geologo Fulvio Zezza. Il professore, per anni docente all'Università di Venezia-Iuav e al Politecnico di Bari, documenta tutto nel suo libro, "La Grotta dei Cervi sul Canale d'Otranto" (2003, Capone Editore), con una "sentenza" che non sembra lasciare vie d'uscita: "Appare certo che le patologie del degrado non appartengono a un fenomeno di recente formazione, poiché tanto le concrezioni calcitiche quanto la tipologia delle forme dell'alterazione sono espressione di processi chimico-fisici ad azione lenta e prolungata che ben si accordano con le condizioni dell'ambiente ipogeo e con l'età dei dipinti".

Insomma, non basta chiuderne l'ingresso per preservare la grotta dal degrado: la grotta si sgretolerà inevitabilmente a causa di fattori chimici che ne dissolveranno innanzi tutto le pitture. Corrosione, disgregazione, esfoliazione, scagliatura, efflorescenze: sono le forme di degradazione naturale, tipiche della materia prima di cui è fatta la Grotta dei Cervi, la calcarenite, fatta per lo più di sabbia, conchiglie e sale. "E quando si aprirà il forziere, sul pavimento si troveranno mucchietti di polvere bruna e umidiccia, che rappresentano egregiamente i resti delle ormai perdute pitture parietali", denunciano Cremonesini e Salamina.

Salvare ciò che non è ancora andato perduto. Sembra questo l'obiettivo prioritario. L'altro potrebbe essere quello di prendere coscienza collettiva, non solo del valore culturale del bene che il Salento rischia di far morire, ma anche dell'importante circuito turistico che si innescherebbe e del ritorno economico e occupazionale che ne deriverebbe. "Perder tempo a chi più sa più spiace", direbbe Dante. Ed è evidente che chi perde tempo o davvero non sa o fa finta di non sapere.

(giugno 2012)
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