Skin ADV

GOOGLE ADV

Le fonti di Carlo Magno | Nella valle dell'altra Otranto tra acqua e verde

Lunedì, 04 febbraio 2013 - - Categoria: Salento da salvare

di TIZIANA COLLUTO


Non c'è Saseno in lontananza, né la baia bruna di Valona. Il cielo confonde la cresta merlata dell'Albania, baratta l'orizzonte con un grigio infinito, scrosciante. Piove. Ed è terra d'acqua, dappertutto. Un ticchettio cronometrico, puntualissimo, segna il passo delle gocce che cadono, il rimbombo di un tonfo che misura il vuoto, dentro l'esofago della roccia. E' un suono che dipinge il silenzio, nel cuore di una valle dove i secoli sembrano essersi rinsecchiti. Otranto, qui, ora, è un'altra Otranto, nuda di quel racconto che ne riduce la storia al tempo di un assedio, un anno, forse un giorno; spoglia, sotto la pioggia, di quella grandezza che l'ha fatta martire e poi leggenda. Perché, in questo luogo, il passato scompagina i suoi scritti, rimescola le carte, sovrascrive il Medioevo su un pezzo di Novecento, i volti degli eremiti sui calchi degli aviatori inglesi.

"In pochi sanno cosa sia davvero la Valle dell'Idro e cosa siano le sue fonti", ripete Michele Bonfrate, mentre i tergicristalli fanno su e giù e la sfida è risalire i tratturi che si fanno palude, che ne fanno "Padule". E' terra d'acqua, dappertutto. Lo è sempre stata, nelle conche affioranti, nei ruscelli di fango, nei canali che agli inizi del secolo scorso l'hanno protetta dal dissesto idrogeologico e dalla malaria. Lo è in quelle "molte sorgenti, e fontane di acqua limpidissime, che scorrono fra i lauri e fra i cedri", negli "innumerevoli pozzi di tanta breve altezza che l'acqua può attingersi con le mani: cosa ben rada in questa regione. Questa porzione di provincia sembra divelta dal Peloponneso e da Tempe, ed aggiunta all'Italia", come scriveva Antonio De Ferrariis, il Galateo, agli inizi del Cinquecento.

E' terra d'acqua. Lo è, ancora, in quel lungo, fluido, serpente che l'attraversa, dimesso ma imprevedibile, impertinente nelle notti di tempesta a inghiottire l'olio della lampada e a far naufragare i marinai. C'è l'Idro, c'è sempre lui, nello stemma di Otranto, nel nome di Otranto, l'Idra, l'Hydruntis. Ma prima ancora dell'Idro, c'è quel battistero che ne alimenta la linfa. E' la sorgente di Carlo Magno, una delle tante a pompare il sangue nelle sue vene, ma, tra le tante, l'unica a cementarne il mito fondativo. Tra le tante, l'unica a ripetere l'incantesimo delle fonti magiche medievali. "Carlo Magno arrivò qui nel pieno di un agosto arso. Camminava, camminava con il suo cavallo, ma non riusciva a trovare un luogo con un po' d'ombra e una goccia d'acqua per dissetarsi. Per la rabbia, prese la spada e la scagliò contro la roccia, che si frantumò e da lì iniziò a scorrere un ruscello copioso". Nel 1970, fu Luigi Paiano il primo a raccogliere e imprimere nell'inchiostro ciò che la tradizione aveva affidato per secoli alla voce. Oggi, è il figlio Elio a raccontarla, mentre ride, sornione, e si fa beffa dei creduloni: "Non si sa neppure se sia esistito davvero Carlo Magno!".

Quassù, però, a un tiro di schioppo da Monte Sant'Angelo e dalla sua cripta, dalla spada di San Michele e dagli occhi di San Timoteo, quassù, su fondo San Giuseppe, 18 metri al di sotto della strada che porta a Uggiano la Chiesa e a Casamassella, che qualcosa di prodigioso esista davvero te lo dice quel fico. Vecchio, tanto vecchio da aver tripartito il suo fusto, graziato dai secoli e da uno strano miracolo, che l'ha sottratto al destino di morire giovane, al contrario dell'ulivo e come tutti i suoi simili. Lui, audace, orgoglioso, superbo, asseconda la vita, "incredibilmente infestato dall'edera", dice qualcuno, oppure stretto, abbracciato, a lei che ha fatto del suo tronco un ricamo a tombolo e ha pettinato le trecce lungo le sue fronde. Il fico e l'edera sono una cosa sola. E non piove sotto i loro rami, sotto quella pergola naturale che protegge dal temporale annunciato dagli squarci di luce, difesa da sguardi invadenti, mentre il respiro della terra te lo senti caldo sul volto, anche quando fa freddo e i vestiti addosso sono ormai fradici. E' lì che il mistero di Carlo Magno si svela, in quei due ingressi dei lunghi cunicoli, dove l'acqua continua a scivolare via sotto i piedi e inonda le canalette, e zuppe paiono essere anche le radici e le ragnatele, padrone di volte e pareti.

"Sul piano della galleria, da un lato, è ricavato un cunicolo scoperto, che porta l'acqua a due vasche-filtro che trovasi situate all'ingresso della galleria. Da esse l'acqua arriva, a mezzo di tre tubi muniti di saracinesche, in due cisterne di deposito. La galleria è chiusa da un cancello in ferro e, nella metà del suo percorso, è illuminata da un pozzo di luce verticale, ricavato nella roccia e riparato in un casotto in muratura coperto con tetto a tegole marsigliesi e con due vani di finestra sprovvisti di infissi". E' la descrizione che riporta il verbale di consegna sottoscritto dall'Amministrazione del Demanio e dal podestà del Municipio di Otranto, il 3 giugno 1929, quando la Regia Marina cedette le fonti al Comune. Da allora, nulla è cambiato, nonostante settant'anni di completo abbandono, a partire dal 1940, anno in cui l'Acquedotto Pugliese scalzò quello di Carlo Magno.

"La galleria si inoltra nel fianco della valle per circa 70 metri e conserva un'altezza media, per tutta la sua lunghezza, di circa due metri. Le due sorgenti si trovano al termine della galleria; la prima scaturisce sul fondo di una piccola diramazione laterale lunga circa 5 metri, la seconda poco prima della fine del tunnel principale". Lo hanno scritto l'Associazione Speleologica Magliese e il Gruppo Speleologico Leccese 'Ndronico negli atti del Convegno nazionale sulle cavità artificiali, tenutosi ad Osoppo, a Udine, sul finire dell'aprile 2001. Michele, in quel gruppo di studiosi, chiude gli occhi e ripercorre gli anfratti, con le mani ritasta le pareti, il buio aiuta a ricordare.

"Sul tetto del primo, corre ancora il secondo cunicolo, quello più antico, che ha seguito l'andamento di una grotta di origine carsica, una fenditura nella roccia creata dal corso d'acqua. Quello al di sotto, invece, è il risultato dei lavori eseguiti nel 1917 dal Genio Militare e finalizzati allo sfruttamento di tipo moderno delle polle".

Solo chi ha avuto l'opportunità di entrarci lo può raccontare, ora che la fantasia non può scavalcare i nuovi cancelli, voluti per mettere in sicurezza i luoghi e tutelare una delle poche colonie di pipistrelli ancora rimaste. "Ci sono famiglie di due tipi in quel rifugio e questa è una rarità che stiamo provando a proteggere", spiega Francesco Minonne, componente del comitato esecutivo del Parco Otranto-Santa Maria di Leuca e Bosco di Tricase. Pur non rientrando nel perimetro dell'area protetta, il progetto per la conservazione dei chirotteri ha spinto il Parco a interessarsi dell'acquedotto di Carlo Magno, sottoscrivendo un contratto con cui si garantisce, per dieci anni, un "comodato d'uso gratuito delle sorgenti a soli fini di studio". Nel 2001, infatti, il Demanio ha venduto le fonti e i terreni intorno ad un privato. "Disponibile e gentilissimo" sì, e questa è fortuna. E poco importa, ormai, se entrare in quel tempio di ingegneria idraulica è quasi impossibile. Prevale il rispetto per ciò che rischia la scomparsa e accontentarsi dei resoconti degli altri diventa, a malincuore, dovere.

Ma come abbia potuto lo Stato privatizzare quel "bene comune", sottrarre a tutti la risorsa, la storia e l'idea di quella linfa di vita, come abbia potuto, è qualcosa che non si riesce ad accettare. Ferisce, disturba, offende. Giustifica chi ancora alza le spalle e, stranito, afferma che "in fondo, cosa vuoi che ci sia lassù. Cunicoli come altri, niente di più".

"Altro che!", s'affretta a dire Elio Paiano, giornalista e memoria storica di Otranto, figlio di quel Luigi che aveva preso Carlo Magno per mano, per ricomporlo con la biro. "Come fai a dimenticare quei dislivelli che formano le piccole cascate, quegli zampilli purissimi che la roccia sputa fuori con tante bollicine, i tratti con le stalattiti, i passaggi che collegano una grotta con l'altra e, senza soluzione di continuità, arrivano fino ai giardini Belvedere e dentro la città, dove alimentavano le sette fontane ormai chiuse?". Proprio per questo era il luogo d'elezione per le escursioni delle élite intellettuali, milanesi soprattutto, nelle vacanze degli anni '80.

Ma c'è un altro racconto, ancora più magico, a segnare un'appartenenza. "Per noi, da ragazzini, era un luna park", continua Elio, "un posto irreale, in cui vivere le avventure più belle. Una fantasmagoria abitata da animali stranissimi, estinti da milioni di anni, o, forse, ombre di topi e faine, che la luce delle candele e delle prime torce elettriche ingigantiva sui muri". Un mondo distante dalla televisione e in cui alle lucertole si dava la caccia con un filo d'erba, un pianeta in cui lasciarsi andare ai primi incontri ravvicinati con serpenti, rospi e girini, milioni di girini, prima che l'utilizzo dei fitofarmaci li sterminasse uno ad uno.

Ora che le betoniere vanno e vengono lungo il ciglio del fiume, Michele sbotta, lui che ha studi d'archeologo e sogna di vivere piantando lavanda e governando le api: "Ecco perché le mie sensazioni, qui, sono uguali e contrarie. Se quello è un deposito di attrezzi, non può diventare abitazione. Se questo è un muro a secco, non può trasformarsi in cemento. Quel terreno agricolo perché è convertito in parcheggio? E poi mi spaventano i graffi della ruspa ai piedi della rupe. La Valle dell'Idro è uno spazio rurale che arriva nel cuore di Otranto e come tale va tutelato. Invece, già la foce, che va dalla chiesa di Sant'Antonio alla Madonna dell'Alto, è stata compromessa, cementificata".

Il progetto di chi veniva da fuori era di farne, addirittura, una piccola Panama, un sistema di dighe a riempimento per tirare in secco gli scafi, fin su a Casamassella. Una grande opera di ingegneria portuale che i britannici avevano già messo nero su bianco, in uno schizzo ritrovato da poco. Erano arrivati qui nel 1915, con i loro dirigibili, con i loro vascelli, con gli idrovolanti da assemblare nell'industria militare che aveva dato nuova sembianza e nuovo nome alle strade: "aia delle fabbriche", "curva del baraccone". Dalla Palascìa fino a Corfù, "il Blocco" degli alleati impedì per anni alla Marina austroungarica di far suo il Mediterraneo. Una camicia di forza che, nella notte tra il 14 e 15 maggio del 1917, il capitano Horthy cercò di strappare, camuffando i suoi incrociatori austriaci sotto le sembianze di cacciatorpediniere inglesi. Affondò quanti più pescherecci di pattuglia possibili, prima che l'alba svelasse l'inganno che avrebbe partorito la più grande battaglia navale nell'Adriatico durante la Grande Guerra. S'è spento da tempo il bagliore di quella notte, si è ammutolita l'artiglieria della controffensiva, di Insidioso, Indomito, Impavido, le nostre navi da guerra. Nessuno ricorda il carbone dell'Idro trasformato in polvere da sparo. Eppure, nella campagna deserta, vicino alle fonti, se vuoi li rivedi gli inglesi, nel loro campo, gemello a quello di Alimini, a prendere l'acqua di Carlo Magno e rinnovare le bende ai feriti, la minestra sul fuoco a consolare delle perdite, il lungo corteo fino al camposanto. "Pro patria mori", morti per la patria, c'è scritto sulle lapidi bianche. William, Harry, James, Albert, Rivers.

Quindici corpi sono diventati terra di Otranto e per loro ci sono solo ciottoli spenti. "La Raf, la Royal Air Force, li ha dimenticati. Non suona per loro la cornamusa, come a Cassino. Nessuno ha reso loro l'onore. Erano dei ragazzi. E' per questo che a me prende un nodo alla gola e ogni tanto vengo qui a portare loro un fiore", racconta in un video, con la voce rotta, Alberto Signore.

Le nuvole sono ancora gravide sulla strada del ritorno. E' questa la valle votata, una volta, a salici e cotone. E' qui che una catalogna speciale cresce, viene tagliata, reinterrata e allagata con le acque del fiume tre volte, prima di arrivare, unica, sulle bancarelle dei giardini poco più in là. Una signora vestita di nero, sotto l'ombrello, sfida la pioggia con la lentezza del passo. Ha in mano una sporta con il raccolto dei campi. Un'Idrusa cresciuta. Ed è qui che la storia torna a farsi leggenda, l'incipit del libro in cui "L'ora di tutti" rintocca dalla penna di Maria Corti. "Per una traccia di sentiero, segnata da innumerevoli piedi nudi fra le erbe e le canne della valle dell'Idro, le donne scendono all'alba a Otranto con ceste piene di cicoria e di caciotte; hanno grandi occhi neri, capelli lucidi, aggrovigliati, andatura fiera. Mentre le piante dei piedi si espandono, illese, sul sentiero, esse guardano con la pupilla fissa in direzione del mare, uno sguardo asciutto, ereditato da generazioni di otrantini vissuti in attesa dello scirocco e della tramontana, per regolare su di essi pensieri e faccende. Arrivate alle mura della città, depositano cicoria e caciotte ai piedi della torre di Alfonso d'Aragona, e d'un tratto si mettono a urlare; come invasate da un improvviso oracolo, si scuotono dentro le nere vesti e gridano in faccia al passante: 'Cicorie fresche, cicorie rizze!'".

> LEGGI LA SCHEDA SULLE FONTI DI CARLO MAGNO: furono gli inglesi a farne un acquedotto

(gennaio 2013)
Torna a inizio pagina
ClioCom © copyright 2013-2019 - Clio S.r.l. Lecce - Tutti i diritti riservati - layout e grafica