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Madonna dell'Alto/Il demonio e i bossoli: le ferite della chiesetta

Lunedì, 29 ottobre 2012 - - Categoria: Salento da salvare

di TIZIANA COLLUTO


Il suo incedere era lento, claudicante, sulle spalle dei contadini. In bocca, una sarda. Perché avesse sete anche lui. Tanta sete. Quanta ne aveva la terra arsa dalla calura e dalla siccità delle estati impertinenti. Otto chilometri di passo stanco e speranzoso. Uno sguardo a quel cielo troppo terso e un bisbiglio di rosario. Su, su, su, su quell'altura, dove il vento racconta ancora questa storia alle querce e i ciclamini hanno preso il posto delle camomille. Su, su quel "monte sacro" dove il Cristo di Campi tornava a casa, ogni 4 di maggio e ogni volta che la campagna aveva secca la gola.

Lì era nato, lì era vissuto, prima che gli assedi lo conducessero a valle, nel 940 d.C.. E tanto era felice, lui, di quel rimpatrio, che il miracolo prendeva a ripetersi, sulla via del ritorno. Pioveva. Le nuvole mantenevano la loro promessa. E come San Gennaro scioglie i grumi del sangue, così il Cristo di legno lasciava scorrere l'acqua pura sulle labbra di Campi Salentina. Doveva essere stata la pioggia, infatti, a spegnere le fiamme sul suo corpo, quando i turchi arrivarono fin qui, dopo l'oltraggio di Otranto. Un'immagine del 1876 lo ritrae senza braccia e senza piedi, prima di avere nuova vita. Poi venne l'altro grande incendio, nel 1902, sempre il 4 di maggio. E un cero ne distrusse di nuovo la statua. Poi venne il rogo ancora più grande, ancora più doloroso. Quello della memoria. E ne distrusse il rito, che viveva da quattrocento anni. Ne ha distrutto il luogo, ancora più antico.

Su quella collina, sulla strada che corre verso Cellino San Marco, la Madonna dell'Alto tenta di ricucire la lunga ferita. Ma ancora in pochi, troppo pochi, le portano ago e filo e la fatica è sfiancante. "Lì ci vado, ma per arrabbiarmi. Lo sguardo lo tengo basso per cercare tracce del passato. Non voglio vederla ancora, così com'è, quella chiesa. E poi quella villa. Voglio vederle solo con gli occhi della memoria, come sono state in un certo periodo. Chissà, forse come saranno...".

Questo dice Alfredo Calabrese, mentre rovista tra gli scaffali di libri ingialliti e ne tira fuori uno: "E' una pergamena, originale. Preziosissima". Le cinquecentine, gli incunaboli, antichi manoscritti. Nella sua casa, nel centro storico di Campi, ci entri in punta di piedi, perché lì la Storia sembra aver trovato dimora, impastando vecchie pagine e ostensori bruni, cartelli stradali e volti di santi. Un sapere che lievita, come il pane sotto il fazzoletto. La sensazione è di essere sul ciglio di trascorsi che non immaginavi potessero passare da queste borgate. "Vedi, quelle statuine sono incollate al legno. Ogni volta che Alda Merini veniva a trovarmi tentava di portarsene via una, tanto le piacevano". Anche lei qui, la poetessa delle ombre e dei dannati, della dolcezza e dei manicomi. Ci passava ogni volta che era a Taranto, sposa, in seconde nozze, di Michele Pierri, poeta e medico ottantenne, che di Alfredo era lo zio. E, ancora, quel quadro. "Non lo riconosce? E' San Giuseppe Moscati, cugino di mia madre Virginia".

Alfredo Calabrese è così, un concentrato di corsi e ricorsi, nato a Genova e adottato da Campi, dopo la guerra, figlio di chi qui fondò l'ospedale e l'orfanotrofio. Anche lui aveva studiato per fare il medico, poi non seppe guarire dalla malattia di non riuscire a curare i fratelli colpiti dalla tisi e ha inseguito la folgorazione della scultura, fino a diventare direttore dell'Accademia delle Belle Arti di Lecce. "Quella collina verde con i boschi mi ha sempre affascinato. E da allora ho iniziato a indagare, a scavare". E' lui a dar voce alla Madonna dell'Alto di Squinzano, che sorge sulla serra vicino a Sant'Elia. Calabrese veste i panni di novello rapsodo con la premura di passare il bastone a chi saprà raccoglierlo, per continuare a raccontare. "Ai piedi dell'altura", ricorda, "ho ritrovato massi con iscrizioni greco-messapiche. Sono conservati ora nel Museo archeologico di Taranto, assieme ad una testa mutila di Afrodite. Provenivano da un tempio dedito a quel culto, situato a San Giovanni 'Monicantoni', 'melancton', dalla terra nera. Nel costruire la chiesa bizantina, al di sopra, hanno certamente riutilizzato le colonne scanalate provenienti da quel santuario".

La Madonna dell'Alto, sorella minore e dimenticata dell'Abbazia di Cerrate, qualche chilometro più in là verso il mare, è il forziere, aperto, del tempo che si sovrappone, si affastella, come si fa con le fascine. Non è rimasto l'altare, né il quadro della Madonna che allatta il Bambino. Non c'è più l'antico rosone. Ha perduto anche il nome d'origine, "Santa Maria di Bagnara", esplicito rimando a quel casale dell'epoca di Roma, sulla via che ha preceduto l'Appia e la Traiana e che congiungeva Otranto con Taranto e con Roma, la Sallentina.

Andò distrutto, assieme ai vicini centri di Afra, Bagnoli, Fermigliano, Cerrate. Ed è in quella apocalisse, alle soglie dell'anno Mille, che il Crocefisso divenne peregrino giù per la vallata, dove i cittadini trovarono rifugio, dando vita alla Campi di oggi. Doveva essere forte, indissolubile, il legame con quel Cristo, se lo riprodussero cento, duecento volte, minuto, con le forme più diverse e i volti mai uguali, argille spezzate dall'arrivo dei saraceni pronti a domare Oria superba. Su, invece, è rimasto il silenzio. Ulula ancora, mentre sferza le pietre che attendono di essere decifrate sotto i muschi, mentre si insinua negli anfratti che sprofondano e suona, invece, come arpa negli antri che riemergono dalle viscere della collina.

"E' un monte sacro", ripete impaziente Alfredo, mentre guida la cronista quassù, a raccogliere sassi e smuovere le foglie nella querceta. Bisognerebbe arrivarci con una benda sugli occhi, ascoltarlo per ore e poi riaprirli e riconoscere il disegno che lega le rocce agli alberi, gli alberi ai dirupi, i dirupi ai ceri spenti. Una ghirlanda di gemme o una corona di spine, che unisce quello che si vede a quello che si crede. Non c'è solo la chiesa romanica che ha incastonato le colonne del tempio che fu greco e prima ancora messapico, ornandole di capitelli paleocristiani guarniti di croci e lische di pesce. Ci sono due vasche di fronte, scavate nel terreno e con gradini di accesso.

"Le misure", spiega ancora Calabrese, "sono quelle dei fonti battesimali di età bizantina, uno per gli uomini e uno per le donne, sempre al di fuori perché il fedele si purificasse prima di entrare nella casa del Signore senza portare con sé il peccato originale". C'è una cunetta circolare, collassata su se stessa, forse un battistero. Ci sono gli ipogei: cripte, frantoi, ripari, non è dato sapere. Uno accanto all'altro, sotto quella villa che ha un che di mistero, bella e spettrale, costruita nel 1800 con stile palladiano, "ma con una cupola che lascia presupporre un nucleo d'età romana". La pianta esagonale, la collocazione mistica, il richiamo ancestrale. E' lì che l'oscuro e l'occulto hanno spodestato i vecchi Penati, gli antichi numi del luogo, e hanno dettato lo spartito degli ultimi trent'anni.

Le scritte esoteriche, ritrovate sui muri, rimandano a culti di sette adoranti il demonio. Il bene e il male a guardarsi e sfidarsi a poca distanza. E poi ancora il male, quando lì, tra quelle stanze, si dice che si tenessero i riti di iniziazione della Sacra Corona Unita, le pareti bucate dai bossoli e le prove di forza, mentre Campi soffocava sotto la cupola criminale. E' da allora che ha avuto inizio la fine, il terrore di avvicinarsi ad un luogo dove vandali e banditi vincevano sui santi.

Il declino e il lungo degrado restituiscono oggi solo i cocci di questa storia. C'è chi prova a raccoglierli. Alfredo, ma anche Paolo, Gianluca, Anna Lucia, che hanno fondato un comitato per salvare la Madonna dell'Alto da quella malìa e hanno in mano una sola certezza: niente è a caso qui. Niente può esserlo, neppure perdersi in queste viuzze che s'arrampicano sulla serra di Sant'Elia, spoglie di indicazioni e colme di pudore nel celare bellezze, filari di vigneti e tramonti alteri, volti dipinti su pareti annerite, il maestrale che segna sicuro ogni inizio d'autunno.

Non ci arrivi se non sai che prima o poi devi svoltare, sulla sinistra, dentro un uliveto sbarrato, lucchetti privati che negano un passaggio che è anche tuo, è di tutti, non potrà mai essere di pochi, di uno solo. E non te ne innamori se nessuno ti dice che proprio qui qualcuno s'è messo in testa di voler cancellare il passato, come gomma sulla matita, rendendo di fatto industriale un'area dal cuore di cicoria e preghiera. Quattordici torri eoliche dovrebbero spuntare nei dintorni. Alte 100 metri ciascuna. Spilli d'acciaio e cemento, per cui il gruppo Tozzi di Ravenna ha chiesto le autorizzazioni. Chilometri di nuovi muretti, inoltre, sono sorti all'improvviso, finanziati con soldi pubblici, laddove prima c'erano solo distese d'ogliarola e cellina. In barba a tutti i vincoli esistenti (paesaggistico, archeologico, idrogeologico) messi nero su bianco, dal 1970. Scrittura sulla sabbia, spazzata via da appetiti e tintinnii di monete.

"Bisognerebbe espropriare tutto e rendere dello Stato ciò che oggi è della Curia e di un grosso proprietario. Oppure, si dovrebbe smontare pezzo per pezzo la Madonna dell'Alto e portarla via da lì". Come si fa con i lego. Una proposta assurda e provocatoria, che Alfredo ripete da anni, guardando fisso negli occhi campioti e forestieri, per capire che effetto fa, per cercare di innestare il tarlo nelle loro coscienze. E un Cristo di legno, un po' naif, piccolo piccolo, è tornato da queste parti. Qualcuno l'ha posato, in questi giorni, oltre la grata, dentro la chiesa. Per sfidare le amnesie. O perché avesse ancora sete, ora che il grano s'è svestito di oro.

(ottobre 2012)
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