Skin ADV

GOOGLE ADV

San Pietro de’ Samari | Crociate e miracoli: la Palestina dimenticata nel Salento

Martedì, 01 aprile 2014 - - Categoria: Salento da salvare

di TIZIANA COLLUTO

Una sola parola, una sola. Pare averla portata il libeccio in questo inverno al tramonto. Una sola, a intrecciare i destini e le fortune, a sovrapporre le dimensioni, a rimpicciolire un mondo dentro il palmo di una mano. Potrebbe essere ovunque, in ogni dove, in ogni altrove. Eppure è qui. E non è vento. Non è brezza. Non è neppure solo un ricordo. È qui, monile di roccia a far inciampare il cammino. Di quella ti ricordi, alla fine di tutto. Lei ti rimane, dopo mesi, dopo anni, forse anche dopo secoli. Impressa nella mente, proprio com'è scolpita sulla pietra. Una parola sola: Palestina.

Altra traccia non c'è. Forse qualche spiegazione, forse qualche suggestione. Ipotesi, congetture. Mitologie, preghiere. E poi quella sola parola, solo quel dono per questa contrada scandita da controre e ristagni, arsure e pantani. Terra di Canaan, Terra promessa, Terra santa, Terra in cui scorre latte e miele. La Bibbia lascia il posto alla storia. E Palestina sia, in questo rimasuglio di Jonio che si contende le zolle. Palestina sia, di spade e scritture, di crociate e miracoli.

"Hugo Lesignanus Crocesignatorum Dux E Palestina Redux Anno Domini MCXLVIII Templum Hoc Ubi Divus Petrus E Samaria Ad Haec Littora Appulsus Vestigia Eidem Apostolorum Principi Sacrum a Fundamentis Excitavit Erexit". Lo leggi quando alzi lo sguardo, gli occhi fissi sul cornicione o su quello che resta. L'usura ha rosicchiato i merli, ha graffiato i tufi. Ma quell'iscrizione dice ancora di quello che è stato: Ugo di Lusignano, di ritorno dalla Palestina, eresse quel tempio nell'anno del Signore 1148. Lo dedicò al culto del più importante degli apostoli, proprio nel luogo in cui dalla Samaria approdò il divo Pietro.

Sono passati novecento anni e chissà quante partenze e chissà quanti sbarchi e da quali Palestine, da quali Samarie. Eppure, resiste quella provocazione al tempo. Voleva essere solo dolcezza.

"Dalla parte australe della Lizza, a quattro miglia distante da Gallipoli ed un altro circa dal mare, vi è un luogo detto San Pietro de' Samari, di cui rimane ora un'antica Chiesa, dove Stefano Catalano dice che l'Apostolo S. Pietro vi abbia celebrato la Messa, reduce dal Levante. È piantata, questa, su una terra dura, presso cui si vede una valle tagliata nel monte, dalla quale scorre tutta l'acqua del nostro territorio, molti pozzi, molti cenotatii e macerie". È di Liborio Franza questa cartolina abbozzata nella sua "Colletta istorica e tradizioni antiche sulla città di Gallipoli", nel 1836. Rischia di essere cancellata, come si fa con la gomma su un disegno a matita.

Già oggi rimane poco, almeno per chi si avvicina con la speranza di decifrare fasti e grandezze, onori e casati. Non troverà che conci squadrati ammassati su un lato, ricami di scalpelli rotolati per terra, rovi che s'arrampicano al cielo, puntelli di legno incerti e sospesi, sostegni di ferro corrosi dalla ruggine e dalla sventura. Cerotti su un bel viso, cerotti che aspettano di essere levati, ma che, se venissero tolti, così, farebbero crollare tutto come un castello di sabbia sotto l'urto di un'onda. Questo vedrebbe il viandante che lì potrebbe fare ritorno, dopo mesi, dopo anni, forse anche dopo secoli. E andrebbe via, richiudendo il cancello rozzo e improbabile all'ingresso, qualche metro più in là, sulla strada che è parallela alla statale e corre verso Leuca. Si lascerebbe alle spalle la bruttura, l'affronto, l'assurdità di un parcheggio che la scorsa estate qui, proprio qui, incredibilmente qui, ha funto da rimessa di autobus per vacanzieri della notte e consumatori di spiagge. "Non dovrebbe scandalizzare nessuno", ha avuto modo di dire il sindaco di Gallipoli, Francesco Errico.

Ecco perché dimenticherebbe, il viandante. Per l'oltraggio. Per la vergogna.

Oppure, tornerebbe indietro. Da solo, in silenzio. Ad ascoltare la città che si fa sempre più lontana, a contare le unghiate dei picconi sulle "tajate" tra gli ulivi, lungo il sentiero che risale alla chiesa poi diventata masseria e poi rovina. E si farebbe coraggio, per entrare da quella porticina, sotto al campanile minuto minuto, a due arcate, uno sbuffo nell'aria azzurra. Lo rivedrebbe quel segno, lo strisciare del serpe prima del suo letargo, l'impronta lasciata all'ingresso di quello che è stato il tempio votato al pescatore di Cafarnao. C'è buio all'interno. La luce trapela solo da qualche fessura, feritoia sulle pareti ingrossate, due cupole in successione, "identiche a quelle a tamburo esistenti in San Pietro di Balsignano, fra Modugno e Bitetto; di Ognissanti, a pochi chilometri da Valenzano; a quelle di San Benedetto in Conversano, pure dell'XI secolo, di San Francesco di Trani (1184) della cappella in contrada Seppannibale, in provincoa di Brindisi (sec. XI), del Duomo di Taranto, consacrato tra il 1042 ed il 1079, della Cattedrale di Otranto, consacrata tra il 1080 e il 1088. Giorgio Simoncini scrisse che San Pietro de' Samari è un edificio a due cupole in asse così come il Santuario della Madonna dei Martiri di Molfetta". È Giuseppe Moscardino a ricostruire i confronti, un grumo d'arte romanica che qui ha perduto il suo altare, le pitture a fresco dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, tratti delicati sotto il pennello di Giovanni Andrea Coppola, l'artista della città bella.

Sì, potrebbe ascoltarla, il viandante, l'Alleluia durante la messa che ogni domenica il prete veniva a celebrare per i massari, su volere del cavaliere don Bonaventura Luigi Balsamo, che quella chiesa restaurò e benedì. Potrebbe vederle ancora le genti, i carretti e i sonagli a popolare lo slargo lì intorno, ogni 29 di giugno, nella fiera poi fatta emigrare vicino al porto. Oppure, saprebbe distinguere al tatto il lino cresciuto abbondante in queste paludi, lungo i 18 chilometri del canale dei Samari, prima che gli acquitrini dei Foggi venissero prosciugati dai tre motori a vento di sistema olandese, la sfida che il commendator G. Auverny, a metà Ottocento, pensò di lanciare a giunchi e scirpi, febbri e giovani dipartite.

È l'acqua l'essenza di questo luogo. Ma non l'acqua che scorre, limpida e cristallina. Non l'acqua che genera pesci o rinfresca le bocche. Non l'acqua delle fonti profonde o della bonaccia, da solcare spavaldi per gettare le reti. È l'acqua che ristagna, ferma nelle pozze, l'acqua che evapora e si trasforma in mal'aria. Eppure, è l'acqua che ha reso santi i pagani, che ha cambiato gli eventi, riscritto i ricorsi, quando qui arrivò Pietro, sempre lui, e battezzò Pancrazio, nato in Cilicia e poi diventato il primo vescovo di Gallipoli, il primo evangelizzatore della Sicilia e il martire di Taormina. E lui con quell'acqua, a sua volta, convertì le genti, attingendo dal pozzo che prende il suo nome, dentro la chiesa che era di San Pietro Cucurizzuto, nell'area poco distante in cui l'antica Alezio venne eguagliata al suolo.

È questa la storia o la diceria che scorreva per il canale dei Samari, quando Ugo di Lusignano, oltre un secolo dopo, nel 1148, depose la spada e fece salpare il vascello per tornare nella sua Francia, a Poitou, da dove era partito, lasciando il castello fondato dalla fata Melusina. Qui, a Gallipoli, pare essere sbarcato, lui che lo chiamavano il Bruno e che fino alla Palestina aveva seguito il suo re, Luigi VII, nella seconda crociata. Papa Eugenio III, tre anni prima, aveva emesso la bolla: "Andate a riprendere Edessa, la contea perduta per mano degli arabi, a causa dei peccati dei cristiani. E avrete l'indulgenza". Vi partecipò anche Cacciaguida, l'antenato che Dante incontrò nel Paradiso. Ma tre anni dopo, non rimasero che il sangue e le ferite dell'imboscata ad Antiochia e il ritiro avvilente degli assedianti. Per questo tornò Ugo VII di Lusignano, lasciando agli eredi la gloria dei sussidiari, ai nipoti Guido, che sposò Sibilla e divenne re di Gerusalemme e riscattò dai templari la corona reale di Cipro, e Almarico, che al primo succedette, fondando la dinastia che imperò sull'isola nei tempi a venire.

Bellezza e brivido, tutto racchiuso in quella sola parola. Una sola. Palestina. È la vertigine ignorata, anche dopo che il 25 maggio 1984 il complesso dei Samari è stato oggetto di dichiarazione di vincolo, anche dopo che, il 31 gennaio 2006, la Soprintendenza ha accertato che un crollo c'è stato, nella zona centrale del prospetto, e ha ordinato di intervenire con la massima urgenza. Per questo, l'8 agosto 2008 e per almeno quindici anni, i proprietari Isabella ed Emanuele Scarano hanno ceduto in comodato d'uso gratuito la chiesa al Comune di Gallipoli, perché assieme alla Provincia di Lecce provvedesse a scongiurare nuovi crolli e a ridarle una vita. "Totale immobilismo", denuncia Italia Nostra ancora oggi, come tanti anni fa.

La storia è passata da qui, in un battibaleno durato novecento anni. E hai voglia a cancellare, a richiudere il cancello rozzo e improbabile all'ingresso. Hai voglia a ignorare. Le calendule sono già in adunanza, con il loro manto d'arancio.

Torna a inizio pagina
ClioCom © copyright 2013-2019 - Clio S.r.l. Lecce - Tutti i diritti riservati - layout e grafica