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Distilleria di San Cesario/L'alcol incanta, eccellenza salentina

di VALERIA NICOLETTI


Bottiglie, tante, piene, infilate l'una dietro l'altra. Sambuca, amaro, anisetta, restano tutti in silenzio, ordinati nelle cassette, s'illudono a ogni cigolio di portone, a ogni rombo di motore. Un carico prezioso, già provvisto di bolla d'accompagnamento, che svolazza tra le pagine di un registro lasciato aperto nel gabbiotto all'ingresso, pronto per partire alla volta dei salotti, per far fare bella figura al padrone di casa. Ma il furgoncino, anch'esso già pronto a varcare la soglia della distilleria De Giorgi, non partirà. Perchè a San Cesario in via Ferrovia il tempo si è fermato al 1999. Alle spalle di piazza Bologna, incorniciata da un compatto muro di cinta che si snoda lungo via Vittorio Emanuele III e via Matteotti, sonnecchia da circa 15 anni, la vecchia Distilleria De Giorgi, quasi senza farsi notare, se non fosse per l'alta torre di mattoni, che solletica la curiosità di chi è giunto alle porte di quello che un tempo era detto "il paese grande", noto per i suoi vizi, il bere e il tabacco, e non conosce la storia della ditta "Nicola De Giorgi".

Il portone in legno sbadiglia piano, per non turbare il sonno di questo gigante che, come in un sogno tormentato, si lascia sfuggire qualche mormorio e sussurra piano, dal letargo, vecchie storie di famiglia, ricordi di floridità e benessere, segreti messi a tacere nell'alcol e l'amaro declino riservato a quelle dinastie che, forse per un'arcana dittatura di corsi e ricorsi, al successo fanno seguire un inevitabile declino.

Fondata nel 1906 dall'illuminato don Nicola De Giorgi, un tempo principale fonte di sostentamento del paese, grazie alla produzione dell'Anisetta, baciata dal successo e dal brevetto della Real Casa concesso dal sovrano nel 1920, ora la distilleria è immersa in un silenzio sfregiato da piccioni impertinenti e cime di pino, gli unici rumori ammessi in questo tempio dell'archeologia industriale, dichiarato monumento nazionale nel 2005.

A sfogliarne il labirintico diario, è Cesare Zilli, classe '56, occhi limpidi e memoria di ferro, che, varcata la soglia della distilleria, oggi in maniche di camicia, sembra essere tornato a quell'estate del '71, quando cominciò a lavorare per i De Giorgi, appena quindicenne, seguendo il padre, contadino di fiducia dell'azienda all'epoca guidata da don Arturo, degno erede di Nicola. Dal '71 al '74, si occupò di tutto, tra la raffineria e la caldaia, poi, lasciata la distilleria per il servizio militare, Zilli non ci tornò più. Ma la distilleria gli è rimasta nel cuore. Oggi, come fosse ieri, si fa strada sicuro tra le erbacce che invadono i primi grandi capannoni, punteggiati dalle torri di distillazione, ormai regno dei volatili che, trovandovi solo silenzio e abbandono, hanno colonizzato indisturbati ogni nicchia e imbrattato ogni superficie. La polvere ha ricoperto gli impianti per la produzione dell'alcol e per l'imbottigliamento dei liquori. La ruggine arrossisce sui silos, sulle caldaie a vapore e sulle macchine per la depurazione dell'acqua. Foglie secche e guano si contendono con i rifiuti il dominio sui pavimenti dell'officina e dei magazzini di quello che era un mondo autosufficiente e florido.

Scivolando nel primo deposito, scorrono davanti agli occhi la svinatrice, la macchina da cui si otteneva l'alcol denaturato, la rettifica e poi la torre delle due teste, strumenti il cui funzionamento, seppur spiegato con parole semplici, resta oscuro a orecchie profane. Volgendosi dietro, una scaletta semi-pericolante porta al piano superiore dove si trovavano le cosiddette "bacinelle del buon gusto", qui zampillava l'alcol una volta pronto e, ogni ora, si prendeva nota della quantità del prodotto finito.

I ricordi di Cesare Zilli caricano un carillon e muovono le anime morte della distilleria chiamandole per nome: "Ucciu Caporale" alla caldaia, di sua competenza era la depurazione dell'acqua; Angelino Rizzo, "lu scursune te Squinzano"; la caporalessa; le donne dell'imbottigliamento; e poi le scorribande di nascosto a bersi un bicchiere di vino quando il padrone non c'era e le operaie chiudevano un occhio.

Un corridoio conduce nell'androne dove, ricoperto di polvere e ragnatele, una statua di San Cesario fa la guardia a quel che rimane della distilleria e cela ancora un segreto. Basta farsi coraggio e sfiorare con una mano la schiena del santo per scoprirne il mistero, una fessura, la sacca, o meglio "l'acchiatura", lì dove, secondo voci di paese, don Nicola nascondeva i suoi marenghi d'oro. E oggi, sarà per l'autorità conferita dal tempo o da una sorta di timore reverenziale, ma le credenze non scompaiono facilmente e c'è ancora in paese chi sostiene che la distilleria sia stata benedetta dal santo patrono. Certo è che dalla sua schiena, in virtù di un miracolo che ha ben poco di sacro e molto di profano, il "padrone del vapore" tirava fuori la sua ricchezza, la cui origine era molto più terrena e non veniva dal cielo, ma dalle sue stesse torri di distillazione che, seppur blindate con i più sofisticati meccanismi di chiusura, non di rado si aprivano ai traffici clandestini di alcol.

Segreti da lasciare a macerare nello spirito, dove la stessa leggenda di don Nicola riposa avvolta nel mistero. C'è chi ha passato metà della vita in distilleria senza neanche mai averlo scorto. Un'aura mitica, forse indispensabile a mantenere l'ordine in fabbrica, tanto quanto il rispetto delle gerarchie, fondamentale per lui che non voleva essere chiamato don Nicola, ma "il principale", nonostante venisse da una famiglia di "vancuteddhi' ed era falegname. E la sua fortuna, quella nascosta nella schiena di San Cesario, l'aveva trovata a casa di un certo Vincenzo Cipolla, uomo benestante del paese, dove abitava con la madre, e poi l'aveva nutrita, bottiglia dopo bottiglia, con sfizi di liquori e litri di alcol, per consegnarla intatta ai suoi tre figli. Don Arturo, burbero e scontroso, che ereditò il regno di San Cesario, don Luco, spedito a Squinzano, e don Alfredo, a capo della filiale di San Pietro Vernotico.

Accanto alla statua di San Cesario, due furgoncini. Uno dei due si fa spalla di una bicicletta. Voltando a destra, si apre un corridoio, tappezzato di foglie secche e invaso dai rampicanti. Qui, schiudendo una delle prime porte sulla sinistra, il forte odore di anice e le suggestioni di un'antica storia fatta di ingegno e lavoro travolgono a sorpresa.

Alambicchi, provette, distillatori, imbuti e ferri. Tra le altezze di vetro, scivolano vecchie etichette, quadernetti ricoperti di appunti veloci e cofanetti in legno con gli strumenti più delicati, come il densimetro, per misurare la gradazione dei liquori più secchi. Noncurante del "vietato l'ingresso" appeso sulla porta, il laboratorio è là, intatto e, se non ci fosse la polvere a smentirlo, sembrerebbe abbandonato solo il giorno prima. Come la cucina economica, dove si tritavano le nocciole, la frutta e gli altri aromi. Discrete teche di vetro custodiscono liquori, sambuca, amari, rosoli. Basta specchiarvisi per leggere le etichette: Punch, Anesone, Rosolio, Goccia d'Oro, Frutto Somalo, Crema, Creola, Crema Alchermes, Persico, Crema Apricot, nomi che profumano di esotismo e colonie lontane, benessere e ricchezza.

In quel che resta dell'ufficio, ci sono computer e fotocopiatrici attempate, i registri che il tempo ha incollato l'uno sull'altro, scatoloni di vecchi libri, i quaderni di geografia e lingua italiana di un piccolo Luciano De Giorgi allievo di quarta elementare. Sulle pareti, i calendari, tutti fermi al 1999, come per ricordare ancora una volta l'anno della disfatta. In una vecchia urna elettorale, riposano rassegnati i codici penali e civili, le normative aggiornate, al 1999 naturalmente, in materia di commercio di alcolici, tra cui un quadernetto con le ricette degli elisir appuntate a penna, un preziosissimo vademecum alcolico che domina la sommità della pila di cartacce, documenti ingialliti. E, tra le pagine spiegazzate, anche un inaspettato ritratto di don Nicola, e poi un altro, un altro ancora, tanti cartoncini con il volto del padrone, come un'ultima beffa alle anime morte della sua industria che non erano mai riuscite a vederlo di persona. In una scatola di cartone seminascosta, dietro la porta, distesi l'una sull'altra, ci sono ancora i modellini in cristallo delle bottiglie più raffinate, spedite dalle vetrerie di tutta Europa, impazienti di fare da prezioso contenitore al liquore di casa De Giorgi, ai tempi d'oro di don Arturo.

"Addio, azienda mia", secondo la leggenda così si congedò il figlio di don Nicola, in un ultimo sussulto di lucidità al pensiero di lasciare il patrimonio di famiglia nelle mani dei tre scapestrati eredi, Luciano, Claudia, la figlia affascinata fin da adolescente dalle idee comuniste e ribelle alla gerarchia dell'industria, e Marco, che condusse l'azienda al fallimento e che oggi dimora al limitare del suo vecchio regno, nell'ultima porta dello stabilimento, sul lato di piazza Bologna.

Già da qualche anno prima del fatidico 1999, la fabbrica aveva cessato di distillare, limitandosi a produrre liquori con la propria etichetta. Si racconta che gli operai abbiano lavorato fino all'ultima ora di quel fatidico sabato, lasciando le matite fuori posto e le carte sparpagliate sulla scrivania, convinti di ritornare al lavoro. All'uscita della fabbrica, c'era la guardia di finanza che proibì l'ingresso agli operai e a chiunque altro, sequestrando l'intero complesso, che dichiarò la bancarotta nel 2000. Così, nessuno entrò più nella distilleria, il camioncino, con le cassette colme di bottiglie già pronte a partire, restò fermo ai piedi di San Cesario, il registro aperto con la bolla d'accompagnamento oggi è vittima del vento che ne spiegazza le pagine e il successo dell'azienda De Giorgi è ormai evaporato, come l'alcol dalle bottiglie.

Dall'alto della saletta dove nottetempo si faceva baldoria, oggi sono vecchie storie di famiglia ad essere sussurrate, quelle che si intuivano aggirandosi per gli uffici, o guardando di sottecchi le abitudini dei signori. Storie di debiti, di dolce vita goduta senza pensieri, credendo che potesse durare per sempre. E di un ultimo scherzo del destino, che ha visto Errico, il figlio di Marco, trovare lavoro presso l'altra distilleria del paese, la Cappello, che oggi produce la celebre Anisetta, dopo il fortunato acquisto delle ricette e del marchio del terzo impianto di San Cesario, De Bonis.

Le ombre lunghe degli alberi accompagnano all'uscita. A dare l'ultimo arrivederci, sono le installazioni in ferro battuto dell'associazione Variarti che, di recente, ha curato il giardino, con il beneplacito della Fondazione Semeraro, proprietaria dell'area, acquistata all'asta giudiziaria e da qualche mese ceduta gratuitamente al Comune per un uso sociale di un bene che, pur essendo di un privato, appartiene alla storia della comunità.

Per ora, l'opificio continua a dormire, in attesa che vada in porto il progetto che farà dei 18.000 metri quadri del complesso un grande Museo dell'Alcol, il primo dell'Italia centro-meridionale, con un'area virtuale per illustrare la giornata tipo in distilleria, una sala convegni e il recupero delle vecchie officine, per farne botteghe artigianali o presidi Slow Food. Un disegno ambizioso, nato dalla volontà dell'amministrazione comunale di riaprire la distilleria al pubblico e farne di nuovo un luogo brulicante e attivo, un progetto che richiede un budget di circa sette milioni di euro, da realizzare necessariamente a piccoli passi. Intanto, è stata approvata lo scorso luglio una convenzione tra Regione Puglia e Comune che, insieme e con 500 mila euro, provvederanno alla riqualificazione urbana del giardino, inaugurando un parco con punto ristoro, pronto, si spera, per la prossima estate. Un primo passo per salvare dall'oblio la distilleria e restituire al "paese grande" la storia di un'eccellenza tutta salentina.

(ottobre 2012)

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