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Dal carcere di Lecce al mare del Salento: vita nuova, nuovi approdi

Sabato, 23 febbraio 2019 - - Categoria: Attualità

"Ha un po' rotto gli schemi del carcere l'arrivo di una grande barca". E non poteva che essere così, come ha spiegato Rita Russo, direttrice della Casa circondariale Borgo San Nicola di Lecce, dove è "ormeggiata" la "Bon Jovi", imbarcazione di 12 metri. Il suo vero approdo fu nel maggio del 2018 sulle coste di Leuca, a bordo c'erano 60 migranti, di nazionalità curda, pakistana e indiana. Un anno dopo, la barca, sequestrata dalla Guardia di Finanza nell'operazione "Poseidon Sea 2018", è diventata una sorta di "approdo", lavorativo e non solo, per una decina di detenuti, impegnati nel progetto "Mi rifiuto di affondare. Operazione Bon Jovi in carcere", pensato e strutturato dall'associazione Calasanzio Cultura e Formazione.

Un laboratorio, un corso di formazione (per Operatore/operatrice per la realizzazione di manufatti lignei), organizzato con l'assessorato alla Formazione della Regione Puglia e in collaborazione con Alba Mediterranea, affidataria del natante, associazione attiva da tempo nella promozione del mare e della navigazione a vela come strumenti di educazione, formazione, orientamento lavorativo e di inclusione sociale.

Progetto unico nel suo genere in Italia, uno dei tanti avviati nel carcere leccese, dove la barca verrà restaurata per essere "varata", nei prossimi mesi, e riprendere a solcare il mare, a vele spiegate ma con ben altri scopi rispetto a quell per cui è arrivata sulle coste salentine, quando è stata sequestrata dalla Guardia di Finanza. Da traghettatrice di disperazione, diventerà ambasciatrice di legalità.

Ad illustrare il progetto, all'interno della Casa circondariale, oltre alla direttrice Rita Russo, Tonio Cantoro di Calasanzio Cultura e Formazione, Antonio Dell'Anna di Alba Mediterranea e l'assessore regionale alla Formazione Sebastiano Leo, particolarmente soddisfatto per il progetto che rafforza l'operato del suo assessorato all'interno del carcere leccese. Assessore che ha rimarcato la doppia valenza del progetto, utile a contribuire al processo di "umanizzazione" del carcere leccese, voluto e sostenuto dai direttori, come a formare professionalmente detenuti che, dopo aver scontato la pena, si ritroveranno magari uno strumento valido per il reinserimento sociale.

Cuore del progetto di formazione, per il quale verrà rilasciato una qualifica, oltre all'aspetto pratico del recupero della barca, è proprio il coinvolgimento dei detenuti, attorno alle esperienze legate alla conoscenza del mare, della vela e della nautica in genere, e alle leggi, del mare e della vita: lavorare in squadra, affrontare le difficoltà e rispettare le regole.

"Il carcere, così come è inteso oggi, è un po' come un barcone carico di migranti, in entrambi i casi purtroppo c'è l'incertezza dell'approdo dopo il viaggio", ha commentato la direttrice, da tempo impegnata a sostenere e attivare iniziative che coinvolgono i detenuti del carcere leccese, proprio per fornire competenze, strumenti e un bagaglio emozionale per il futuro riapprodo in società.

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