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Mabasta: i liceali contro il bullismo diventano imprenditori

Mercoledì, 10 ottobre 2018 - - Categoria: Attualità

Mabasta! Si cambia gioco, anzi si gioca a fare sul serio. È un gruppo di liceali a dire finalmente stop al bullismo, con il movimento Mabasta, un'espressione di insofferenza verso arroganze e prepotenze, ma anche l'ingegnoso acronimo che sta per Movimento Anti Bullismo Animato da Studenti Adolescenti, nato nel 2016, in una classe di allievi quattordicenni del liceo Galilei-Costa di Lecce.

Dopo due anni e mezzo di incontri, riflessioni, deliberazioni, gli studenti decidono di farsi imprenditori e il movimento diventa impresa sociale, ovvero impegnata in attività di interesse collettivo non a scopo di lucro: una vera e propria startup sociale che ha come fine quello di prevenire i fenomeni di bullismo e del sempre più diffuso cyberbullismo e aiutare con un sostegno emotivo e psicologico le vittime di soprusi e offese.

Chi meglio degli stessi ragazzi, quindi, per aiutare i loro coetanei? Un progetto ambizioso, quello coadiuvato dal professore Daniele Manni, guida e braccio destro dei ragazzi, che mira a una efficace azione di "debullizzazione" a livello nazionale attraverso l'adozione del Modello Mabasta, una strategia antiviolenza, con misure adattate al contesto e all'età dei ragazzi, tra cui la nomina di 'bulliziotti" e "bulliziotte", veri e propri custodi della comunicazione non violenta, e l'istituzione della "Bulli-box", una vera e propria cassetta delle lettere dove raccogliere segnalazioni, anche in forma anonima, di episodi di bullismo.

"Ci auguriamo che, con l'adozione del nostro Modello Mabasta", raccontano gli studenti dell'attuale classe 4°A del "Galilei-Costa" di Lecce, "si possa davvero dare una frenata e una svolta decisiva ai tanti, troppi episodi di prevaricazione che leggiamo tutti i giorni sui media nazionali e internazionali. La nostra "impresa sociale" non ha come obiettivo quello di fare e accumulare denaro, ma quello di tentare di risolvere un grave problema sociale che crea tanta sofferenza e, a differenza di un ente del terzo settore che si fonda su basi volontarie, far sì che possa essere per noi un vero e proprio lavoro, possibilmente ricompensato".

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