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Non volava una mosca, nel castello del jazz

Mercoledì, 24 luglio 2019 - - Categoria: Salento News | Attualità

Il silenzio era d'oro a Taranto, all'interno del Castello Aragonese, lunedì 22 luglio, per il Locomotive jazz Festival.
Una tromba, un violoncello e un bandoneón hanno letteralmente incantato gli astanti, intessendo trame sonore in una rotonda sul mare, come quella di Fred Bongusto. Non è volata una mosca, non è squillato un telefono, nemmeno un fiato si è levato, o carta di caramella è stata scartata: nulla ha interrotto un flusso di note magnifiche che hanno congelato la platea in una serata afosa. La gente, appiccicata alle sedie ha ascoltato immobile Paolo Fresu, Jaques Morelembaum e Daniele Di Bonaventura suonare, per circa due ore, un repertorio variegato, dietro il quale vi era un pensiero ben costruito. Cose che non capitano tutti i giorni. Cose che necessitano di una corsa al biglietto e l'annullamento dal carnet di qualsiasi impegno. Miracoli che ultimamente vanno incastonati e attribuiti in minima percentuale al fato amico e nella restante parte ai giganti presenti sulla scena. Granitici, hanno tirato fuori dagli strumenti linguaggi del mondo che si sono intrecciati tra loro senza lasciare scampo a nessuno. Nulla era lasciato al caso ma ogni brano, introdotto da racconti, aneddoti, motivazioni della scelta. Fresu, arbiter elegantiarum, con garbo e delicatezza, ha fatto gli onori di casa. Di fronte a lui, Daniele Di Bonaventura e il suo bandoneón, con cui è avvezzo a duettare; al centro, in trono, come Zeus, Jaques Morelembaum, violoncellista e pilastro di una fetta quasi mitologica di musica brasiliana (alcuni nomi per le sue collaborazioni, su tutti: Antonio Carlos Jobim, Caetano Veloso, Gal Costa, Gilberto Gil, Maria Bethania, Chico Buarque, Milton Nascimento). Disposti a semicerchio, hanno iniziato suonando Oh que sera. Dato il via, la (rin)corsa dolcissima è saltata da un posto all'altro del globo e da un genere all'altro, senza un minimo scossone per l'ascoltatore: ogni salto fatto creava attesa e ogni pezzo, appena giunto, rassicurava. Dall' Italia, con Non ti scordar di me, al Brasile di Jobim con Brigas, nunca mais e O que tinha de ser, a una ninna nanna bretone dalle tinte forti, a un brano uruguagio, impossibile da non seguire battendo il piede per terra, a Bach, con il minuetto in sol minore, persino a Puccini, da la Bohème, con Il valzer di Musetta, fino alla chiusura, da stendere chiunque: una Samba in preludio di forse 8 o 9 minuti, con l'alternanza di voci tra tromba e violoncello, e il bandoneon tra di loro.

Commovente. Pubblico in piedi, applausi che stentavano ad essere trattenuti, un bis: Te recuerdo Amanda. E nuovamente tutti in piedi. Pubblico e musicisti, scambiando baci e mani in cielo e saluti dal palco reciprocamente.
Cose che non capitano tutti i giorni. Cose per cui correre a comprare un biglietto e ad annullare ogni impegno dal carnet. Senza ombra di dubbio.

(Laura Rizzo)

 

 

foto Locomotive Jazz Festival

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