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Nel cuore del barocco, si schiudono i cortili di Lecce

Sabato, 18 maggio 2019 - - Categoria: Cultura

Basta qualche passo oltre i portoni e i cancelli cigolanti per sentire riecheggiare la storia di Lecce, avere l'impressione di sentire abiti che frusciano e tintinnio di porcellane da tè. Si varca la soglia del tempo con la 25esima edizione di Cortili Aperti, manifestazione organizzata dall'Associazione dimore storiche italiane che offre l'occasione di immergersi nelle architetture e il verde dei giardini nascosti del centro storico di Lecce, animati da eventi musicali e altri intrattenimenti. Le dimore storiche si schiudono domenica 19 dalle 10 alle 13 e dalle 16.30 alle 21.

La caccia alla "Lecce segreta" può iniziare lasciandosi Porta Napoli alle spalle, e avventurandosi, a destra, lungo via Giuseppe Palmieri, dove, dopo palazzo Spada (civico 2a) non passa certo inosservato palazzo Palmieri, al civico 42. Alla facciata severa dell'oggi palazzo Guarini, fa eco quella barocca che dà su piazzetta Falconieri. Il portale durazzesco-catalano conduce all'androne e, quindi, al cortile in cui le finestre a pera si fanno notare prima ancora della scenografica scala che si srotola a destra, lato da cui si accede a un interessante giardino. Il percorso continua svoltando a destra su corso Libertini, per incontrare palazzo Apostolico Orsini che cela al suo interno un affascinante androne dalle volte ribassate e il delizioso giardino sopraelevato, caratterizzato dalle piante orientali, la fontana neoclassica e la scala doppia a rampa ovoidale. È ancora più profondo il segreto di palazzo Ferrante Gravili (civico 54). Oltre a una lastra con inciso lo stemma del Balzo Orsini d'Enghien Brienne, che fa da parapetto al pozzo in fondo al quale scorre il fiume Idume, il palazzo racchiude anche un antico frantoio ipogeo.

Un secondo itinerario può prendere le mosse da via Umberto I. Qui, al civico 28, fa capolino l'antica dimora signorile di palazzo Casotti, dal nome della sobria famiglia veneziana che al Canal Grande preferì la terra ferma della città delle cento chiese. Proseguendo, sullo stesso lato, si incontra palazzo Adorno, oggi una delle sedi della Provincia. Il palazzo si mostra nel prospetto con un imperioso stile bugnato liscio e, una volta varcata la soglia, a punta di diamante. Più avanti, girando a sinistra, si imbocca via Principi di Savoia e palazzo Maremonte (civico 67) poi acquistato dalla famiglia Chillino. Le cronache del Seicento lo ricordano come teatro di un delitto passionale: Francesco Maremonte uccise l'amante della moglie e, dopo aver scontato la sua pena nelle carceri del Castello Carlo V, si riappacificò con la fedifraga. Si gira a destra in via Vittorio de Prioli per ammirare la casa a corte (civico 48) con i due mignani, i cortiletti cinquecenteschi e, alzando lo sguardo al comignolo, i simboli della massoneria.

Il terzo itinerario si snoda dalla chiesa delle Alcantarine (zona Porta Napoli). Imboccando vico dei Protonobilissimo si erge l'omonimo palazzo, oggi Bortone. I nobili della casata, detti "faccipecore", principi di Muro e feudatari di Specchia e Palagiano, dotarono la corte di botteghe, stalle e alloggi per i contadini impegnati negli orti del vicino monastero, ambienti secenteschi su cui, nel primo '800, fu edificata la casa al primo piano. Tornando in via Principi di Savoia ecco palazzo Chillino (civico 4) con il suo "pozzo di luce" circolare nell'androne, mentre, in via Conte Gaufrido, sorge palazzo Guido della casata che lo acquisì nel '700 e che commissionò il rifacimento dei due prospetti (l'altro in via Principe di Savoia) a Emanuele Manieri, figlio d'arte, che in quegli anni donò nuova fisionomia alla città. Da via Idomeneo si arriva a palazzo Gorgoni, anch'esso attribuito a Manieri figlio, con un mirabile prospetto che si fregia del balcone aggraziato con balaustra a petto d'oca e arcate ricalcanti registri borrominiani nel rapporto tra spazi concavi e convessi.

Girando a destra, in via D'Amelio, il secentesco palazzo Martirano (oggi Amabile) porta la firma del rimaneggio del '700, ancora per mano di Manieri. Prima tappa religiosa è la chiesa di San Leucio, cappella gentilizia tra le più belle della città, eretta tra XI e XII secolo, al cui interno ha da poco rivisto la luce un affresco quattrocentesco del santo. Ancora a destra, su via Leonardo Prato, apre palazzo Tinelli, dal prospetto semplice ravvivato da finestre, portoni e balconi distribuiti in misura sobria e raffinata.

Si cambia zona, aggirandosi intorno al Duomo, per imboccare via Petronelli e visitare palazzo Andretta (civico 18), appartenuto al vescovo Domenico Antonio Bernardini e poi al nipote che lo ampliò ammodernandolo. Proseguendo sulla stessa strada si arriva in via Paladini e a palazzo Brunetti con il suo androne tardo-rinascimentale e la "grille d'honneur", una grata che veglia perentoria sul rigoglioso giardino rialzato. A destra, in via Marco Basseo, apre palazzo Bernardini: risultato di diversi rimaneggiamenti, l'attuale aspetto ottocentesco cela le sue origini rinascimentali. Proseguendo verso sinistra, verso via Conti di Lecce, si entra a palazzo Morisco ripristinato da Maria d'Enghien, contessa di Lecce, sulle rovine dell'antico Palatium romano. Più avanti, girando a destra in via dei Perroni, si schiude palazzo Grassi, della seconda metà del '600, attribuito a Giuseppe Cino, incassato tra pilastri che fioriscono di busti nudi di cariatidi e spumeggianti capitelli corinzi.

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