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quiWeb: la poesia nelle strade di Lorenzo Caleca

Mercoledì, 03 ottobre 2018 - Autore/Fonte: Valeria Nicoletti - Categoria: Cultura

Il Salento, raccontato dai nuovi media. Con la rubrica quiWeb, pensata esclusivamente per la rivista on-line, vogliamo farvi conoscere quelle realtà "virtuali" che narrano il territorio con un account Instagram, una pagina fb, scritti fruibili solo su schermo, presentandovi personaggi e "cantori" moderni di un territorio che rivela angoli sconosciuti e punti di vista inediti, esplorati attraverso le tecnologie contemporanee.

Per il nostro primo appuntamento, a parlarci della sua "poesia nelle strade" su Instagram è Lorenzo "barone" Caleca, tarantino, classe 1986. Lorenzo ha trovato nella fotografia una forma di espressione attraverso la quale raccontare la realtà che lo circonda. Nel tempo libero, si interessa di media, comunicazione e territorio. Da qualche anno è alle prese con #poesianellestrade, un nuovo progetto che racconta la strada con il suo microcosmo di realtà. Il segreto per coglierla a pieno: rallentare!

- Come nasce "poesia nelle strade"?

Poesianellestrade nasce per caso nell'estate del 2016. Ho notato che quello che mi piaceva di più fotografare era la strada ed è per questo che ho intrapreso questo nuovo percorso cross-mediale attraverso la sfera web ed analogica passando per il digitale.
Attenzione però: non parlo di "street photography". Mi vedo ancora come un fotoamatore e non come un fotografo, ma credo che la strada sia quello che più mi piace osservare e da cui mi piace attingere per i soggetti dei miei scatti, complice anche l'attenzione a cogliere l'attimo preciso in cui un'azione avviene, un passaggio, un gesto, un avvenimento ma soprattutto complice il setting in cui mi trovo. Da qui l'esigenza di rallentare per osservare al meglio e conoscere tutte le varianti dei posti in cui scatto: dalle scritte sui muri alla luce in determinati periodi dell'anno. Come insegna il regista Baldi nel film "Solino" di Fatih Akin: "quando cammini per questa strada, per esempio, devi osservare tutto come fosse una cosa straordinaria, come fosse per la prima volta!"
Il nome inoltre mi sembrava molto accattivante sin da quando lo lessi per la prima volta in uno scritto del collettivo Wu Ming, Volodja. La differenza fondamentale è che mentre l'immaginario Majakovskij del volume portava la poesia sui muri di una Torino in sciopero io mi limito a cercarla e a riportarla.

 

- Ti definisci un social performer ma anche un flâneur ed il tuo campo d'azione è soprattutto la città di Taranto. Come si racconta questa città attraverso la fotografia?

Quando penso a Taranto mi viene in mente subito il paragone con la città di Zemrude descritta da Calvino ne "Le città invisibili", in cui tutti abbassano lo sguardo e si ritrovano a seguire le linee dei mattoni anche perché - ahimè! - a tenere lo sguardo alzato ci si scontra spesso con le ciminiere all'orizzonte ed è impossibile dimenticarsi della loro esistenza.
È difficile raccontare la città attraverso la fotografia: fotografare l'industria o fotografare il mare? Sono le facce della stessa medaglia e non credo esista un modo giusto di raccontare ma ciascuno costruisce il suo.
A Taranto ci sono nato e vissuto e ci sono tornato di recente per motivi tutt'altro che piacevoli. In quest'ultimo anno, il mio modo di raccontarla è stato quello di catturare la vita di tutti i giorni: le persone, le scritte sui muri, i "personaggi caratteristici", i "trerruote" fino ad arrivare - perché no - agli alberi di fico cresciuti nelle crepe dei muri. Esiste un immaginario tarantino che va fotografato ed è composto dal ponte girevole e dal canale navigabile, dalla marina nella città vecchia, dal ponte Punta Penna Pizzone con le sue forme avveniristiche, dalla Concattedrale e da un bel piatto a base di cozze accompagnato da una birra Raffo.
Forse non basterebbe un album fotografico da matrimonio per raccontare Taranto per immagini o forse la foto migliore sarebbe un bel selfie come a dire: questo sono io e questa è la mia Taranto.

 

- Sono soprattutto gli oggetti, quelli abbandonati, buttati via, a fare la tua poesia. Quali sono le storie che nascono dai rifiuti? Cosa raccontano?

Dai rifiuti non nascono storie, al massimo il cassonetto è il punto in cui termina una storia.
È anche vero però che in quest'anno di vita tarantina ho trovato un sacco di cose curiose: catene attaccate a pali o ad alberi senza niente all'altro capo da assicurare, alcune me le ricordo da quando andavo alle scuole superiori e sono ancora lì. O ancora le scarpe: eleganti e sportive, di ogni stile e dimensione. Le scritte sui muri sono tra le mie preferite e, credetemi, in alcuni casi siamo davanti a vere e proprie poesie urbane (<AMORE, RICORDATI IL SOFFRITTO!!!>). Nella totale incapacità di fare ritratti mi sono avvicinato da poco allo stile "street", complice anche la leggerezza degli smartphone e la lente di un Samsung mezzo distrutto. Ma i miei soggetti preferiti, sono sedie, poltrone, divani, sgabelli... insomma "zittaturi" vari che, tutti insieme, danno vita a #ilsalottobuono.

 

- Cos'è il progetto #ilsalottobuono e quali strade prenderà?

#ilsalottobuono è un progetto fotografico, che nasce quando ero ancora uno studente universitario. Inizialmente voleva essere una raccolta di salotti in case universitarie. Un album di figurine delle "case amiche" e dei loro abitanti. Feci due scatti, uno dei quali sul divano di casa mia, e il tutto naufragò miseramente; tempo dopo, trovai quello stesso divano all'interno del Binario68, lo spazio occupato in via Birago a Lecce. Senza dubbio, quel divano è stato più utile in uno spazio autogestito che dentro il salotto di casa.
Da questo pensiero l'illuminazione: sarebbe bello avere dei posti in cui poter portare tutti questi appoggi e sarebbe bello se questi posti fossero nelle periferie, nei quartieri degradati, nei vicoli dove invece, allo stato attuale delle cose, si vanno a depositare rifiuti ingombranti nell'oscurità. Sarebbe ancor più bello recuperare nelle città il ruolo della piazza, il foro come nell'antichità, in cui discutere tutti insieme e creare spazi di socialità. Sedersi ancora una volta per affrontare i problemi della comunità, sedersi intorno a un tema invece che nelle proprie case avendo una collettività da mostrare e non una intimità arredata a bomboniera mentre intorno tutto cade a pezzi.

Ecco, questo vuole essere il salotto buono. Non una critica, come alcune pagine di denuncia locali hanno pensato commentando le foto con frasi scontate come "che vergogna!" oppure "non è questa la Taranto che vogliamo far vedere!", bensì un invito a riappropriarci degli spazi che ogni giorno ci vengono sottratti. Del resto, essere un flâneur significa anche questo: girare senza avere preconcetti sulle zone innamorandosi ogni volta. La maggior parte dei salotti sono stati trovati in centro a Taranto, a pochi passi dalle centralissime vie dello shopping; parliamo di pochi metri, hai appena comprato una giacca alla moda in una delle più boutique più di tendenza e - puff! - ti ritrovi nel paradiso della spazzatura tra posteggiatori abusivi e situazioni di degrado.

Beh, non credo che il degrado esista così come non esistono zone di serie a e di serie b: credo che certi confini, come gran parte dei confini, siano nella testa delle persone e quando cominceremo a vedere dei punti di partenza dove la società vede dei punti di arrivo forse ricominceremo davvero ad abitare, a vivere e non ad attraversare passivamente non-luoghi.

Di seguito, qualche link per ritrovare Lorenzo on-line.

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