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quiWeb: Piero Percoco, cronache da Sunnicandro

Giovedì, 25 ottobre 2018 - Autore/Fonte: Valeria Nicoletti - Categoria: Cultura

Il Salento, raccontato dai nuovi media. Con la rubrica quiWeb, pensata esclusivamente per la rivista on-line, vogliamo farvi conoscere quelle realtà "virtuali" che narrano il territorio con un account Instagram, una pagina fb, scritti fruibili solo su schermo, presentandovi personaggi e "cantori" moderni di un territorio che rivela angoli sconosciuti e punti di vista inediti, esplorati attraverso le tecnologie contemporanee.

Per questo nuovo appuntamento, incontriamo Piero Piercoco, fotografo, classe 1987, con le sue cronache quotidiane da Sannicandro, anzi Sunnicandro (dall'inglese sun=sole), raccontate essenzialmente attraverso lo schermo di un telefono, nel suo account instagram "The rainbow is underestimated". Dai social alla "vita reale", molti dei suoi scatti sono finiti nel suo primo libro "Prism Interiors" (idea grafica di Jason Fulford ed edito da Skinnerboox), pubblicato quest'anno.

Un lenzuolo bianco steso ad asciugare a pochi passi dal mare, una tavolata di pomodori, una busta di arance e una Madonna Addolorata appesa a un cancello arrugginito. E poi le mani attorcigliate, l'aria di scherno dei bambini, il mare, che resta a fare da sfondo, quasi dato per scontato. Storie maturate al sole e catturate in un clic, in una sorta di neorealismo contemporaneo, di esistenze che scivolano, senza aspettare che arrivi l'arcobaleno.

- Come nasce The Rainbow is Underestimated? Perché questo nome?

È stata una strana coincidenza, quando ero ragazzino incisi su un tavolino di legno la scritta "l'arcobaleno è sottovalutato", insomma il tavolino l'ho ritrovato tutto sconquassato ed impolverato molti anni dopo proprio quando ho cominciato a fare fotografie, quando ho letto quella scritta il cervello ha avuto un collegamento astrale con me stesso. Ho deciso di darmi questo nome perché secondo me era ideale per quello che stavo facendo, mi descrive a pieno e poi, "L'arcobaleno è sottovalutato" è anche una micro poesia, può dire tante cose ed in quel momento ero molto disorientato quando ho cominciato a far fotografie, tutt'ora lo sono molto di più, perché ho preso coscienza di quello che sto facendo.

 

- Un discobolo intrappolato da un'impalcatura. Un gallo dietro un reticolato di ferro. Una nuvola spezzata a metà da un filo della corrente. La meraviglia s'insinua tra le righe del quotidiano. Come avviene l'incontro con queste storie?

Ci rifletto tutt'ora, vivo la vita in maniera leggera nel senso, non voglio farmi intimorire dai cattivi pensieri, dai problemi che tutti noi abbiamo, dalla morte, dalla "disoccupazione", dalla noia, dall'insonnia, dallo sconforto, dalle frustrazioni. Tutte queste "emozioni" esistenti e persistenti a volte sono anche un bene, perché diventa tutto un trip, tipo un allucinogeno, solo che se ti cali nella realtà di che cos'è veramente la vita, diventa peggio di un allucinogeno e cominci a vedere "cose". Essenzialmente sono un attento osservatore, dipende da come sto preso, sta di fatto che tutto quello che facciamo viene dall'inconscio, la fotografia viene da lì, lo sto ancora scoprendo, sono meandri.

 

- Non ci sono chiese, né processioni, né casse armoniche. Cristo s'incontra nella campagna, in mezzo al nulla. La Madonna accanto ai bagni di una scuola. Tuttavia, siamo lontani dal ridicolo, le ambientazioni più spartane e prosaiche sembrano quasi celebrare ancora di più una strana forma di religiosità.

È un paesaggio contaminato dall'uomo antico, rimasto tale secondo me, queste presenze religiose onnipresenti e onniscienti, sotto alcuni aspetti, mi riportano alla mia infanzia, ai tempi del catechismo, dove l'alito del prete ogni volta sapeva di vodka al melone, il ricordo olfattivo è il più potente di tutti i sensi a volte.

Il cristo bianco enorme quello nel cielo di nuvole in campagna, si trova in un benzinaio. Sono presenze che qui si trovano nei posti più improbabili, penso che questa strana forma di religiosità sta proprio nell'incontrare nel quotidiano delle specie di apparizioni, miracoli di cartongesso.

 

- Insieme a Sannicandro, e ai suoi dintorni, ci sono i suoi abitanti. Soprattutto, giovani, giovanissimi a volte, e anziani. Ti concentri sui dettagli, le mani incrociate dietro la schiena, la riga dei capelli, la pancia difficilmente contenuta in un costume da bagno, in una sorta di neorealismo contemporaneo. Cosa raccontano le persone nelle tue foto?

Le mani incrociate da dietro dei signori sono una forma di antropologia, secondo me è un mood del proprio vissuto. Chissà potrebbe essere un argomento di studio, che racconterebbe sicuramente qualcosa di psicologico tipo la postura. I dettagli sono un tormento, le vene, le unghie, i difetti del corpo umano, le screpolature, il trucco sbavato, la saliva, i capelli delle signore uscite dal parrucchiere, ogni giorno mi trovo a osservare e perdermi su certi dettagli maniacali, che tantissime volte sono così assorto che non fotografo nemmeno. Sono cose che alla fine vede solo la nostra mente.

 

- C'è un modello o un immaginario che ti ha particolarmente ispirato?

Lo squallore romantico della vita. L'ego delle persone, quelli che si sentono superiori agli altri, insomma voglio dire che le sensazioni sono la mia ispirazione. Dentro di me quando faccio le foto, sento l'odore o la puzza, metaforica, di quel che è l'essere umano, di quello che siamo.

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