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Vide Cor Meum: la scrittura in carcere con il Collettivo Rosa dei Venti

Martedì, 04 dicembre 2018 - Autore/Fonte: Valeria Nicoletti - Categoria: Cultura

"Un presidio di bellezza necessario per restare umani". È quello che opera nella piccola biblioteca della sezione maschile della Casa Circondariale di Lecce, "abitata" dal Collettivo Rosa dei Venti e dal suo laboratorio stabile di lettura e scrittura creativa "Mondo Scritto", fondato nel 2016 dalla scrittrice e giornalista Luisa Ruggio e da 16 detenuti del carcere di Borgo San Nicola.

Mentre la città scorre fuori, qui, tra libri, parole e tavoli messi l'uno accanto all'altro, in questa biblioteca di comunità "invisibile e periferica", ci si incontra il pomeriggio dal lunedì al venerdì, per tirare fuori dal cassetto storie non scritte, da salvare, da raccontare. Mettere da parte la reclusione e ritornare nella dimensione spazio-temporale attraverso lo strumento umano per eccellenza: la parola. Una vera e propria Scuola, dove ci si confronta e si studia: lettura, scrittura, cineforum, training del narratore, alcune delle materie trattate dal Collettivo.

Mercoledì 5 dicembre, si presenta per la terza volta al grande pubblico, il Collettivo con il suo Terzo Studio "Vide Cor Meum", scritto e teatralizzato dai lettori detenuti, che sceglie di esplorare e colloquiare con le proprie ombre, i luoghi del passato, i paradisi perduti, la casa, i quartieri, l'infanzia, i propri demoni racchiusi in diari spaginati e pensieri tenuti nascosti. Un dialogo al quale è invitata anche la società civile, per ripensare il ruolo e la funzione del carcere, ma non solo. L'impegno per una "detenzione sociale" coinvolge infatti i detenuti per un eventuale reinserimento lavorativo ma investe anche il mondo esterno per rieducare la comunità a riconsiderare sotto un punto di vista altro le storie delle persone private della libertà in seguito ad una condanna.

Luisa Ruggio, animma e guida del laboratorio, ha risposto a qualche domanda per quiSalento.

- Da quale urgenza nasce il laboratorio e come è cresciuto o evoluto in questi due anni?

Ho trascorso metà della mia vita nelle redazioni, nelle biblioteche, nelle case editrici, nei cinema, nei teatri. In questi luoghi, si cresce imparando a proteggere e osservare ciò che sembra in via d'estinzione: le storie, i libri, gli esseri umani, ciò che li rende tali. Chi scrive, chi legge, partecipa a una stesura infinita, uno sconfinamento. Scrivere vuol dire non avere più niente da perdere, per questo gli scrittori amano le cause perse e le storie che li costringono a esplorare i confini del mondo. Due anni fa, ho fondato il Collettivo Rosa dei Venti, in collaborazione con la Direttrice del Carcere di Lecce Rita Russo, perché l'estremo confine del mondo da esplorare e raccontare per me - a 40 anni, dopo quattro romanzi e due raccolte di racconti che mi hanno fatto viaggiare tanto - è più che mai la biblioteca che dentro un carcere garantisce una resistenza all'estinzione di quel che ci soccorre nel tentativo di restare umani: le parole che disgregano i muri, le storie che siamo e portiamo in dono.

Questa è una cosa che il carcere mi insegna ogni giorno: finché hai una storia da raccontare, anche se tutto è perduto, tu non sei perduto, resti umano. Se qualcuno ascolta la tua storia, nessun libro potrà estinguersi schiacciato dall'Era Touch, dalla superficialità dell'abitudine a ingollare informazioni senza soffermarsi davvero su niente. Perché oggi sembra che leggere e scrivere non significhi più niente, eppure tutti sono convinti di esserne capaci. Paradossalmente, il carcere è la frontiera che apre la strada ai libri, all'attesa, alla pazienza, alle lettere di carta, al tempo di una telefonata, alla poesia degli sguardi, alla potenza dei veri abbracci.

Il laboratorio si autofinanzia, grazie al lavoro volontario - al mio fianco ogni giorno c'è la fotografa Veronica Garra - il Collettivo vive il carcere come un'accademia formativa e una tavola rotonda. Leggiamo a voce alta, ogni giorno, scriviamo insieme, resistiamo e nel terzo studio raccontiamo tutto quello che si può costruire, un libro alla volta, una persona alla volta, senza aspettarsi nulla in cambio. Raccontiamo l'altro tempo, quello tra le mura, l'altra storia, quella che si cela dietro i numeri, l'altro cuore, quello che chiede la parola. Con urgenza. Eccola l'urgenza.

 

- "C'è qualcosa in noi che non vuole esporre, nero su bianco, i fatti, per timore che li si prendano per la verità, la sola verità". È come se la scrittura allontanasse dalla biografia, dalla verità, dall'unica verità, quella messa nero su bianco, per raggiungere una libertà altra, quella di arrivare sempre alla verità, ma per un'altra strada, riscrivere una propria versione della storia. Come avviene questa presa di distanza e questo riavvicinarsi alla propria storia per vie diverse?

Sì, è una citazione tratta da "Il codice dell'anima" di James Hillman. Un buon punto di partenza, uno spunto, che ha guidato insieme a tante altre letture la nostra ricerca per la stesura del Terzo Studio. Quando si scrive un romanzo, un racconto breve, talvolta ciò che si ricorda e ciò che si inventa sono la stessa cosa, tutta la letteratura trova in questo equilibrio dello squilibrio la sua forza propulsiva. Ed è peculiarmente umano, del resto, chiunque trova infiniti pretesti di autobiografia: consigliando un film agli amici, condividendo le fotografie di un viaggio, decidendo quali oggetti salvare nel bel mezzo di un trasloco, cose così sono processi di rivelazione alla stregua della stesura impossibile del romanzo di una vita qualunque.

Nelle storie espresse dal Collettivo Rosa dei Venti, in questo diario spaginato che è il nostro terzo studio Vide Cor Meum, in particolare, questo andare dritto al cuore di ogni storia avviene proprio perché tutto è già accaduto, i paradisi sono già andati perduti, non esiste scrittura senza esperienza della perdita e della distanza da ciò che credevamo essere la fine dei mondi possibili, l'Anno Mille dei momenti fatali che ognuno di noi ha vissuto sulla propria pelle.

Le pagine, come le lettere, nascono sempre da un'assenza che la scrittura riscatta. Ecco perché abbiamo scelto questo titolo per il terzo studio, è un omaggio all'assenza e alla perdita di Beatrice la cui distanza ha nutrito Dante Alighieri, al punto da innescare in lui l'invenzione dell'Inferno, la Divina Commedia, ma soprattutto quel sonetto che ha ispirato il compositore Patrick Cassidy e che ha guidato il nostro avanzare di ritorno, manovra cara agli antichi navigatori tanto quanto ai raccontastorie.

 

- Come si svolgono i pomeriggi di scrittura?

Ogni pomeriggio, dal lunedì al venerdì, ci incontriamo nella piccola biblioteca della sezione maschile del carcere di Lecce che ad oggi vanta un patrimonio librario di diecimila volumi. Nelle fasi di studio e valutazione dei temi propedeutici alle fasi di scrittura collettiva, propongo una selezione di romanzi che leggiamo a voce alta passandoci i libri di mano in mano come avveniva anticamente nei monasteri, vediamo e commentiamo i film tratti dai libri degli autori che leggiamo, ci inoltriamo gradualmente nelle fasi laboratoriali di esercitazione scritta attraverso la narrazione orale, l'allenamento all'ascolto dell'altro, quindi la trascrizione, la ricerca del proprio linguaggio, la scoperta del proprio stile e la ricostruzione di un clima e un'atmosfera che ne siano l'infuso.

Poi ci dedichiamo allo strumento musicale che è la nostra stessa voce e impariamo ad indossare le nostre storie attraverso l'osservazione dei gesti che il nostro corpo scrive nell'aria quando parliamo, camminiamo, viviamo. Una volta individuati i temi portanti, le urgenze e i patti narrativi da mettere a frutto, iniziamo a lavorare alla stesura, quindi al montaggio, all'editing. Nei periodi in cui non lavoriamo ai testi, accogliamo artisti ospiti in residenza per un giorno di lezione e sperimentiamo nuovi linguaggi e altre discipline, queste lezioni rientrano nel calendario di quel che chiamiamo Festival Invisibile, si svolge tra le mura quando arriva la primavera e ci aiuta a continuare a crescere. In tutti questi passaggi, la documentazione costante di Veronica Garra che mi coadiuva nella ricerca fotografica è fondamentale, diventa testimonianza, diventa la camera oscura in cui possono finalmente riaffiorare i nostri veri volti.

 

- La scrittura si connota inevitabilmente come riflessione sui luoghi del passato o del presente: l'aula del processo, la cella, il carcere, il quartiere dell'infanzia, la scuola. Tecnicamente, o letteralmente, la scrittura come può aiutare a cambiare, o riconsiderare, la percezione di questi luoghi?

Forse solo la scrittura ha il potere, non direi di cambiare, bensì, cosa ancor più importante, rivelare e rendere davvero reale la percezione di questi come di altri luoghi o specchi infranti che riflettono il nostro nome, la nostra storia. Perché ciò che ci connota in quanto esseri umani è la parola, noi siamo le nostre parole, la nostra scrittura è un corpo, il corpo, non a caso parliamo di corpo scritto, la scrittura che torna in questi luoghi è il luogo che li riammaglia tutti senza mai giudicarli. Ecco perché può aiutare e di fatto aiuta, perché quando scriviamo o leggiamo facciamo esperienza di un modello d'intensità, una specie di cortocircuito, uno stato di grazia.

 

- Dopo la riflessione, la stesura e poi l'incontro con l'altro, con il mondo "di fuori". Ci sono, e se ci sono, quali sono le attese da questa terza presentazione pubblica?

Parlare di attese in carcere, inevitabilmente, è parlare del ponte invisibile che lega e sospende le vite delle persone private della libertà e quelle dei loro cari. Queste sono le attese. Il resto è gioia, è volontà di condividere ancora, ogni giorno, con semplicità, con umiltà e fiducia, questo laboratorio quotidiano che ci rende una comunità e ci fa restare umani. Ci piace pensare che tutto quello che viviamo da due anni, grazie all'impegno immenso di quanti ci supportano semplicemente facendo con amore il proprio mestiere, durante questi momenti pubblici possa far sentire a chi sceglie di condividerli con noi il significato profondo di queste parole di Don Tonino Bello: "Attendere: infinito del verbo Amare."

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