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Alberto Piccinni | L’arte del riciclo e dei suoni e qualsiasi oggetto diventa musica

di CARMEN TARANTINO

Il palloncino fucsia, grosso e tondo come quelli delle fiere di paese, si gonfia fino a mostrarsi in tutta la sua pelle lucida e fluorescente. I bambini se lo ritrovano proprio all'altezza del naso e strabuzzano gli occhi. Quasi non credono a quello che stanno vedendo e ascoltando.

Perché, mentre piano piano il palloncino si sgonfia, un suono polifonico, imperfetto ma bellissimo, viene sprigionato da decine di tubi e tubicini di plastica, teste di vuvuzela, pistoni e altri marchingegni, ricavati dio solo sa da quale cumulo di cianfrusaglie dimenticate in cantina. Tutti pezzi meticolosamente assemblati con nastro adesivo, elastici, sugheri, cannucce e cordicelle. Il musicista appare serio e concentrato su questo straordinario strumento, simile a una cornamusa, ma fabbricato con materiali che il senso comune relegherebbe senza alcun dubbio alla spazzatura.

Il suo nome è Alberto Piccinni, 30 anni, originario di Montesardo (piccola frazione di Alessano) che di mestiere fa tutt'altro: "Non sono un musicista formale", spiega, anche se ha un passato di chitarrista per i Muzac, band salentina apprezzata che suonava progressive e post rock dalla fine degli anni Novanta (sites.google.com/site/albertopiccinni). Alberto nella vita fa cooperazione internazionale e gira il mondo per realizzare progetti di volontariato: Egitto, Argentina, Irlanda, Portogallo, Francia, Germania, Spagna... Tra i tanti, c'è un luogo da cui non sa più allontanarsi, tanto da volerne portare un pezzo nel Salento: è un campo sperduto nel deserto del Sahara, al sud dell'Algeria, allestito per i rifugiati del Saharawi, un popolo che vive la condizione di "stato in esilio" nella propria terra d'origine.

Da quattro anni l'associazione di Alberto porta un gruppo di bambini Saharawi, con vari problemi di disabilità, a trascorrere l'estate nel Capo di Leuca. Questi bimbi sono ormai di casa nella zona sudsalentina e conoscono bene la sua arte creativa, riuscendo anche a prendervi parte. Il progetto per i piccoli Saharawi sta anche permettendo di aiutare una bambina alla quale, grazie a un intervento chirurgico in Puglia, saranno cancellate le cicatrici delle ustioni che ha su tutto il corpo.

"La musica non è il mio mestiere", sottolinea più volte Alberto, che pure sembra in grado di far suonare qualsiasi cosa. Come un cantastorie contemporaneo, incanta e incuriosisce decine di bamibini, ma anche di adulti: lo vedi aprire, con fare calmo e compassato, una valigetta 24 ore recuperata da un mercatino delle pulci e, tutto ad un tratto, esibire una sfavillante batteria realizzata con barattoli vuoti di varie misure, come quelli dei pomodori pelati, richiusi da frammenti di palloncino stesi lungo l'orlo dei contenitori. Mai più buttare un palloncino rotto, perché rinascerà membrana per strumenti a percussione! Legacci di plastica e piccoli stecchi di legno completano l'opera e danno il via a un piccolo concerto. Un genere che si tenta di classificare nelle correnti della Junk music, musica prodotta secondo criteri di sostenibilità e con materiali di riciclo.

Si può incontrare Alberto Piccinni in una scuola, per un laboratorio di educazione all'ambiente e al suono, o in un angolo di una strada per un'esibizione pubblica, un vero e proprio concerto, pizzica inclusa: ovunque e sempre la curiosità dei piccoli diventa partecipazione diretta, trasformando i live in laboratori di costruzione e sperimentazione sonora.

Certo, più facile a dirsi che a farsi: "Insegno ai bambini a imparare dai fallimenti", spiega, "quello che conta non è il risultato ma il percorso. Dal fallimento nasce la creatività: insegno loro a scoprire perché qualcosa non funziona e quanto è importante avere un flautino tra le mani, ricavato da una cannuccia da bibite, e 'rompere le scatole' finché non si riesce a farlo suonare, cercando sempre di migliorarsi".

Intanto Alberto non lascia il tempo di esclamare meraviglia a quanti assistono alle sue performance, che già tira fuori un altro marchingegno "homemade": una scatoletta di tonno montata su una barra di legno, in grado di sprigionare le vibrazioni, aspre e ballerine, di un violino zigano. L'entusiasmo lievita scoprendo che un semplice sottovaso, con intorno decine di tappi da birra, può diventare un tamburello, e sale alle stelle udendo uscire il suono jazz di una tromba da un imbuto di plastica, unito a un tubo di termosifone.

"Paradossalmente, alcuni musicisti hanno più difficoltà dei bambini a suonare i miei strumenti", rivela Alberto, "non tutti ci riescono, ma alcuni di loro hanno trovato un feeling: il segreto sta nella capacità di mettersi in gioco". Questa voglia di sperimentarsi e di giocare ha dato vita a una rete di collaborazioni con artisti e musicisti in tutto il mondo: "Sono magie che si creano, senza alcuna formalizzazione", racconta.

Magica, creativa e autoironica come la collaborazione con il percussionista Riccardo Laganà (Kalàscima, Radiodervish, impegnato quest'anno anche con Ludovico Einaudi). Due artisti, diversi per estrazione e formazione, hanno costruito insieme il side project acustico "Diavolo del bosco", un viaggio musicale dal Nord Europa al Mediterraneo fatto di ritmi folk e melodie arcaiche, improvvisazioni ed evocazioni spirituali: "Giocare con la musica è un modo per scoprire dimensioni interiori", spiegano i due musicisti, "capacità recondite che spesso restano assopite nella formalità delle convenzioni".

"Risolvo qualcosa in me stesso", la riflessione di Alberto Piccinni si spinge oltre quello che mostra: "imparare a costruire uno strumento in questo modo, è un po' come farsi un viaggio dentro e tornare fuori con quello che si è riusciti a trovare: molte cose dimenticate, tante qualità e sensazioni che non si aveva idea di possedere, compreso l'imbarazzo di non riuscire a dare la forma immaginata e il suono che si sperava. O, viceversa, riuscire a tirar fuori quello che non ci si aspettava. È come fare un'esplorazione dentro, uscire e scoprire di essere creativi e di non averlo mai saputo". Mettersi in gioco di continuo, sentirsi a casa in ogni luogo, un po' come la generazione a cui appartiene lo stesso Alberto, un po' come la condizione dei bambini Saharawi, a cui si sente così legato.

Nella sua riflessione da creativo, Alberto delinea un'interpretazione inversa dell'ormai abusato concetto della precarietà: "Possiamo tutto, siamo in grado di voltare pagina, di chiudere un libro e aprirne subito un altro. Possiamo smettere di essere un sottovaso e diventare tamburello, possiamo girare il mondo e portare in un piccolo centro del Sud Salento un concerto di un'artista Saharawi, bravissima, di cui pochi o nessuno ricorderanno il nome ma di cui tutti conserveranno nella memoria la bellezza della voce". Il processo è impagabile e vale più del risultato.

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