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Alla ricerca del suono giusto

di VALERIA RAHO

Nuvole di fumo galoppano a mezz'aria. Si dissolvono come niente, a pochi palmi dalla testa. Giuseppe Luparelli le segue con lo sguardo. Per un liutaio, abituato a non stare con le mani in mano, devono funzionare da scacciapensieri, nell'attesa della raffica di domande che da lì a poco lo attende.

Basta una stretta di mano per presentarsi a Stone Age, paradiso in terra per chitarristi e bassisti da due a quattro corde, perchè i convenevoli sono banditi fin dalla soglia del piccolo laboratorio leccese, sul limitare di via Fiume. Un luogo frequentato da musicisti navigati, con anni di palchi alle spalle, che da Giuseppe giungono con una preghiera soltanto: trovare il suono giusto. Già, il suono giusto. Una sorta di Sacro Graal per i patiti degli strumenti a corda. Facile a dirsi, meno a farsi. Troppe variabili, troppe incognite. "Qualcosa di inafferrabile, non impossibile", spiega da subito Giuseppe, che per natura deve amare le sfide. E vincerle.

Per questo motivo Stone Age è il nirvana per gli amanti del rock. E' il covo, il rifugio. Il "bar Mario" delle sette note. Appollaiati al bancone della piccola liuteria, gli artisti si fermano per un saluto fugace o per fare comunella. Capita che qui si discuta, che si aprano estenuanti bracci di ferro tra il partito del frassino e il campanile del mogano: in ballo, un solid body di un basso elettrico, mentre l'ultimo arrivato spulcia riviste di settore alla ricerca di un potenziometro vintage, nel migliore dei casi uscito di produzione nel '66. Dall'altra parte del bancone, Giuseppe ascolta. Alle richieste, in nessun caso manda avanti un rifiuto. Con fare composto, questo liutaio metropolitano preferisce rispondere con un "assolutamente sì", oppure un più cauto "si può fare" e già pensa alla prossima fiera, dove di certo potrà barattare qualche accessorio limited edition con l'oggetto del desiderio. Come si suol dire, mai dire mai.

La differenza è tutta qui: c'è chi vende strumenti a corda e chi li costruisce. I primi sono commercianti: hanno a che fare con la musica, ma non è detto che la amino. I secondi sono liutai. Razza rara. Artigiani di sogni. Sono uomini solitari, per natura. Non fanno gruppo, non conoscono categoria. Sono schivi, restii a far trapelare i loro segreti. Sono uomini capaci di struggersi per un dettaglio, per un nodo o una venatura di troppo. Uomini abili nel cucire addosso un suono, come un vestito.

A differenza di un negoziante, un liutaio non si dannerà mai per un acquisto non andato in porto, per i pomeriggi, le nottate a volte, consumati nella scelta dei legni, delle fibre, della stagionatura ideale. Un liutaio sa che spesso il mercanteggiare infinito di un desiderio può concludersi con un nulla di fatto, ma poco importa. In ogni caso, avrà guadagnato un amico che tornerà a trovarlo in futuro, c'è da starne certi.

Giuseppe Luparelli è di questa pasta. La sua aurea traspare dall'aspetto. Ma non sono i piercing, tanto meno i tattoo del Sol Levante a dirlo. A tradirlo è invece il suo sguardo: morbido, languido a tratti, quando parla dei suoi bassi dalle incredibili palette ergonomiche, delle casse armoniche realizzate persino con cassette di vino, dei stravaganti innesti tra una slide guitar e un theremin. Non serve essere delle volpi per capire che sarebbe capace di far suonare di tutto, diavolo di un uomo. Le sue creature non le abbandona mai, neanche per un istante. Ha troppo rispetto per quei piccoli capolavori di pazienza che, su commissione o per diletto, riesce a materializzare dopo mesi di lavoro nella sua liuteria, fresca di inaugurazione.

Dopo lustri trascorsi a lottare con il tempo e lo spazio di un seminterrato umido, finalmente Giuseppe è riuscito a realizzare il suo sogno: Stone Age. Due locali in tutto, nel quartiere più popolare di Lecce, il rione San Pio, tra uno stuolo di botteghe e botteguccie che gli fanno compagnia. Il nome cela un ritorno karmico alla semplicità della vita. Bando ai fronzoli, al posto fisso, pur di tirare a campare. Dall'alto della sua giovane età, Giuseppe ha capito che è tutto tempo perso, se non si coltivano le passioni di una vita. Anche Stone Age è una sua creatura: legno dopo legno, ha tirato su il laboratorio tra ante d'armadio capovolte e tavoli costruiti di suo pugno. Eppure ogni arredo sembra nuovo di zecca.

La prima sala è soppalcata. Un corrimano a mo' di chitarra conduce al primo piano, dove trovano posto scrivania e impianto stereo. Lontani da occhi indiscreti, i musicisti si accomodano nelle famigerate serate d'ascolto, così le chiama lui, alla ricerca del suono perfetto. Nè più nè meno che una seduta di psicoterapia da sindrome da pentagramma. Accanto al bancone una porta punta dritto al cuore del suo laboratorio. Da subito tiene a chiarire che si tratta di una zona off-limits, "anche per gli amici e i clienti di riguardo come Alborosie o Emanuele Pagliara degli Aretuska, che conosco da una vita". E non di certo per ragioni di ritrosia creativa: qui, Giuseppe ha a che fare con rulli, seghe a fasci, martelli, chiodi, vernici. Non si scherza, in questa piccola falegnameria per strumenti a corda.

Giuseppe si muove con disinvoltura tra i tavoli: cammina a occhi chiusi nella liuteria. Forse gli basta ascoltare le vibrazioni dei legni. Qui, la materia soffia, trasuda acqua, si mette in sesto. "Il legno è materia viva", sentenzia. "Per questo motivo, quando realizzo un basso o una chitarra, preferisco utilizzare vernici al nitro, che permettono al legno di respirare". "Per i miei bassi (le creature che realizza "a tempo perso", ndr)", dice, "non amo utilizzare tinte coprenti. Solo vernici trasparenti. In questo modo, vengono fuori tutte le marezzature. I disegni naturali del legno".

Nella bottega di Giuseppe, una muffa che per qualcun altro potrebbe apparire un difetto, diventa virtù. Una pietra preziosa, che rende un pezzo unico e impagabile. Nelle sue mani una chitarra elettrica può mutuare dalla filosofia Fender la brillantezza dell'acero. Dalla casa madre Gibson, i pick up o il battipenna realizzato con olio di gomito e carta vetrata. Il risultato? "Un suono senza uguali, più che giusto. Perchè è solo questione di gusto, dipende dal tipo di musica che fai, da cosa ti piace, cosa cerchi".

Malgrado il suo atteggiamento zen, le parole misurate, senza sbavature, non è facile stargli dietro mentre sciorina i nomi dei legni, le tipologie di taglio, le sottigliezze delle tempre. I silenzi si seguono nella foga degli appunti. Giuseppe non sembra farci caso. Con i pieni e i vuoti deve aver fatto i conti in passato, dati i suoi trascorsi nel mondo della musica come chitarrista dei Cosmica, storica band dell'underground leccese, mescendo allo spirito mai sopito del rocker il tipico atteggiamento dell'artigiano, di chi è abituato a fare molto, meno a parlare. E alla domanda "Chi l'avrebbe detto, in fondo, che alla fine saresti approdato qui?", Giuseppe non ha dubbi: "Io l'avrei detto. L'ho sempre saputo...".

(novembre 2011)

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