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Arneo/Fremiti, emozioni e preghiere al vento dei patriarchi verdi del Salento

di VALERIA RAHO

Strani i modi con cui gli uomini decidono di fermare la propria fama. C'è chi preferisce legarla alla nebulosa del tempo e chi innalza gesta destinate a conquistare pagine di storia. Accade questo tra Avetrana e Torre Colimena, dove l'orizzonte è tagliato a piombo dalla singolare rivalità che incombe (loro malgrado) tra l'antica sentinella del mare e un moderno campanile. Una stranezza come tante, si potrebbe obiettare. Ma, se si spulcia nella storia d'Arneo, estrema propaggine della provincia di Lecce, si intuisce subito che l'elenco dei paradossi potrebbe continuare all'infinito.

Arneo, dolce Arneo. A guardarlo ora, quasi si stenta a credere che questo "bubbone" fu culla di morte, fame e lotte di contadini piccoli-piccoli che senza vergogna piansero calde lacrime al capezzale di un rogo di biciclette.

Qui, a nord-ovest, dove baroni e gendarmi non mordono più, vegliano altri "giganti". Prima di votarsi completamente a loro, l'immagine di quel capriccio umano cattura per l'ultima volta l'attenzione della nutrita tribù di Arneotrek sparpagliata intorno a Perrino, una masseria calcinata dalle finestre amaranto, le cui fondamenta schivano i banchi rocciosi camuffati nella terra. La piccola costruzione di inizi Novecento è per tutti debutto e traguardo di un lungo cammino nell'Arneo sulle tracce dei "patriarchi" fatti di radici e foglie, che se accarezzate da un fremito, cantano ancora preghiere nel vento.

Poi, lo sguardo dei "pellegrini" digrada, si lascia alle spalle la linea assolata del cielo per seguire Roberto D'Arcangelo, comandante in capo di un clan eterogeneo, formato da molte "etnie": infatti, tra i fedelissimi trekker dell'Arneo, che di domenica in domenica rinnovano il loro appuntamento, militano anche "cicloamici" e qualche esperto speleologo che, oltre all'oscurità del sottosuolo, non disdegna le raggianti bellezze della campagna.

Quando il sole è ancora alto e la combriccola taglia il nastro della partenza, il passo allenato di Roberto fa da apripista su un lungo sentiero polveroso, ai cui lati la campagna si colora dello smeraldo dei lentischi e degli onnipresenti ulivi, schiarito dal giallo disobbediente della sterpaglia. Il cammino è in lieve discesa, il passo cade senza peso sulla strada priva di ostacoli: svelto, molto svelto, quasi quanto lo sguardo indeciso se soffermarsi tra le tante specie che spuntano oltre lo spigoloso muretto o alzarsi fino ad un'indistinta boscaglia che fa capolino all'orizzonte. In men che non si dica, si raggiunge una strada asfaltata, si supera questa piccola avvisaglia di modernità sotto lo sguardo vigile di Roberto, che invita il gruppo alla compattezza: "Il cammino è solo all'inizio", avverte con un sorriso d'incoraggiamento, "e poi il bello deve ancora arrivare!"

Pochi metri e il precedente scenario disegna una quinta diversa nella campagna, che inizia a farsi irregolare, spezzata dalle mulattiere su cui frammenti di ceramiche, provenienti da vecchi casini, si confondono con ciottoli senza alcuna velleità. Allo sparuto gruppo che si trattiene in coda, Rino Giangrande, habituè tra gli Arneo-trekker, spiega: "Vedete l'entroterra di Avetrana? Qui, iniziarono a prendere piede le prime masserie fortificate.
Nessuno aveva il coraggio di costruire lungo la costa. Del resto, Torre Colimena vegliava sull'incolumità del territorio: ma nel periodo aragonese, doveva essere l'unica costruzione sulla radura". E poi continua: "A proposito... conoscete per caso la storia del pirata di Avetrana? Si dice che avesse dato un colpo di spugna alla sua vita e si fosse convertito all'Islam. Un giorno, a bordo di un galeone, fece ritorno a Torre Colimena, la costa natale. Ma, a quella vista, non seppe resistere al suo richiamo e, in barba agli accordi, preferì schierarsi con i suoi concittadini, piuttosto che vederli cadere sotto le scimitarre". Non a caso Rino preferisce parlare di storia anzichè di leggenda, perchè nella propria casa conserva una stele in carparo su cui un anonimo scalpellino appuntò "memini", un perentorio "ricorda", forse a monito di quell'episodio.

L'ennesimo sipario scivola in terra e la Palude del Conte accoglie la combriccola che reclama un po' di tregua: allora Pietro Scarciglia, studioso e "storico" del gruppo, ne approfitta per prendere la parola e, oltre a spiegare con semplicità l'idrografia del luogo, rammenta il tempo in cui il pesante nomignolo di "terra di morte" pesava sull'agro di Avetrana e dei battibecchi, annotati con dovizia degna di un azzeccagarbugli dell'epoca, tra il potente conte Filo e il nobile Francesco Lanzilao che cercavano di scaricare, ora su uno ora sull'altro, la bonifica di quelle terre. Poi, Roberto riprende il tragitto che si fa più impegnativo, ma non certo impossibile: fuggendo gli aculei del ginepro, si cammina lungo un corridoio erboso, prima di arrivare nel vestibolo della Serra degli Angeli e proseguire la marcia lungo i canali costellati da daphne, una pianta dall'aspetto apparentemente innocuo, la cui radice veniva battuta dai pescatori di frodo per far perdere nell'acqua l'orientamento ai malcapitati animali ed indirizzarli nelle reti tese nel condotto.

Si giunge a Fellicche, una masseria villaggio autosufficiente che un tempo costituiva un'importante stazione per la transumanza dei pascoli scesi fin da Martina Franca; le sue case brillanti di calce accolgono una piccola comunità di agricoltori, dedita al lavoro della terra in uno sterminato uliveto con ben ottomila piante secolari e seimila nuovi esemplari. Paolo Basile, agronomo e proprietario della tenuta, avverte che la regina della masseria è la cellina, una varietà autoctona che potrebbe ancora spremere nel piccolo frantoio, "un residuo di archeologia industriale ma ancora funzionante", tiene a sottolineare.

Nell'agro della vasta campagna, riposa il "colosso" dell'Arneo: nel silenzio del circondario, la piccola processione si presenta al cospetto di questo poderoso ulivo, un vecchio saggio il cui folto ombrello offre una carezza d'ombra a tutti i "camminanti". I coinquilini che alloggiano tra i suoi rami si congedano, disturbati dall'eco di incomprensibili suoni a metà tra l'incredulità e la sorpresa. "Non basterebbe l'intero "albero genealogico' della mia famiglia per avvolgere il fusto", osserva con una battuta Rino. Già, a meno che non sia riuscito a risalire anche ai secoli bui della saga familiare, stilando la bellezza di undici metri di documento, difficilmente il signor Giangrande sarebbe riuscito a coprirne il diametro.

Qualche passo indietro, qualche passo in avanti: la compagnia abbozza una sorta di strano balletto per cogliere, in un colpo d'occhio, la mole della cattedrale frondosa e, infine, toccare gli intagli sulla corazza ruvida del gigante che, come un gatto, distende le sue radici nodose nel terreno e con lo stesso portamento sornione, sembra guardare i trekker dall'alto in basso. Le mani scorrono ogni rilievo della scultura vivente che, a stento, lascia trapelare un raggio di sole oltre lo scudo della chioma. Al suo cospetto, ciò che comunemente passa sotto il nome di "superiorità umana", perde valore e le certezze evaporano in un senso di soggezione. Forse è vero che "la terra non sarà mai nostra", come cantavano i braccianti in lotta, e siamo solo ospiti sulla schiena di un titano capace di sopravvivere al tempo. E chissà quante ne ha viste, questo minareto di radici, quante pagine di storia avrebbe potuto scrivere con i suoi rami tentacolari. Può darsi che abbia fatto da covo ad un brigante vagabondo o, chi può dirlo, prestato la sua altezza a qualche vedetta, conquistando così l'eterna gratitudine del villaggio. Chissà.

A fargli compagnia, poco più in là, un maestoso carrubo: sopravvissuto a una tromba d'aria nell'inverno, il sempreverde è una cupola altrettanto smagliante e luminosa e Roberto, con un balzo felino, ne approfitta per guardare il panorama da una posizione privilegiata. Mentre il sole scende a picco, i "fratelli minori" sparsi nella campagna e le sassaie ammantate d'edera, porgono il saluto al clan rinfrancato dalla visione di quei grattacieli naturali.

Tra le cave arse dal tramonto e altre bizzarrie della natura, come i due ulivi dalla chioma "gemella" che segnano il passo rilassato di questo pellegrinaggio nell'Arneo, si guadagna il ritorno con un chiacchiericcio sommesso ma fluente. Pietro, con la sua solita cortesia, dispensa ancora "chicche" storiche, mentre Roberto incoraggia la ciurma alla visione di Perrino che, sulla collinetta, si appresta alla sera. Uno sguardo fugace segue l'orizzonte: Torre Colimena è ancora lì, come del resto il campanile, ma solo dopo tanto incedere, diventa facile capire il perchè del tradimento di quel filibustiere incallito. Solo ora, dopo tanto camminare, resta impresso quel "ricorda".

(settembre 2010)
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