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Bosco e Paludi di Rauccio

di ANTONELLA GALLONE

E' l'ultimo bosco dell'antica Foresta di Lecce: si estendeva a perdita d'occhio il polmone verde del Salento che, sullo scorcio del XIII secolo, ricopriva di lecci la fascia costiera da Otranto fino a Brindisi. Di quella foresta, falciata per far spazio a campi coltivati e uliveti, non resta che un prezioso frammento, il bosco di Rauccio che, per la natura rocciosa del suolo, è scampato alle asce dei "macchialuri", i boscaioli salentini che abitavano le "pajare" dell'entroterra.

Tra le scartoffie d'archivio affiora la storia di Raguccio Maresgallo, l'antico massaro dei feudi inglobati nella riserva che dà il nome al Parco Naturale Regionale "Bosco e Paludi di Rauccio", il primo istituito nel Salento con la legge regionale n. 25 del 23 dicembre 2002. Il viaggio inizia sulla provinciale Lecce-Torre Chianca, svoltando in direzione Casalabate fino ad imboccare una stradina in terra battuta costeggiata da ulivi e cipressi che conduce ai piedi della masseria Rauccio. Il panda del Wwf fa capolino da una delle finestre del complesso masserizio fortificato, fondato intorno al XVII secolo a difesa degli agricoltori dalle scorribande dei briganti e dei pirati turchi. Le pietre color ocra di una cappella diroccata evocano le preghiere silenti dei padri predicatori del convento di Santa Maria dell'Annunziata fuori le mura di Lecce, a cui la masseria apparteneva fin dal 1755. Ultimo testimone della devozione contadina, l'altare emerge tra le rovine delle volte sepolte sotto il peso dei secoli. Poco distante, nel verde tinteggiato dal giallo dei fiori di campo, si erge il rudere dell'antica torre colombaia al cui interno un albero di fico ha ben pensato di mettere radici. Basta il debole scricchiolio dei passi e lo stormo di colombi, che nella scacchiera di nicchie aveva trovato rifugio, si leva fragorosamente in volo.

Trekking, cicloescursioni, gite in canoa e laboratori per bambini conducono alla scoperta delle antiche radici della terra salentina, tra le architetture della natura e l'eredità della tradizione rurale. Luisa Fiammata, vice presidente della cooperativa "Terradimezzo" a cui sono affidate in gestione tutte le attività didattiche e di ecoturismo entro i confini della riserva, conosce il parco di Rauccio come le sue tasche. Dalle impronte lasciate dal tasso sul terreno umido alle rare fioriture purpuree della campanella selvatica, svela i piccoli grandi tesori di Rauccio.

Ad aprire il "Centro Recupero Tartarughe Marine", accolto nello spazio adiacente alla masseria, è Gianpiero Donno, un solerte volontario che mostra con orgoglio le sue creature strappate al pericolo. Varcata la soglia d'ingresso il profumo di mare racconta di una libertà mutilata. Il musetto curioso di una caretta caretta emerge dall'acqua delle grandi vasche e, sguazzando affannosamente con una zampetta recisa, si avvina come per dimostrare di aver perdonato l'uomo e le sue diavolerie. Tra le insidie del Mediterraneo, le tartarughe marine finiscono sotto le eliche dei motoscafi o ingoiano rifiuti, le micidiali buste di plastica prima di tutto, per poi essere raccolte dagli angeli del mare e curate in questa piccola clinica a misura di tartaruga. Qualcuna, con il carapace lesionato, si lascia prendere dalle mani premurose di Gianpiero per concedersi a un rapido scatto fotografico, prima di venire rimessa in sesto ed essere rilasciata in natura, lì dove è stata ritrovata.

Sono quattro i percorsi che attraversano i tre diversi habitat del parco: il bosco di lecci nel cuore di Rauccio; l'area della Specchia di Milogna con le paludi; il litorale sabbioso.

- IL BOSCO DI LECCI - Antiche custodi del Bosco di Rauccio, le radure rocciose dette "li cuti" affiorano dal terreno, nascoste sotto una coltre di fogliame color ruggine. Un maestoso albero, il leccio più grande della riserva, apre le porte del bosco. Guidati dalle bacheche in legno collocate nei punti strategici del parco, si cammina tra le foglie lanceolate della lecceta autoctona. Ai lati del sentiero una fitta selva di tronchi rugosi svetta come le colonne di una cattedrale gotica. Le fronde si innalzano vertiginosamente, fino ad incrociarsi forgiando bizzarri archi ogivali da cui gocciolano sprazzi di luce. Proseguendo, le architetture di madre natura si fanno più impervie fino a scavare nella macchia mediterranea stretti cunicoli che conducono in un labirintico gioco di gallerie sotterranee, le tane del tasso. Sotto i piedi il terreno è squarciato da grandi cavità profonde fino a due metri, ornate da tralci di edera o dalle bacche scarlatte del lentisco. Cullato dal cinguettio di usignoli e fringuelli, il tasso sonnecchia indisturbato nelle sue stanze, tranquillo per essere stato annoverato, dal 1992, tra i mammiferi di specie protetta. Ma i suoi sonnellini non sono sempre stati così placidi. "Purtroppo il tasso è stato decimato, era un animale cacciabile e con la sua pelliccia si fabbricavano pennelli da barba, i famosi pennelli di tasso", spiega Luisa, "ha inoltre l'abitudine di saccheggiare i campi divorando zucchine, patate, carote, insomma, un vero guastafeste per ogni contadino".

Un ciclamino bagnato di rugiada veglia solitario sul tempio della civiltà contadina, una "pajara" trulliforme, costruita con le pietre partorite dalla terra, dai "macchialuri" per rifugiarsi durante un acquazzone improvviso, per riporre i ferri del mestiere o come giaciglio per gli animali.

A suo agio nel rigoglioso sottobosco, Luisa sembra sfogliare un folcloristico atlante di botanica in cui spiccano quelli che chiama "li strazzacausi". "Si tratta della smilace", spiega, "una liana molto spinosa che si abbarbica sugli alberi della macchia, ben nota alle braghe lacerate dei boscaioli e dei contadini del posto. "Ziccate a mie' è, invece, il nome dialettale della robbia selvatica, che con le sue foglie ruvide si attacca un po' dovunque". Luisa prosegue indicando le bacche "natalizie" del pungitopo e il mirto i cui frutti sono usati per estrarre il tipico liquore, ma tiene a precisare: "Non qui, all'interno del parco non si raccoglie nulla". A chiudere le porte del bosco medievale di Rauccio, proprio davanti agli occhi del cronista, è un vanitoso pettirosso che sguazza in una pozzanghera.

- LA SPECCHIA DI MILOGNA - Così definita dal nome dialettale del tasso che spadroneggiava nell'intera zona di Rauccio, la Specchia di Milogna si estende per 90 ettari in una vasta depressione palustre confinante con il bosco e alimentata dalle acque piovane e da risorgive carsiche conosciute come "ajsi". Le grandi opere di bonifica dei primi anni del '900 hanno strappato la terra alle acque, una parte delle quali giungono qui persino da Lecce attraverso piccoli fiumi sotterranei come l'Idume, acque che oggi sono convogliate nei bacini Idume e Fetida da tre canali denominati Rauccio, Gelsi e Fetida.

Lungo gli argini del bacino costiero Idume, ad accogliere i visitatori c'è una colonia stanziale di folaghe che gioca a nascondino tra le cannucce di palude. "Qui vengono a rifocillarsi gli aironi, i cavalieri d'Italia, le garzette, i piro piro piccolo e, con un po' di fortuna, si può scorgere il candido piumaggio dei cigni", racconta Luisa mentre segue con lo sguardo gli stravaganti ghirigori disegnati sulla sabbia da piccole zampe palmate, incerte sulla direzione da prendere. Chi durante le vacanze sceglie la marina di Torre Chianca sa bene che, in barba al caldo rovente delle estati salentine, può trovare refrigerio immergendosi nelle acque dell'Idume che sfocia in mare proprio sulla spiaggia vicino ai lidi. "Questa", spiega ancora Luisa, "è una peculiarità del bacino, che mantiene una temperatura costante di 14°C in estate come in inverno per l'acqua dolce e gelida delle falde che, alla foce, si mescola a quella salata del mare".

Mentre una lucertola sguscia via tra le fenditure dei muretti a secco, strette viuzze seguono il tragitto dei canali. Dalla passerella lignea che si affaccia sulle trasparenze cangianti del Gelsi si materializza la sconcertante figura di un sub armato di fucile che, evidentemente, si è illecitamente intrufolato nella riserva. "All'interno del parco è vietata la pesca!", esclama Luisa lanciando prontamente l'allarme. Con l'amaro in bocca per pratiche che non dovrebbero avere cittadinanza in un luogo protetto, il percorso prosegue verso le spiagge lambite dall'Adriatico.

- IL LITORALE SABBIOSO - L'epopea dei pirati saraceni viene evocata dalle fortificazioni cinquecentesche di Torre Chianca e Torre Rinalda, le sentinelle costiere del parco di Rauccio. Le due torri diroccate sono congiunte da un lembo di sabbia dorata che lentamente si sgretola, corroso dall'urbanizzazione spietata, dagli incendi e dallo sfruttamento turistico. Sculture plasmate dal vento, le dune erano in passato monumentali serbatoi di sabbia alte fino a dieci metri che hanno lasciato il posto a timide collinette protette dalle piante pioniere come il giglio marino, il finocchio litorale spinoso e il ginestrino delle spiagge. Il mare avanza lentamente, corrode la linea di costa e ogni risacca si nutre di sabbia. Poi lo sguardo si perde tra le onde spumeggianti che increspano il mare invernale bisbigliando fantasticherie ai viandanti solitari.

- I QUATTRO PERCORSI - Sono quattro gli itinerari tematici che si intersecano all'interno del parco di Rauccio avventurandosi nei colori della natura. Dal bosco di lecci alla steppa salata, dagli stagni temporanei della Specchia di Milogna fino alle distese di salicornia e orchidee palustri, il percorso botanico si fa spazio nella fitta vegetazione per poter contemplare i fiori color porpora della "Periploca graeca" o le sfumature rosate della rarissima "Ipomea sagittata", piante a rischio d'estinzione gelosamente custodite nelle aree più verdi e umide del parco.

Il percorso faunistico entra in punta di piedi nei luoghi popolati dalla fauna locale, dalle tane dei tassi ai capanni di osservazione per scrutare il volo degli uccelli migratori.

Sulle tracce delle vie dell'acqua, il percorso idrologico fa tappa presso gli "ajsi", le paludi e il bacino Idume.

Pedalando su due ruote, il percorso storico-culturale si spinge tra le masserie e le "pajare" che animano le distese di uliveti, fino alla torre costiera e alla vicina abbazia di Santa Maria di Cerrate. Ma c'è spazio anche per le "giovani marmotte": largo alle esplorazioni e alla fantasia per ascoltare le filastrocche dell'"Albero delle Parole", imparare ad orientarsi nel bosco o leggere il ph dell'acqua in un'esperienza stimolante e multisensoriale. Non bisogna dimenticare che il parco di Rauccio fa da sfondo ad una radicata tradizione tutta leccese, "lu riu", ovvero la "Pasquetta dei leccesi", che si svolge il martedì dopo Pasqua: zaino in spalla, ragazzi, giovani e anziani si muovono dalla città per popolare l'area pic-nic attrezzata con tettoie, panche e barbecue a pochi passi dalla masseria Rauccio, per festeggiare questa singolare ricorrenza tra costruzioni a secco, orchidee spontanee e aria limpida. Un vero e proprio rito dal sapore d'altri tempi, riscoperto da alcuni anni, che indica ai leccesi le coordinate di un prezioso giacimento verde, insegnando che salvaguardia della biodiversità, ecoturismo e sviluppo sostenibile possono essere i pilastri di un territorio dove ogni passo si veste di natura e il cielo si affolla di storie antiche.

I NUMERI DEL PARCO

15 sono i chilometri che separano il Parco Naturale Regionale "Bosco e paludi di Rauccio" dal capoluogo salentino, Lecce. Istituito con legge regionale n. 25 del 23 dicembre 2002, il parco è situato lungo il litorale adriatico appartenente al comune di Lecce, tra Torre Rinalda e Torre Chianca.

2 sono gli accessi al parco, il principale conduce alla masseria Rauccio dopo pochi minuti sulla strada Lecce-Torre Chianca, il secondario è ubicato nei pressi di Torre Rinalda.

1.596 sono gli ettari dell'area comlessivamente sottoposta a tutela per garantire l'integrità del parco.

3 sono le zone che caratterizzano il parco: il bosco di Rauccio, le paludi e il litorale costiero.

18 sono gli ettari di estensione del bosco a lecceta, il cuore verde del parco.

90 sono gli ettari della zona umida, bonificata a partire dai primi anni del "900.

4 sono i chilometri di estensione del parco di Rauccio lungo il tratto costiero del Comune di Lecce.

2 sono i bacini di acqua sorgiva, "Idume" e "Fetida", estesi complessivamente per 4 ettari.

3 sono i canali, denominati "Rauccio", "Gelsi" e "Fetida", che attraversano il parco.

584 sono le specie di piante suddivise in 338 generi e 81 famiglie, rilevate all'interno del parco di Rauccio in seguito al censimento della flora effettuato dal Laboratorio di Botanica Sistematica ed Ecologia Vegetale del dipartimento di Biologia dell'Università del Salento.

12 sono gli habitat, di cui 5 prioritari e 7 di interesse comunitario, censiti dal Laboratorio di Botanica Sistematica del dipartimento di Biologia dell'Università del Salento.

228 sono le specie faunistiche di cui 6 di anfibi, 14 di rettili, 114 di uccelli e 16 di mammiferi.

30 sono le specie botaniche considerate rare di cui 4 inserite nella "Lista Rossa Nazionale" delle specie a rischio di estinzione.

4 sono i percorsi escursionistici a tema: botanico, faunistico, idrologico e storico-culturale.

Info: 328/5412181, cooperativa Terradimezzo. In programma escursioni ogni domenica dalle 10.30.


(gennaio 2012)

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