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Dell'Angelo Custode | Nell’officina-fucina dove il metallo forgia il mondo

di MARINA GRECO

Rivoli di pioggia giocano a rimpiattino col tergicristallo. Dal centro l'auto va in direzione Galatone, sulla via che Nardò ha dedicato al 25 luglio. Il civico 78 a destra forma quasi un bivio, e il muro corre basso sugli ulivi fino all'edificio che punta il cielo ad angolo acuto: le Officine Cdc. Il cancello è aperto su una discesa cementata ai cui bordi stanno, solo all'apparenza poggiati alla rinfusa, porte, cerchi, lamiere e ferri d'ogni tipo. Dall'interno rumori da officina, graffianti, taglienti, battenti. Il dito tormenta il campanello sulla soglia della fucina in cui, secondo molti neretini ignari del mondo che c'è al di là della loro porta, Daniele dell'Angelo Custode realizza infissi. Il ticchettio delle gocce sulle pensiline dà il tempo all'ermetico "versare" di Quasimodo che rigira in testa mentre si aspetta che l'artista del ferro apra: "e il vento s'è levato leggero ogni mattina/ e il tempo colore di pioggia e di ferro/ è passato sulle pietre, sul nostro chiuso ronzio di maledetti".

L'idea schierata dalla parte dei luoghi comuni, che lo immagina schivo e reticente, è presto confutata: "Non ci serve niente", dice, e sorride mentre una salda stretta di mano fa da tirante verso l'interno. I capelli un po' lunghi, scuri come gli occhi nel volto asciutto, seguono i movimenti decisi di Daniele, serramentista, corridore, nonno giovanissimo e, soprattutto, artista. Le pareti parlano la sua lingua, dicono di lui, del suo talento, offrendo sostegno alle opere che ne hanno bisogno, mentre altre stanno in piedi da sole, come il "feticcio futurista" dallo sguardo magico e impassibile, spirituale e riflettente, al cui cospetto Daniele si presenta.

"Porto avanti un'azienda, pratico sport e realizzo opere", sintetizza, come fosse un elenco naturale alla portata di tutti. Ma basta un'occhiata alle cartoline e ai depliant delle sue mostre a Bruxelles, a Dubai e a Londra, per capire che non è "solo" questo. Si aggiungono esposizioni a Lecce e a Nardò, mentre alcuni complementi d'arredo viaggiano verso Milano, per portare il suo nome tra i padiglioni dell'Expo. C'è un filo invisibile che lega l'ultimo piano dell'arcinoto "Gherkin" nella City londinese alla periferia di Nardò, e non è la pioggia che oggi cade imperterrita, ma un'opera firmata Dell'Angelo Custode, esposta nelle sue sale in una mostra permanente.

Con una invisibile Delorean si torna al 1961, l'anno in cui l'uomo lasciava la terra alla volta dello spazio, lo stesso in cui nacque Daniele. Quasi in contemporanea il padre Cosimo avviava l'azienda a due passi dalle belle forme della chiesa di San Giuseppe, nel cuore del centro storico. In netta avanguardia rispetto all'ambiente circostante di pietra calcarea, realizzava infissi in alluminio. Tra i rumori della bottega, l'odore del ferro caldo e le sue polveri, un bambino cresceva scoprendo la materia che sarebbe diventata imprescindibile per la sua arte. Vi trascorreva i pomeriggi a fare i compiti, poi a creare lavoretti, come la miniatura di una nave che tiene per ricordo in officina. Da ragazzo, affiancava il padre come serramentista, ma la scuola era quella d'arte e, giorno per giorno, le sue mani hanno iniziato a sentire le pulsioni dei metalli che comunicavano con lui per farsi modellare, esprimere visioni, trasmettere emozioni. Solo un indizio di ciò che sarebbe accaduto una decina d'anni fa, quando il timone è passato nelle sue mani. La forza creatrice, generatrice, trasformatrice, fino a quel momento fervente ma sopita, è venuta fuori dirompente, segnando il cambio di rotta di un'azienda ormai storica.

"Sono fortunato perché finalmente posso fare quello che mi piace, lavoro con passione", spiega, "c'è chi viene per le finestre o le porte, ma fatte in una certa maniera, e noi ci stiamo indirizzando alle persone che vogliono cose particolari, non in serie, ma uniche". Ogni porta, cancello o ringhiera entra in armonia con il suo estro diventando opera, la tecnica del mestiere è diventata design. Nell'officina, tra l'odore intenso e piacevole di ferro e fuoco, l'essenza di pioggia aggrappatasi alle polveri metalliche, una radiolina diffonde le note e gli effetti di una bellissima "Sfiorivano le viole". La voce graffiante di Rino Gaetano passa tra i gradini ancora assenti di una scala elicoidale, scorre tra gli archi di una cisterna, vibra tra le ringhiere di ferro che Daniele, in versione artigiano e designer, completerà con triangoli d'acciaio battuto o ottone.

Sul banco da lavoro vi sono tre lettere tubolari in acciaio dalle forme morbide, tondeggianti. Sono destinate all'Oltremanica: faranno da maniglione sull'ingresso in vetro e alluminio dello stabile che una grande società sta completando a Londra. Questo lavoro gli è stato richiesto durante una delle sue mostre nella capitale britannica: i committenti, viste le opere, pur non conoscendolo, sono volati fino a Nardò per concordare insieme i dettagli. Volevano una maniglia particolare: Daniele ha creato un'opera d'arte. E tali saranno anche i balconi in acciaio e vetro, i portabici, gli infissi. Più in là, su un altro banco, trovano posto decine di portamedaglie in serie, frutto di una commistione tra arte, tecnica e passione per lo sport: lui, campione regionale degli ottocento e dei millecinquecento metri, li ha realizzati come cadeaux per i primi classificati della mezza maratona di 21 chilometri "Corri a Lecce", "risolvendo così", spiega con ironia, "il grave problema comune a tutti gli sportivi: dove appendo le medaglie?".

Prima, soprattutto d'estate, i ragazzi venivano qui a imparare il mestiere, ma da qualche anno non accade più, e a Daniele questo dispiace: "Uno dei miei sogni nel cassetto", rivela, "è quello di insegnare ai ragazzi, non l'arte perché non saprei come, ma la tecnica del mestiere, sì". Non in questi termini, ma maestro lo è già. L'amico architetto Antonio Rutigliano lo ha capito da tempo, e così accompagna gli studenti di una scuola di design con sede a Galatone a vedere come si realizzano mobili ed elementi in ferro, alluminio o acciaio. Nell'ultima edizione di una fiera che si tiene a Lecce sull'arredamento, infatti, vi era una chaise longue che uno degli studenti aveva progettato, realizzata qui da Daniele. "Da una decina d'anni", ora è l'artista a parlare, "la mia passione si è concentrata sulle risposte che il metallo mi dà alle sollecitazioni cui viene sottoposto". Supportato dall'amico e curatore Paolo Marzano, Daniele studia e ricerca la materia. "La scuola mi ha dato le nozioni", chiosa, "ma è l'esperienza che, portandomi a contatto con altri artisti europei, mi fa capire tante cose".

Artisti, critici ed esperti che lo hanno incontrato, ne hanno valutato il linguaggio espressivo come qualcosa di speciale, raro, se non unico: "Sto creando uno stile che è facilmente identificabile con una persona, la mia persona. Sono io". Guarda il pezzo, il blocco, il foglio di lamiera nuovo, o in alcuni casi rottame, magnetico per la sua ispirazione, fortunato prescelto per una nuova vita che scalpita per venire fuori. E lui lo scruta, interrogandolo. Basta anche un puntino di ruggine per avere un'idea. "Molte opere vengono da lamiera vecchia che ho trasformato", dice, indicandone una rischiarata da una lampadina, "questo era il pannello di una cucina, buttato nella spazzatura". Daniele fa uno schizzo di ciò che vorrebbe realizzare, poi imbraccia i "ferri" del mestiere: il cannello, come un pennello di fuoco, scalda la materia e si alterna al martello, che con i suoi colpi pretende di modellare.

Pur essendo un artista informale, alcune opere svelano soggetti. A volte le sue mani sono interpreti del metallo che detta le regole. "Spesso, nella mia ricerca formale", spiega l'artista, "è il metallo a decidere la direzione in cui andare, e io devo adattarmi ai suoi cambiamenti e ai suoi umori, inseguendone le inclinazioni. Vorrei fare in un certo modo", continua, "ma il ferro mi ferma, mi parla, dice 'Aspetta, non è così' perché ci sono tante variabili di temperatura, scaldamento, colpi di martello che completano l'opera, e io mi adatto". A ciò si aggiungono le variazioni di tono e grana conferite dall'indispensabile coautore, tanto lento quanto eclettico: il tempo. Tempo come variabile meteorologica che accelera le evoluzioni dell'altro tempo, quello che scorre. Poi arriva la cera che ferma il tutto, "presentificando" il sentire puro e assoluto che supera i limiti dello spazio e del momento in cui si è attualizzato. "Questi non sono colori", dice seguendo con l'indice le sfumature di un'altra delle opere esposte nell'ufficio/officina/fucina, "ma terre e ossidazioni che il tempo ha lavorato per me".

Opere "custodi" - giocando con il cognome di chi le fa - di segreti, in grado di far vibrare le lamiere della sensibilità di un osservatore consapevole dell'eterno contrapporsi filosofico tra "forma" e "sostanza", o come scelsero di chiamarlo i greci antichi, bravi a formulare concetti immortali, "morphé" e "èidos", la forma sensibile e quella intellegibile. Non si può chiedere a un artista "cosa" significa. Le opere non rappresentano, ma si presentano all'osservatore e i titoli, insieme ai solchi e alle pieghe tracciati da "krònos", nella materia che ha ceduto alle pressioni del fuoco e del martello, il "nulla" o il "tutto", sussurrano stati d'animo resi eterni dalla scelta di un certo materiale. L'ansia e la sofferenza di ciò che è arrugginito si contrappone alla leggerezza dei momenti positivi impressi nelle grinze Inox della serie "Flow". Le "Onde" nel mare di Daniele sono di acciaio Corten, le sue "pergamene" d'alluminio sono scritte a quattro mani col tempo. La tensione erotica trova quiete in una "Stilla", l'energia tesa si svela "In my mind", la consistenza materica è illusoria in una "Idea ripiegata".

Gli interrogativi primordiali fanno capolino in quella "particella di Dio" aggrappata alla "Nostalgia di Higgs", e quel poco che emerge su Corten, al risveglio da un sogno complesso e variegato, resta scolpito nella mente e in "Dreamscape". A cosa si dedicherà ora, l'artista? "Sono diverse le opere alle quali sto lavorando", e con l'indice punta al cortile, "alcune sono qua fuori, il tempo le sta preparando per me. Cosa diverranno non si sa". Risalendo verso la strada, i feticci scrutano chi arriva e chi se ne va, e il cerchio di alluminio, le porte in fila, i "pezzi" di metalli non appaiono più in attesa di cure, ma si presentano opere in progress. Nella mente si chiude anche la lirica di quel "ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto, e alcuni versi in tasca": "Ora, ora: prima che altro silenzio/ entri negli occhi, prima che altro vento/ salga e altra ruggine fiorisca". Forme, senza forma solo per chi non è ancora in grado di vederla, pongono un interrogativo, in attesa che le mani di Daniele scolpiscano la risposta. È di metallo l'anima del mondo?

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