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Di Donfrancesco | La delicata e leggera cartapesta che fa volare angeli e puttini

di ALESSANDRA GUARESCHI

Il mare è vicino. Il suo profumo salato arriva fin qui, viaggiando sui ghirigori invisibili della brezza capricciosa che sa infilarsi nelle trine di pietra scolpita, sulle facciate sacre e profane del cuore di Lecce. Le piante vaporose ondeggiano affacciate alla finestra, sospese sulle passeggiate dei turisti e sui tanti negozietti in cui prende forma un design contemporaneo dall'anima barocca.

Poco lontano da piazzetta Castromediano, due piedi frettolosi si arrestano al cospetto di una Vergine lattea: in via Francesco Antonio D'Amelio, la signora di carta prende il sole in silenzio sotto le mensole antropomorfe di un balconcino e, disteso al suo fianco, il santo di Pietrelcina sembra essersi assopito, cullato dal tepore estivo. Una porta a vetri si schiude per mano di un ragazzo dal camice bianco: oltre la soglia, bella e misteriosa come un miraggio, la bottega offre al visitatore l'intimità solerte di un grande tavolo da lavoro, dove sei artigiani siedono col capo chino sui propri manufatti.

Il regno della cartapesta leccese sta tutto qui, condensato in pochi metri quadrati: è l'arte secolare del modellare la carta straccia, un'arte "povera" nata e cresciuta proprio tra queste stradine, sulla scia di influenze spagnole e partenopee, e divenuta in breve tecnica sopraffina per dar vita a straordinarie sculture.

I ragazzi intenti a lavorare sono tutti allievi del "professore", come rispettosamente usano chiamarlo, che nell'altra stanza è intento a restaurare una Madonna del Latte. "Buongiorno, molto piacere", dice gentilmente Mario Di Donfrancesco porgendo il polso destro, poiché le dita sono umide di colla, come i rettangoli di carta che magistralmente adagia, uno per volta, sul manto di Maria affidata alle sue cure. Chi soffre d'horror vacui, l'oscuro terrore degli spazi vuoti, in questo laboratorio troverebbe sicuro ristoro dalle proprie angosce. Qui tutto è pieno: il soffitto, le pareti, il pavimento. Denso di forme modellate nella cartapesta, colmo di volti teatrali, immobili eppur vibranti di pathos, d'ali leggere che, un giorno, sapranno far volare angeli e puttini. Le curiosità e gli interrogativi da porre al professore si moltiplicano, mentre lo sguardo è preso da un'insolita frenesia, da una brama visiva che non trova pace.

Come ha iniziato, Mario Di Donfrancesco lo racconta in breve: "Dopo il diploma all'Accademia di Belle Arti di Lecce, sono stato apprendista dei grandi cartapestai della città: Capoccia, Malecore, Gallucci e Indino. Ed è stata una fortuna, perché da loro ho acquisito i segreti del mestiere". Ha poi insegnato alle scuole medie e al liceo artistico, finché nel 1979 ha deciso di mettersi in proprio.

La bottega nel centro storico di Lecce ha aperto i battenti l'anno seguente e non ha mai cambiato sede, rendendosi protagonista della riscoperta di una pratica antica, che sembrava destinata a farsi da parte con l'avvento di nuovi materiali sintetici. Già negli anni '70, infatti, in città la cartapesta si dava per spacciata, bollata con l'anacronistica etichetta di "arte minore" per via dell'impiego di umili materie prime. Eppure, fino a pochi decenni prima, i manufatti di carta e colla prodotti nelle botteghe dei cartapestai, ben più economici di quelli realizzati in bronzo o in marmo, popolavano le chiese e le cappelle della provincia, edicole votive e abitazioni private con piccole e grandi statue di santi, crocefissi, ritratti di famigliari, "pupi" del presepe e realistiche bambole per le bimbe più fortunate.

Le mani di Don Francesco, intanto, volteggiano, accarezzano i frammenti cartacei fino a renderli tutt'uno con la Madonna da restaurare, con una gestualità così naturale che sembra discendere da un'innata abilità. Chissà se, in tanti anni, il professore si è mai imbattuto in un'impresa che gli sembrava davvero complicata. "L'opera più difficile", confessa, "è stata la copia di una Madonna con Bambino per una chiesa di Nardò. L'originale era di legno e aveva il manto interamente decorato con la tecnica spagnola dell'estofado. L'abito della statua, che era molto alta, doveva essere tutto arabescato a punta di pennello". Se al "padre" di tante meravigliose sculture si chiede di indicare la prediletta, da bravo genitore non svelerà così apertamente la propria preferenza. "La più bella deve ancora venire", dice senza distrarsi un attimo dal suo lavoro. "Se proprio devo indicarne una, penso alla Natività per la cattedrale di St. Patrick a New York. Ma in America", prosegue, "c'ero già stato. Negli anni '80, con la Camera di Commercio di Lecce organizzammo un'esposizione di statue di cartapesta nella sede dell'Alitalia, sulla Quinta Strada".

A percorrerlo in lungo e in largo, il laboratorio non smette di sorprendere. Imponente nella sua abbondanza è la "stanza dei calchi", come la chiama il giovane Francesco che, tra gli scaffali fitti di forme concave d'ogni dimensione, si muove con gran disinvoltura. Proprio come in una bottega d'altri tempi, a lui, come agli altri simpatici artigiani e apprendisti, spetta il compito di rendere più agevole il lavoro del professore, modellando piccole figure e occupandosi della colla per la carta, della stesura del gesso e via dicendo. Quando è possibile, Di Donfrancesco lascia che i ragazzi sperimentino nuove idee, come il ritratto di Papa Francesco o, addirittura, quelli dei calciatori della Nazionale italiana di calcio. "Fino a poco tempo fa", spiega il professore, "era molto richiesta l'immagine di Padre Pio. In questo periodo, invece, il lavoro si concentra sui restauri. Prima, molte statue antiche e malridotte venivano bruciate, per essere sostituite con copie in vetroresina.

Oggi, finalmente si inizia a comprendere il valore dei manufatti di cartapesta". Lo hanno ben intuito, tra l'altro, anche gli statunitensi: Di Donfrancesco, infatti, negli States ha molti clienti, come la catena Frontgate, che per i propri negozi ogni anno richiede angioletti di cartapesta da rivendere come preziose ed esclusive decorazioni natalizie. A proposito di Natale, chissà quanto sarà bello e grande il presepe che, ogni anno, Di Donfrancesco allestisce nella propria casa. "Beh, si sa che il calzolaio ha le scarpe bucate", dice sorridendo, "ebbene, a casa mia abbiamo una grotta piccolissima. In compenso, l'albero è tutto coperto di addobbi". D'altra parte, tra statue di santi, eleganti Madonne e Crocifissi, restauri e commissioni da tutto il mondo, al maestro resta ben poco tempo libero. "Se avessi qualche giorno di pausa", dice, "realizzerei dei personaggi mitologici a grandezza naturale, perché mi affascinano molto".

Un'altra stanza è ancora da visitare, la più affollata: uomini e donne, bimbi e piccoli animali. Qui non c'è spazio, né tempo: occhi di vetro, membra di cartapesta, pelle di gesso, cuore di ferro e anima di paglia. La maggior parte di queste sculture ha preso forma più di un secolo fa, quando in città gli artigiani della carta e della colla avevano raggiunto i massimi livelli di bravura.

"Il migliore fra tutti", interviene Di Donfrancesco, "a mio parere era Giuseppe Manzo, che nobilitò la cartapesta da 'arte minore' ad arte finissima. Prima di lui, i cartapestai non miravano alla perfezione, erano più superficiali". E proprio al leccese Manzo (1849-1942) si ispira il professore, quando dà gli ultimi ritocchi alle sue opere. "Gli intenditori dicono che il mio tocco si riconosce: i corpi delle mie statue sono snelli, non sono gonfi e barocchi. Quando modello le vesti", spiega indicando un'aggraziata figurina su una mensola, "non amo esagerare con i panneggi". Pochi virtuosismi, insomma, per un amante del bello e delle finiture impeccabili. La mattinata, intanto, è passata d'un fiato e sembra sia proprio ora di andare. Eppure, la forte sensazione che ci sia ancora tanto da vedere non si è attenuata. Sarà per questo che, dalla bottega in via D'Amelio, ci si allontana a malincuore, con il fermo proposito di ritornare.

La bottega di Mario Di Donfrancesco si trova a Lecce in via Francesco Antonio D'Amelio, 1 (da piazzetta Castromediano, dove sorge la chiesa del Gesù, ci si incammina lungo via Rubichi; poco più avanti, sulla destra, si imbocca via D'Amelio).

Borghi e città

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