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Galatina/Nei palazzi che raccontano il fascino della bellezza decadente

di VALERIA RAHO

Se è vero che i figli succedono ai padri anche nei modi con cui manifestano l'amore verso la propria terra, allora Galatina ha ancora molte storie da raccontare. Occorre però farlo dall'inizio per afferrare la sua essenza scura, chiusa tra i lineamenti gentili di una conchiglia, che a pochi concede e sa di concedere le proprie grazie. Tempo al tempo, e solo allora il suo portamento altero si stempera in una tavolozza di segreti. Bisogna armarsi di pazienza e misura per conquistare la sua approvazione. Galatina accoglie, aspetta e, qualora sorga un problema, lascia correre. Ma guai a tradirne la fiducia, perchè allora la mite "civetta" sfodera i suoi artigli, riservando al fedifrago la peggiore tra le punizioni: il silenzio e poi, di colpo, l'oblio.

Non esistono "figliol prodighi" nella storia della città, almeno non che Angela Beccarisi ricordi. Lei, che nonostante il lavoro, continua ad alimentare la sua passione verso la storia e l'arte della città, lascia trapelare che anche "le sudate carte" le danno conferma. "E' il caso dei Della Rovere", spiega, "sangue blu imparentato con i Castriota Scanderbeg. Il ricordo di questa famiglia è caduto nel dimenticatoio, perchè pare che uno degli ultimi discendenti fosse un sodomita". Uno scandalo mal digerito dai signori di Galatina che misero a punto una personalissima vendetta: una "damnatio memoriae" fatta di spallucce e addii senza ritorno.

Al di là della battuta, è una reazione che torna sovente, quasi istintiva nei racconti che si fanno largo tra i vicoli del centro storico, in cui sembra impossibile perdere il filo d'Arianna. Eppure, camminare lungo le strade illuminate dal giallo paglierino di un mattino d'autunno, dà un senso di smarrimento suscitato più da un passato ingombrante che dal corso labirintico della città vecchia. Senza Angela, galatinese doc e guida storico-artistica per professione, sarebbe pressochè impossibile decifrare i blasoni in testa alle chiavi di volta e lasciarsi così condurre dall'eco di uno "scialabà" al trotto o dalla scia talcata di una signora, fresca di toletta. Immagini degne di un Fogazzaro o di un Papadia, per restare in casa, che quasi per incanto fanno dilatare i primi cinque minuti di conversazione, ai piedi della chiesa dei santi Pietro e Paolo.

Poi, Angela si incammina verso Porta Nuova. Da cicerone esperto, si fa strada lungo corso Pietro Siciliani per dare inizio ad un viaggio inconsueto nel centro storico della città, senza tuttavia trascurare i monumenti più conosciuti (come la basilica di Santa Caterina) o tacere le tappe fondamentali che ne hanno caratterizzato la storia. "Galatina ha un particolare sviluppo a conchiglia", spiega, "dominato in testa dalla collegiata dei Santi Pietro e Paolo, che sorge sulle ceneri di una chiesa di rito greco. Seconda solo a Soleto, Galatina deriva gran parte della sua architettura dalle scelte di Raimondello Orsini: il primo vero urbanista della città che non lasciava nulla al caso".

Già le spalle di Porta Nuova, in direzione via Niccolò Ferrando, sembrano dare una prima conferma alle sue parole: di dimensioni più raccolte rispetto alle centrali Vittorio Emanuele o Garibaldi, queste strade rivelano l'anima più popolare della città, con i suoi tetti bassi e portali decorati senza sfarzo. Basta guardarsi intorno per scoprire un piccolo museo en plein air, che qualche balordo depreda già da tempo: come la Madonnina in cartapesta che abitava la nicchia di vico del Verme, oggi tristemente vuota.

Si giunge in piazzetta Arcudi, dove Angela cammina decisa verso la posta del governatore, accennando un sorriso che prefigura tutta la sua particolarità. Si tratta, infatti, di una cassetta postale lignea, di notevoli dimensioni rispetto a quelle odierne: qui i cittadini riponevano all'interno lettere per il podestà, che doveva per forza di cose passare nelle sue vicinanze prima di recarsi in vico Vecchio, sede dell'antico sedile. "Si può dire sia un Internet d'altri tempi", commenta Angela e chissà quali lamentele indirizzavano al governatore i galatinesi del tempo, quali beghe tra vicini di casa si trovava a domare o se, magari, tra la corrispondenza faceva capolino qualche "pasquinata" scritta dal bontempone di turno.

La guida muove il passo verso palazzo Vignola (trasformato in un bed & breakfast) e invita a guardare oltre il cortiletto di verde decorato dall'eccentrico gusto dell'attuale proprietaria con ferri di cavallo, lucernieri, il busto di una sfinge e un'esotica tigre senza, tuttavia, offuscare il fascino discreto di quella che fu la cappella privata della dimora. La trabeazione del portale recita una preghiera dell'annus domini 1634 "Misericordias domini, in eternum cantabo". Quest'ultima, voce latina del verbo cantare, sembra essersi avverata come una profezia nel coro polifonico dei cardellini.

Si respira un'atmosfera rarefatta in questa Galatina, forse la meno conosciuta: vuoi per l'antichità degli edifici, vuoi per l'aria da cantiere in corso, fatto sta che questo fazzoletto di case incarna appieno l'ideale di una bellezza decadente, segnata da una sottile vena di malinconia. Sentimento presto cancellato dai clacson di corso Federico Mezio, sulla strada vecchia per Soleto, che riporta il visitatore alla triste realtà del traffico. Si circumnaviga la chiesa del Purgatorio, di pianta ottagonale in cui gli storici ravvedono una misteriosa presenza templare, e si giunge in piazzetta Cavoti, detta a staffa di cavallo, convegno di gatti e solitari lettori. Se si alza lo sguardo, s'intravede un alto arco a botte, che conduce prima in via Ottavio Scalfo, dal nome dell'erudito che ha donato il fondo più cospicuo alla biblioteca comunale, poi in via Congedo dove si avvicendano la cappella di Santa Rita e palazzo Ancora: la sua gentile proprietaria ci accoglie sulla soglia e, dopo una rapida occhiata, snocciola i nomi di quanti continuano a "corteggiare" la sua dimora, l'ideale con la scala liberty per un set cinematografico o una sfilata.

Poco più avanti, sulla sinistra, palazzo Congedo e la sua particolare geometria disegnata da due archi (Congedo, appunto, e Andriani) e una strada interna detta Santa Trinità. A seconda degli umori dei proprietari, se in vena o meno di pubbliche relazioni, i cancelli venivano chiusi o lasciati aperti, trasformandosi in una corte davvero sui generis. Come il buio di un armadio, la luce filtra piano su palazzo Agricola-Robertini-Lubelli. I panni stesi ad asciugare nella corte scura sono il segnale che l'edificio, seppur fatiscente, continua ad essere abitato da inquilini di altro rango, meno raffinati dei Congedo. Elegante e sinuosa la scala che conduce al piano nobile dove un'anziana, vestale del luogo, si affaccenda nei pressi della balaustra in ferro battuto, originale del Settecento.

Il suo balcone è adesso una veranda aperta su una corte sgombra e desolata: qualche dichiarazione segnata da uno spray invadente imbratta i muri, riportando l'indice di questo viaggio nel tempo alla realtà, che poco ha a che spartire con la riservatezza dell'amore ai tempi dei Congedo.

Di fronte al palazzo una corte, sempre Congedo, con il gocciolatoio in ceramica, nascosto ormai da molte mani di calce, e più avanti via Mory, dal nome della famiglia d'origini francesi, giunti in quel di Galatina al tempo degli Orsini. Ancora uno sguardo sui bei palazzi della città vecchia e, quasi per incanto, ci si ritrova nuovamente in piazza San Pietro: circostanza che accende uno stupore, misto ad incredulità, anche sul volto di Angela che, presa in contropiede, confessa: "Ancora oggi, dopo tanto girovagare tra le strade di Galatina, questa uscita mi spiazza ogni volta".

Si segna con i passi una diagonale sul basolato per raggiungere via Garibaldi, dove palazzo Tondi e la cappella non possono non suscitare attenzione. Angela non si sottrae dal raccontare la storia delle sorelle Farina, magistralmente fermata da Saverio Lillo nella tela che ritrae San Paolo. Leggenda narra che le due donne, note in tutto il circondario come guaritrici, sputarono nel pozzo ospitato nel cortile di palazzo Tondi, dando così origine alle processioni delle "tarantolate", anche se sarebbe il caso di declinare al maschile il sostantivo, come dimostra la pala stessa, con un giovane accasciato tra le braccia delle due sorelle dalla stupefacente somiglianza.

Angela tiene ad andare oltre via Zimaria per mostrare quello che, di gran lunga, è l'edificio più chiacchierato di Galatina. Maestoso, tanto da occupare un intero isolato, pareti amaranto e un bel giardino intorno: è palazzo Bardoscia, detto la "casa paterna" per via dei soldati che, durante il conflitto mondiale, qui dimoravano. "Questo palazzo fu costruito per volere di una tra le famiglie più ricche di Galatina che tutte le domeniche amava passeggiare per le strade a bordo della Balilla, sempre tirata a lucido. L'interno è molto elegante, più di quanto non riveli oggi: ci sono più di cento stanze, depredate anni fa di tutto il loro mobilio, e che in realtà non furono mai abitate. Si diceva, e si sospetta ancora, ci fossero i fantasmi per via di strani ululati. Per non parlare, poi, dei continui spostamenti degli oggetti: un supplizio, di cui fu testimone anche mio padre ma in tempi più recenti". Fu per questo che i Bardoscia misero in vendita l'edificio, senza tra l'altro riuscire a trovare un acquirente. Si videro così costretti a mettere mano al portafoglio e costruirsi una nuova abitazione sulla vecchia strada per Noha, recentemente recensita in un catalogo di dimore storiche.

"Galatina ha qualcosa di magico", chiosa la solerte guida. E come darle torto? Tra pozzi miracolosi, storie di mammane-streghe rinomate quanto quelle di Soleto, i suoi spiriti allegri e dispotici, è impossibile non rimanere ammaliati dal suo fascino. Nella città vecchia, conservata come pochi altri luoghi, il tempo sembra essersi cristallizzato per poi dilatarsi all'infinito nella bellezza primitiva di palazzi d'ogni tempo e stile. A volte, l'eco di un campanello o un buongiorno cortese sono sufficienti per strappare un invito ad un perfetto sconosciuto che dispensa sorrisi e qualche aneddoto di storia. Tuttavia, riesce difficile sentirsi a proprio agio di fronte ad un passato tanto illuminato. Ad un tempo amabile e cortese di orchestrine salottiere, immolato all'altare del più eclatante "mito della taranta" che, a detta degli stessi abitanti, ha offuscato le vere glorie patrie. Ancora oggi, quando le luci della ribalta si accendono nel mese di giugno sulla cappella di San Paolo, i galatinesi storcono il naso ad ogni occasione di parola, mormorando: "Galatina è molto di più".

(novembre 2010)
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