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Giuggianello/Nell'antica terra di Juianellum

di ALESSANDRA GUARESCHI

Breve è la via che separa Maglie dal più piccolo comune della provincia, che si allunga per circa mille ettari su una pianura ondulata da una "ruga", la serra. A Giuggianello ogni cosa ha le dimensioni di un pensiero minuto e perfetto: le villette articolate di scale dai mille vasi fioriti, il profumo liberty di talune architetture, il Municipio delizioso e la piazza dominata dal Castello Lubelli.

Seduti al bar a gustare il tepore settembrino e quattro chiacchiere tranquille stanno alcuni uomini senza età, anziani come il passato che riscalda l'aria e giovani come i loro sguardi. Da una finestra sfuggono rumori di chiodi martellati, di seghe frementi. Un'occhiata curiosa basta a svelare un interno di pareti colme di utensili di ferro, sistemati ad arte e apparentemente leggerissimi: attrezzi per il lavoro d'altri tempi. Dietro l'angolo, all'ingresso del Museo della Civiltà Contadina, c'è il professor Vincenzo Ruggeri, uno dei punti fermi del Centro di Cultura Sociale e di Ricerche che da vent'anni almeno si adopera per valorizzare questo territorio di agricoltura e di miti. Ha sul viso l'accoglienza di chi lavora per gli altri: "La creazione del museo", dice, "è stata un'occasione per gli abitanti di questo paese di cementare il loro senso di appartenenza". Ruggeri racconta di come tutti loro abbiano partecipato all'iniziativa donando gli oggetti più antichi delle proprie famiglie, oggi allestiti con ordine nelle sale bianche del castello seicentesco con l'aiuto dei ragazzi del servizio civile.

Il professor Ruggeri è la preziosa guida per la terra dell'antico Juianellum, dove i miti classici si sposano alle leggende popolari. Suo zio, si dice, conosce quasi tutte le leggende che riguardano il paese, dove le streghe danzavano di notte sulle aie e si mutavano in astuti felini selvatici per far dispetti ai bambini a meno che qualcuno, persa la pazienza, non provasse a rimediare a forza di colpi di bastone. Ulivi d'ogni forma incantano le campagne, segnate dai muretti a secco, tanti e ancora integri. Ulivi nuovi, a sostituire le piantagioni di tabacco ormai tramontate: alberelli ancora fragili, lontani dalle nodosità che rendono magici i tronchi delle piante più antiche, monumenti rurali d'ogni epoca. Tra gli ulivi più grandi e anziani, c'è quello del "Sacramento", dai cui frutti si trae l'olio santo per le feste pasquali. Una scultura, un'impressione, una sorpresa è l'ulivo del "grande vecchio", dove il tronco diviene una fronte che si corruga in naso e disegna due occhi stanchi su un mento sporgente.

L'odore di magia inizia a levarsi nell'aria, riempie le zolle e muove le foglioline dal bel colore verde e argento, quando una vecchia macina in parte conficcata nel terreno indica la vicinanza de "lu trappetu", oggi anche piccolo Museo dell'olio, recuperato per un pelo prima che vi sorgesse un pub. Lungo la via detta Serravecchia, il frantoio ipogeo fu scavato nella roccia all'inizio del Settecento e ha continuato a produrre il succo d'oro fino a metà del Novecento. Le scale d'accesso proiettano lo sguardo sulla macina nuova, quella più grande che il proprietario d'allora, probabilmente donna Saveria Riccio, sostituì a quella più piccola per aumentare l'efficienza del frantoio, dove gli operai trascorrevano diversi mesi dell'anno. Il torchio "alla calabrese", per lo stesso motivo, fu sostituito da quello alla genovese, capace di spremere fino all'ultima goccia i fiscoli pieni di pasta d'olive. La luce è tenue, il sole si infila discreto dall'alto, una sagoma placida d'asinello ricorda com'erano un tempo, qui, il silenzio e l'odore dei pochi momenti di pausa.

Il cammino prosegue lento, come una toccante riflessione, si perde nelle campagne fino ai massi che hanno suggestionato i giuggianellesi e chiunque, passando da qui, si sia avvicinato a guardare. La via di Serravecchia corre verso la zona detta Quattromacine, dove sorgeva un casale medievale di fondazione bizantina dotato di due chiese, distrutto dopo la presa di Otranto del 1480.

Si giunge infine al fondo "Tenenti": è qui che si incontrano i "massi della vecchia", blocchi monolitici di pietra calcarea risalenti all'età miocenica. E' qui, si racconta, che la vecchia, la "striara", la strega del paese, viveva insieme al compagno di sempre, "lu Nanni orcu"; è qui che filava e filava, arcigna e malevola, nascondendo un tesoro incantato: una gallinella e sette pulcini d'oro. Quando era troppo stanca per filare, si addormentava sul "letto della vecchia", un masso piatto e comodo, grande come una casa, misteriosa piattaforma dove il tempo ha magicamente ricavato due sedili arrotondati. Il suo lavoro avveniva grazie al "furticiddhu", elemento indispensabile per filare la lana: il masso detto "furticiddhu te la vecchia" sembra una ruota pronta a girare con il tocco di un solo dito, poggia su un basamento sorprendentemente stretto. La leggenda affonda, però, le sue radici nella memoria più profonda fino a sfiorare il mito di Ercole, che si narra abbia scagliato alcuni grandi massi staccati dalla scogliera, dopo aver sconfitto dei giganti malvagi.

Mentre poco lontano si allungano le ombre dei dolmen, come lo "Stabile" e quello di "Quattromacine", mentre le folate di vento si fendono sui menhir di "Crocecaduta"e il "Polisano", la strada si contorce e sale assecondando il profilo del Monte di San Giovanni. Insieme a San Cristoforo, infatti, il Battista è molto amato dagli abitanti di questi luoghi, soprattutto da quando, nel 1721, comparve ad una pastorella chiedendole di ripristinare la chiesetta ormai abbandonata a lui dedicata. Il padre della bimba non perse tempo e ripulì la "grotta" bizantina di San Giovanni, interamente scavata nella roccia, dove gli affreschi dei santi si erano quasi dissolti. Tre minuscole navate, il pavimento in terra battuta e un soffitto alto quasi due metri, erano incorniciati da sedili a gradino; l'altare fu rimesso a nuovo, i fiori freschi portati tutti i giorni come ancora oggi avviene. Nel pieno dell'estate, a cavallo tra luglio e agosto, qui si svolge una festa che ha il sapore del pasto dei contadini: pane e formaggio distribuiti gratuitamente, vino e danze sull'aia, mentre gli occhi si riempiono del bel panorama dall'alto del dolce rilievo.

Proprio da questo luogo, tra non molto, la visuale potrebbe mutare: i "massi della vecchia", gli ulivi dalle forme fantasiose, i dolmen e i menhir rischiano di guardare dal basso le pale rotanti di mulini eolici. Ma i cittadini si oppongono da tempo al piano che prevede di costruire un impianto per la produzione di energie rinnovabili; la "collina dei fanciulli e delle ninfe", come è chiamata la serra di Giuggianello, è troppo gentile, antica e avvolta da leggende perchè dei giganti moderni cambino radicalmente il volto di un paesaggio millenario.

(ottobre 2010)
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