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I buoni frutti della Lunella

di MARINA GRECO

Corre parallela ai binari d'un treno, la biodinamica salentina. Corre, e resta ferma, da più di trent'anni, alla Comune agricola Lunella, dove l'armonia tra terra e uomo è una simbiosi universale dettata dalle fasi lunari che scandiscono, oggi come mille anni fa, le stagioni e i raccolti.

Casello 26, 880. Un passaggio a livello nelle campagne tra Galatone e Seclì assiste alle littorine lente delle Ferrovie del Sud Est che vanno da Lecce a Gagliano, confine tra la vita di paese e quella rurale, e conduce al racconto di una storia d'amore, terra e condivisione, di braccia offerte all'agricoltura sana quando ancora il Salento si avvolgeva in foglie di tabacco e affidava il proprio destino a una valigia di cartone.

La tramontana del primo giorno d'autunno accarezza una prateria di piantine di cavolfiore. "Alcune saranno pronte a novembre, altre a gennaio", spiega Sergio, che dà il benvenuto alla Lunella, sotto un sole di metà mattina già alto per lui, al lavoro dall'alba di circa 34 anni fa. Ma deve scappare a Galatina, e lungo il vialetto incorniciato di solchi su cui campeggiano le ultime zucche e i meloni di stagione, indica la grande cucina comune, dove si è già alle prese con la preparazione del pranzo. Sulla veranda colorata di bougainville, vegliata da un rigoglioso albero di carrube da cui pende, sola, un'altalena, viene incontro Cristina e con lei la piccola Ester, tre anni e occhietti vispi, che accompagna la mamma nella passeggiata tra le serre e i campi, a raccontare la genesi di questo luogo. Bisogna rivangar le zolle della storia per comprendere il valore di un finocchio, un pomodoro o una zucchina a marchio Lunella; qui l'economia non è fine a se stessa, non passerà mai per gli scaffali, freddi di temperatura e temperamento, di un qualsiasi discount di periferia, colorato sì, ma insapore e inodore.

Tutti i fili riportano a padre Bruno Stefenelli, un pavoniano giunto da Milano alla chiesa dei Cappuccini di Galatone negli anni '70, parrocchia che ospitava nella "casa del fanciullo" orfani, figli di emigrati e disagiati che attendevano si compisse la maggiore età e il loro destino, già rassegnati all'emigrazione, alle miniere e alle fabbriche in terre ostili, per lingua e clima, in cambio di pochi spiccioli, nostalgia e fatica. Padre Bruno guardò la terra, i suoi giovani, e capì che quelle braccia potevano stringersi in una comune piuttosto che ad una valigia. Demetra, madre terra e dispensatrice, poteva essere il loro futuro, rigoglioso di valori autentici da investire in un progetto dagli ideali solidali, pur lungo un cammino disseminato di ostacoli e resistenze, a favore di colture che valorizzassero il legame tra l'uomo e la natura, rispettandola e rispettandosi. "Fu così che", racconta Cristina mentre Ester le fa dono, nell'ordine, di una lumachina, due fiori gialli, una pigna e una carruba, "nel 1976, il religioso, insieme ad alcune laiche consacrate, le Cap (Comunità di azione pastorale) da lui fondate, coinvolse i ragazzi nella lungimirante avventura, la Lunella", uno spicchio d'astro notturno e i raggi del sole a baciare un germoglio che, con il passare degli anni, ha dato i suoi frutti più pregiati.

"Fin da subito", spiega Cristina che da Saronno è approdata qui prima in accoglienza, poi per amore, "si scelse l'agricoltura biodinamica, ancor più ortodossa di quella biologica sull'uso di pesticidi e agenti chimici": tre anni di conversione della terra da convenzionale a biodinamica, con l'uso di un composto di letame ed erbe officinali come calendula, camomilla e achillea, il lavoro fatto esclusivamente a mano, e le fasi lunari a indicare il rapporto tra l'uomo e la terra, in una concezione di armonia tra l'universo e il creato, legata al benessere psicofisico.

E' ancora in piedi la prima struttura che accolse il pastore e il suo "gregge", al centro dei 19 ettari piantati a ortaggi, e la grande famiglia spera, un giorno, di farla tornare a splendere. Ora, soprattutto da quando padre Bruno non c'è più, è epicentro della comune: intorno, le case delle quattro famiglie che le danno linfa, quelle di Sergio e Cristina, Claudio e Franca, Enzo e Caterina, Elio e Cinzia. Con loro vivono le Cap Cecilia, Daniela e Silvia, e quattordici pargoli tra i 3 e i 25 anni.

Sirius, un cagnolone nero, trotterella anche lui verso le serre dove, oltre la zanzariera, coccolati dai raggi di sole che filtrano, i due Salvatore e Lorenzo curano le piantine ancora giovani di pomodoro: "Le abbiamo piantate agli inizi d'agosto", lasciano un attimo le forbici alzando lo sguardo, "i pomodori saranno maturi per la raccolta a novembre; in questo periodo mettiamo le canne per far crescere le piante fino a due metri ed eliminiamo i rami non produttivi". Poi, di nuovo chini, riprendono il lavoro.

"All'inizio non fu semplice", ricorda Cristina, mentre le caprette brucano un ramo d'ulivo, "la comune con un sacerdote, le suore laiche e tanti ragazzi era quasi scandalosa, per i paesani dalla mentalità molto chiusa". La produzione genuina dell'impresa, però, fu subito apprezzata, sia dai galatonesi, ancor oggi affezionati clienti, sia da un mediatore locale che fece approdare la Lunella in Germania, dove era già nota e ricercata l'agricoltura biodinamica, fondata sulla visione spirituale antroposofica del mondo, elaborata dal filosofo austriaco Rudolf Steiner. Tutt'oggi la produzione è pianificata in base alle richieste dei due grandi gruppi tedeschi che da oltre trent'anni hanno ormai reso celebre il marchio Lunella.

La passeggiata continua tra gli ulivi, con Ester che come una trottola canticchia e si lascia inseguire da un'ape, e Cristina che racconta la vita della grande famiglia, gli uomini ai campi dalle 6 del mattino, le donne impegnate nella comunità parrocchiale, nella mensa, nell'educazione dei figli, con tanti momenti di gioia, ma anche le difficoltà, e comunque una fede salda, che segue ancora gli insegnamenti di padre Bruno sull'aiuto reciproco, l'amicizia, la condivisione e la crescita. E la Lunella cresce anche sul territorio, da quando i Gas, gruppi di acquisto solidale, hanno ideato le "cassettine", dieci chili a dieci euro, consegnate una volta a settimana: tre sono a Lecce, il primo nato su iniziativa di Carlo Mileti e la sua Bottega del Mondo, un altro è a Calimera. "In quelle di ottobre", assicura Sergio, rientrato quando ormai è mezzogiorno e Franca ha quasi ultimato il pranzo da servire sulla lunga tavolata a staffa, "esordiranno croccanti e succosi i finocchi, le cicorie della varietà di Galatina, insalate varie, bietola, radicchio e l'ultimo raccolto di melanzane e peperoni".

Nel capannone dove si confezionano i prodotti, etichettati oltre che dal marchio Codex, che in Italia assicura il biologico, anche da quello Demeter, garanzia di agricoltura biodinamica che bandisce qualsiasi impiego di agenti chimici e pesticidi, la bilancia oggi pesa la piccola Ester, anche lei frutto splendido e prezioso d'amore, proprio come quelli della terra, della natura concepita come essere vivente, espressa nei suoi regni e nell'uomo.

Ed è l'interesse entusiasta per la natura, per la terra che sarà delle generazioni future, bella e piena di vita, umana e feconda, ad alimentare l'agricoltura biodinamica: il coltivatore si dedica alla produzione di cibi sani e genuini appropriandosi di mezzi viventi, in armonia con le leggi cosmiche e benefiche, per lui e per la terra a cui vuole bene, come ai suoi figli; al consumatore il compito di stimarne gli sforzi, abbracciando un consumo intelligente e salubre, per se stesso e gli altri. Per la grande famiglia della comune Lunella questa è una scelta di vita.

Sui binari che costeggiano i campi, la quotidianità scorre nello sguardo indifferente del passeggero affacciato al finestrino di un vagone. Sotto l'imponente pioppo che Sergio ha piantato trent'anni fa, quando al termine degli studi agrari gli toccò in dono quell'innesto, il rosso dei peperoni pronti per la raccolta sfuma in quello delle zolle, da cui spuntano i ciuffetti di finocchio che presto arriveranno sulle tavole di pochi, ma coscienziosi, salentini. Altri prenderanno la via di Milano, la maggior parte seguirà l'asse che, per caso o destino, è tracciato dalla ferrovia che passa da qui, e unisce la Lunella alla Germania. Lasciandosi alle spalle la comune, con la piccola Ester che saluta in uno specchietto retrovisore, gli ulivi riportano alla campagna salentina che, pur bella come poche, appare d'un tratto poco amata, sottostimata, violentata da quelle boccettine che il contadino appende alle fronde del suo stesso albero, come se i frutti, senza, non arrivassero sulle tavole.

Allora i precetti cristiani sull'uomo e la natura, a volte così scontati, troppo spesso assopiti nella rassegnazione dei tempi moderni, appaiono più vicini, realizzabili. Come quello del Profeta di Kahlil Gibran: "La terra vi concede generosamente i suoi frutti, e non saranno scarsi se solo saprete riempirvi le mani". E le cassettine.

(ottobre 2010)
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