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I salentini "signori delle luci"

di MARINA GRECO

Silenzio in piazza. Gente tanta, baglior di lampioni ammainato. E luce fu! "Ooohh!", riecheggia stupore nell'aere di colori sgargianti. Una dopo l'altra le luminarie, finora candide trine,diventano iridescenti, la banda attacca il Bolero di Ravel. Passo dopo passo, è quasi un calore che accompagna, palo dopo palo, alle opere intarsiate nella "villa", la paratura che, pezzo dopo pezzo, un po' a fiore o a guizzo di fontana, a mo' di fiorentina, a nuvole o a boccioli, ricama strade e piazze d'ogni paese salentino in festa, accogliendo fra i suoi arcobaleni il dolce richiamo della "cupeta" di mandorle e zucchero e l'odore acre della "scapece" color zafferano, i santi in processione e i lucidi ottoni alle loro spalle.

Chiamati a portare "la luce" nelle feste di tutto il mondo, i maestri paratori si giocano in casa la sfida della fantasia e dell'innovazione, su disegni sempre più originali e precisi, spesso impressi solo nella mente, per la segretezza del progetto. Accade nella patria delle luminarie: Scorrano. Solo la fede spiega cotanta magnificenza. Nel promettere guarigione agli appestati in cambio di un lumicino che ardesse per lei, fu Santa Domenica, madrina e inconsapevole "pioniera" di questa "arte artigiana", per cui ai primi di luglio si sfidano per il suo lustro le quattro più importanti "firme luminose".

Come nel celeberrimo racconto di collodiana fantasia, si oserebbe raccontarne la storia, partendo con un "C'era una volta... - un re! - diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C'era una volta un pezzo di legno...". In questa storia, invece, di pezzi di legno ce ne sono tanti e solo quando li unisci, ci metti il bianco della pittura, luci colorate in quantità e fantasia seicentesca, allora c'è pure il re. Si chiama Cesario De Cagna, occhi blu e capelli bianchi, classe 1940, nato nel giorno della festa dei lavoratori proprio a Scorrano. Il suo regno però è a Maglie, dove lo volle il padre, capostipite di questa famiglia di maestri paratori che oggi conta ben quattro eredi, autori di nuovi capitoli nella storia che si rinnova, dell'azienda di luminarie la cui denominazione completa è lo specchio di questo passaggio di scettro: "L.C.D.C. - Luminarie Cesario De Cagna" di Giuseppe De Cagna e Fratelli.

Ermes, Herry e Boris, i nomi degli altri. Giuseppe, primogenito, con il suo omaggia il fondatore di questa nutrita troupe di "luminari" del fasto barocco impresso alle piazze e alle vie in festa. Correva l'anno 1925 e il giovane Giuseppe De Cagna di Scorrano, d'inverno operaio di quei bui frantoi in cui si passavano a molitura le olive, quell'estate andò in cerca di luce. E che luce... Affascinato da queiparticolari intarsi che, dacchè leggenda e memoria ricordino, rendevano il suo paese tutto un lampione di forme e fiammelle alimentate ad olio, andò a bottega dal suo padrino, proprietario in quel di Martano della ditta Campobasso. Di padrino in figlioccio, poi, la ditta cambiò sede e nome, diventando De Cagna. Quindi nasceva Cesario che oggi racconta di allora, di quando fu mandato "alla scuola per falegnami", dove imparò anche l'arte ebanista equella del mobiliere. E in fondo, nell'enorme capannone alla periferia di Maglie, dove già a giugno si lavora alla grande Torre Eiffel che avrebbe poi stupito i fedeli di Santa Domenica, il regno è ligneo.

"Quando mio padre mi lasciò la ditta", spiega Cesario dalla piccola scrivania dove, ancor oggi, prende misure a mente e disegna, circondato da foto, premi e ricordi luminosi, "l'eredità consisteva in qualche palo e un nome, come tanti". Lui però fu caparbio e, pezzo dopo pezzo, anno dopo anno, mise su codesta "baracca" e un mar di "burattini". A lui l'onore, nel 1965, di segnare il passaggio dal fuoco dello stoppino nell'olio e coppette di ceramica, all'elettricità: era la festa della Madonna di Costantinopoli, il paese Collemeto e il gruppo elettrogeno resisteva "ben" 10 kw.

Chi poteva immaginare allora che, quando il primogenito Giuseppe sarebbe entrato in azienda, la De Cagna avrebbe esportato arte barocca di luci in tutto il mondo, oltrepassando le consuete manifestazioni religiose, per avvolgere di colori grandi eventi, sfilate, ma anche allestimenti di negozi e centri commerciali, come a Houston in Texas, in Olanda, a Parigi, a Busan in Corea del Sud, a Daegu, Seoul e Pyongyang in Corea del Nord, a Taipei City per decorare strade e piazze in occasione del Capodanno, in un tripudio di archi e rosoni retti da spalliere e dai caratteristici pali in legno la cui base, proprio Cesario per la prima volta, tinteggiò di verde, bianco, rosso e blu. Le sue opere sarebbero arrivate finanche in Giappone, racconta Cesario, "qui mi trattavano come una star, e tutti volevano una foto con me, e mi portavano i loro bambini". Poianche la Turchia e la Spagna, alle rinomate "Fallas" di San Giuseppea Valencia, la festa di luci più nota, che alla ditta salentina ha conferito unprestigioso premio. Proprio dai viaggi in terre lontane arrivano ispirazioni idee per disegni sempre diversi, tendoni da circo e templi giapponesi, pagode cinesi, moschee e monumenti come la Torre di Pisa o la parigina Eiffel.

L'orgoglio del maestro, però, e dei suoi eredi, arriva sempre accompagnato da una buona dose di adrenalina ai primi di luglio, alla festa di Santa Domenica, scongiurando anche il ricordo di quella tromba d'aria che nel 2003, a cinque giorni dalla festa, distrusse tutto, e si lavorò pure di notte per ricostruire la mastodontica paratura. Ecco perchè, arrivando nel loro regno già un mese prima della festa, i 23 operai sono tutti all'opera, ognuno al proprio posto. Il disegno nasce nella mente di Cesario che fiero, e può ben dirlo, afferma sicuro: "Le conosco tutte le piazze delSalento". E gli serve quella conoscenza, unita al grande senso della prospettiva e della misura, per trovare l'ispirazione giusta, diversa per ogni festa, su una scrivania incoronata da squadrette, goniometri, matite e pastelli, mentre i fogli sono di qualsiasi tipo, anche di quelli di un blocknotes che i commercianti regalano agli aficionados.

Il disegno, poi, con l'aiuto della grafica, da qualche anno passa al computer, per essere stampato con precisione millimetrica. In falegnameria, dove arrivano tonnellate di abete, ayous e faggio, per la maggior parte da Spongano, al lavoro c'è Luciano che canticchia, prima di spiegare come nasce il "telaio" di una luminaria. Con il disegno ricalcato a matita, il pezzo passa dallo stabilizzatore che ne regola il livello, alla pialla, prima di finire nella serra a nastro e concludere questo primo viaggio con la spatolatrice. "Questo fiorentino, ad esempio", spiega prendendo due pezzi perfettamente identici, "ha le scanalature con le 'anime' che permettono, grazie alla colla, un'unione perfetta". Le fasi successive, raccontate un po' da Cesario e un po' da Herry, saranno una "sgrattata", una"pitturata", lo stucco per spille e chiodi, la cementite e, infine, lo smalto. Da qui, poi, il lavoro è dell'elettricista Fernando che da 16 anni, disegno alla mano, passa dai fili la magia delle luci, che alle normali "incandescenze", da qualche tempo, ha aggiunto i led che De Cagna fa produrre in Cina, direttamente a marchio. E ve ne sono a centinaia, d'ogni colore, nelle scatole adagiate ovunque, come le spalliere.

In un lato, basta chiedere, c'è "il muro di Berlino", battezzato così per l'imponenza e perchè fu costruito proprio nell'89, in occasione della caduta, tutt'ora funzionante e integro. Fuori, nello spazio coperto del capannone, alle prese con la pittura di pezzi come "nuvole", ci sono Gioacchino e Leonardo, quest'ultimo nella famiglia De Cagna da quattro anni. "Ho iniziato avvitando lampadine", racconta, "poi sono passato alle uscite e al montaggio", e oggi è formato per fare un po' tutto. Signorine non ce ne sono, neanche più in là, dove ha luogo l'ultima fase: l'avvitamento delle lampade. Questo è lavoro di Salvatore che, seguendo i colori del disegno, dà infine colore alla "ringhiera" che ha tra le mani. Attaccata l'elettricità, tutto è luce, o quasi... le prove servono anche a questo, e montati "su un campanello di casa" spiega Giuseppe De Cagna a chi incuriosito cerca di capire quale ingegnoso strumento abbia tra le mani l'operaio, i morsetti diranno esattamente quale delle lampadine ha ormai fatto il suo corso.

A pochi metri da qui, già imponente, la Torre Eiffel creata per la festa di Scorrano inizia a prendere forma e altezza, e alla fine sarà composta da ben quattordicimila pezzi. Il signor Cesario De Cagna ha ormai finito di raccontare, eppure ricomincerebbe con nuovi aneddoti, come quando in Giappone lo fecero sedere al posto che aveva occupato Kennedy, o del fatto che lui voglia di ritirarsi proprio non ne ha. Le idee germinano come boccioli a primavera, nella sua immaginazione: quest'anno, poi, tornerà in Giappone, pronto con il figlio Herry a lasciarsi ispirare.

E' infine Giuseppe ad accompagnare nella nuova frontiera dell'azienda, lo show-room che accoglie anche gli adulti in un magico regno dei balocchi. Oltrepassato un sipario nero, pigiato un pulsante, è tutto uno scintillio "e li occhi no l'ardiscon di guardare" per timore che sia solo un sogno. C'è anche Babbo Natale in sella alla sua slitta, tra le tante decorazioni e luminarie che oggi hanno sfatato il mito della festa di paese,non più soltanto riccioli di colore impressi alle vie e alle chiese.

Sebbene ormai cittadini illustri del mondo, per i De Cagna, e tutti gli artisti "della luce" del "paese delle luci", è il cuore dei "paesani" quello da conquistare. E alla fine, il cuore dei salentini attende sempre la festa: una salve annuncerà, con il rintocco delle campane, in ogni piazza di paese, almeno una volta l'anno, che è tempo di ritrovarsi ad ammirare una nuova "villa". Calerà il silenzio, scenderà la tenebra. Rullo di tamburi, e ancora un'accensione spettacolare, prima di prendere il cammino verso le "nuceddhe". Poi, quando scenografici colori pioveranno anche dal cielo e i fedeli applaudiranno ai fuochisti, pure questi maestri di un'arte festante, vivace e fragorosa, a cui va l'onore di chiudere "la giostra", sarà tempo di spegnere le luci: "Passatu lu santu, spicciata la festa".

Già dal giorno dopo vertiginose scale e intrepidi equilibristi con il casco sulla testa risalgono a smontare ciò che, per giorni, avevano issato con cura, con gli anziani seduti sulla panchina a "dirigere" i lavori. Si riparte per una nuova piazza: i santi sono tanti, e le feste più di loro.

(settembre 2011)

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