Skin ADV

GOOGLE ADV

Il miracolo di legno e ingegno che fa navigare i sogni

di MARINA GRECO

Era rimasto sull'isola di Ogigia per lunghi anni, Ulisse, ma il suo cuore anelava Itaca e l'amata Penelope. Così la ninfa Calipso, che pure lo amava, indicati gli alberi giusti, gli donò un'ascia e lui costruì una zattera per riprendere il mare, lasciando che le onde lo riportassero in Odissea. Omerico lascito, è dunque Ulisse il primo maestro d'ascia che la storia ricordi. Dopo di lui, tanti altri. E poi il giro di boa, il declino. Sempre di meno, pochi, rari, in estinzione. Il Salento pare ne conti, ormai, solo due.

Pietro Latino ha gli occhi blu profondo come il mare che cinge la costa di Porto Cesareo, e i capelli bianchi di chi la vita la conosce da un po', l'ha faticata, come le sue mani, ruvide e possenti, unico biglietto da visita del mastro che con ascia e scalpello ha creato barche capaci di prendere il largo, di condurre al pesce i pescatori, di ninnare i naviganti.

Fino a qualche anno fa occupava con le sue barche lo slargo a destra della cinquecentesca Torre Cesarea, a due passi da dove sarebbe sorta e poi deposta una pietrosa Arcuri. Chino, con il berretto calato sulla testa, si lasciava ammirare dai turisti, incuriositi dall'arte del mestiere ereditato dal padre, Uccio. E' ancora lì la prima sede del cantiere Latino, con la serranda abbassata, contiene alla rinfusa attrezzi e ferraglie, pezzi di legno e cimeli del mestiere appesi al muro, e una foto del primo Latino che vi si dedicò.

"Mio padre arrivò a Porto Cesareo con mio nonno nella prima metà del Novecento", Pietro racconta storia che non fu sua, ma di chi gli instillò, unico erede tra undici figli, amore e passione per il mare, per il miracolo di forme e legno, misure e tecnica, ingegno. Originari di Poggiardo, giunsero nel paesello dello Ionio al seguito dell'Acquedotto Pugliese che doveva passare da qui le sue trame, ma Uccio, 25 anni appena, incontrò l'amore e non se ne andò più. "Il lavoro se lo inventò", Pietro rimembra la perigliosa vicenda paterna, "riparando tutto ciò che la gente e il tempo usurava: dai mobili agli infissi, dagli attrezzi alle lampare". Porto Cesareo, borgo figlio d'antica Sasinae, già in epoche lontane viveva di mare, e proprio negli anni '40 del secolo scorso s'andava affermando come rinomato centro di provetti pescatori che, se le imbarcazioni le facevano costruire nel Tarantino, per ogni piccolo intoppo iniziarono a rivolgersi a Uccio, perchè ci mettesse un po' della sua innata maestria, finchè arrivò l'ispirazione e il momento giusto per la creazione di una barca tutta sua.

Pietro aveva sette anni appena quando fu avviato al mestiere, "la mattina a scuola e il pomeriggio a bottega", e una mano in movimento è segno che, se avesse protestato, sarebbero stati brutti quarti d'ora. Le prime abilità le acquisì in riparazioni "e con il calafataggio", commenta l'artigiano, "non tutti, infatti, erano capaci di sistemare le lesioni del legno", i "chiamienti" li chiama lui, mentre con gesti velocissimi e l'ausilio di uno scalpello dalla punta piatta, il martello di legno, mazzale, e la canapa, fa scivolare la fibra all'interno del solco, rendendo il gheriglio pronto per affrontare l'acqua. Correvano gli anni '70 quando, ormai abile nella scelta del legno migliore e nel destreggiare ogni ferro del mestiere, soprattutto uno, Pietro divenne maestro d'ascia. "La mia prima barca", di cui mostra con orgoglio la foto, "si chiama "Falco del mare', misura 7,5 metri e ha quarant'anni": ne parla al presente e fa bene, tant'è che vive e naviga ancora nelle acque salentine di Torre Pali.

Nei quattro decenni che seguirono, da qui hanno preso il largo un gran numero di barche, dai piccoli gozzi per la pesca al tramaglio ai pescherecci d'altura per la pesca al tonno e al pescespada. Il maestro imbraccia l'ascia e dà prova di sè e di un progetto che è suo e, come una scultura sempre diversa, prende forma, passo dopo passo: scelto un lungo pezzo di legno, traccia con l'aiuto di un metro e una matita, con un gesto semplice e deciso, le linee della chiglia. Poi con ascia e scalpello definisce la sagoma, e con la pialla la leviga. E' solo il primo passo di un'arte che è stata essenziale nei cantieri navali fino a poco tempo fa, quando le imbarcazioni erano fatte di legno, pazienza, precisione e passione, un miracolo che, se non fa camminare sulle acque, conduce a solcarne gli spumosi capricci, o semplicemente a lasciarsene cullare.

"La chiglia si divide in tre sezioni, su cui si inseriscono i listelli e si creano le ordinate": a spiegare le fasi successive, disegnandole con un dito sulla polverosa vernice di un gozzo blu in cantiere, ci pensa Tonio, che ha preso il testimone paterno adattandolo ai tempi moderni, perchè con il lento declino e la crisi della pesca professionale, uniti al blocco delle licenze, l'attività si è rigenerata, puntando al settore del diporto nautico, per coniugare tradizione ed evoluzione sul design e i materiali.

E', infatti, storia di tre generazioni, quella del cantiere Latino, oggi non più sulla riva del borgo marinaro, ma in una traversa della strada provinciale che unisce Leverano a Porto Cesareo, poco prima d'un cavalcavia, immerso sì, ma in un mare di campi. Qui il profumo della segatura e lo sguardo verde intenso di Tonio si fanno compagnia con tre leziosi gatti senza nome, che stesi tra barche in costruzione, gozzi in riparazione e scheletri legnosi, contribuiscono a creare un'atmosfera marinara là dove dell'onda non giunge neanche l'eco della risacca. E mentre in altri luoghi il destino dei maestri d'ascia va delineandosi su uno scenario triste, a Porto Cesareo la tradizione dei gozzi e delle imbarcazioni in legno va a braccetto con l'innovazione e le solide stratificazioni di vetroresina fatte per durare nel tempo.

Tonio sa bene come si fa una barca in legno, "ma sono sempre meno le richieste per via dei costi e della costante manutenzione" dice, ma anche con i nuovi materiali la maestria dell'artigiano non viene meno, e lui usa ancora i bozzetti del nonno e quelli del papà per alcuni modelli, mentre dal 2000 ne progetta anche di suoi, direttamente su computer. Per alcune parti si è munito di un grande pantografo, ma quelle essenziali restano lavoro di mani. In questo capannone, dove condividono gli spazi un lungo gommone che fu di contrabbandieri, acquistato a un'asta e che presto sarà trasformato, e un Latino 6 che torna a "casa" per un controllo di routine dal lago di Como dove solitamente naviga, sono stati creati i dieci gozzetti, che gareggeranno tra luglio e agosto nella prima edizione del Palio dei rioni di Porto Cesareo, condotti da due vogatori con il metodo della voga tradizionale cesarina, in piedi e remata in avanti.

Al tramonto di un pomeriggio fresco e ventoso di scirocco, è ancora Pietro a spiegare perchè di maestri d'ascia prima o poi non ve ne saranno più: "Al di là del lento declino dell'uso del legno che tuttavia, in piccole nicchie, sopravvive, oggi di giovani che vanno a bottega non ce ne sono più", ad apprendere il mestiere dai veterani, da chi per banco di scuola ha avuto la banchina d'un porticciolo, da chi poi una barca tutta sua non ce l'ha mai avuta e s'accontenta di far navigare i sogni degli altri. Come quel suo nipote, che spiccava per abilità e arguzia, prometteva bene. Ma un giorno un napoletano gli disse che nella città partenopea avevano avviato la produzione di nasse non più di giunco, ma di plastica, e con quelle sì che di polpi se ne prendevano e vendevano assai. Il soldo facile, insomma, in barba alla cultura del mare vissuto da terra, di questi Ulisse la cui Itaca, vista oggi, appare così tanto lontana, viaggio metafora di vita intensa e faticata, fatta di esperienza. A Porto Cesareo però i cantieri Latino crescono una quarta generazione, i figli di Tonio, 6 e 2 anni, sono già incuriositi da questi natanti così tanto più grandi di loro. Il futuro salentino dei maestri d'ascia lascia ben sperare, come tutte le cose più belle e autentiche, eredità che dai padri passa ai figli. Ma tornando ai racconti lontani dell'antica Grecia, sarà forse un caso che, in alcune leggende posteriori all'Odissea s'attribuisca a Ulisse e Calipso un figlio chiamato Latino?

(luglio 2010)
Torna a inizio pagina
ClioCom © copyright 2013-2019 - Clio S.r.l. Lecce - Tutti i diritti riservati - layout e grafica