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L'allegra vita del cantore popolare incantatore d'anime fra gli amici

di MARINA GRECO


Da piazza del Sole alla Stele Attica, se prendi la strada più breve, finisce che alla stele non ci arrivi mai. E perchè? E' forse un labirinto, questa graziosa Calimera? No, tutt'altro. E' che a un certo punto, sulla tua destra, non potrai fare a meno di notare una corte. Particolari ghirigori barocchi o uno splendido bugnato a punta di diamante? Nemmeno. Qui la storia, la cultura, la tradizione orale e musicale ti guardano in carne e ossa, con occhi vispi, e ti invitano ad entrare. Sul cancelletto, l'insegna è quella d'un luogo pubblico: "Ispirazione. Passione. Cultura. Poeta popolare. Cici Cafaro" e questo, in fondo, è il luogo in cui tutti sono ben accetti e possono entrare. Questa è la casa del poeta contadino, del menestrello salentino: lasciate ogni tristezza, oh voi che entrate, e benvenuti alla corte di Cici Cafaro!

"Che se tu ti fermi a me mi dai un anno di vita", dice Cici, mentre da fotografie, articoli e poesie sulle pareti, sei placidamente accompagnato fin sotto un rigoglioso pergolato, e sulla sinistra una particolare composizione di pietre rivela un presepe davvero speciale. A destra su un tavolino c'è una valigia per viaggiare, di quelle che tanti anni fa accompagnavano il triste emigrare: dentro Cici custodisce ricordi immateriali e ripone pagine e pagine di versi e rime, di brindisi e poesie, di tenere dediche e maliziose frenesie, ma anche di malinconie per un sereno vivere di tanti anni addietro, quando i poveri erano allegri e cantavano, anche mentre spingevano l'aratro. E' una valigia che lo accompagna, insieme alla sua Ape e all'immancabile cartellone, originale biglietto da visita, per le feste di paese e le notti bianche salentine a offrire rime d'amore e poesie in cambio soprattutto di buona compagnia.


Ed eccolo Cici, all'anagrafe Luigi Cafaro, classe 1923, nato nel primo giorno del segno di Castore e Polluce, i Gemelli. Di punto vestito, t'attende e ti studia qualche attimo appena, quell'attimo in cui porgendo la mano potresti stupirlo con un "kalispera" che in griko, sua lingua madre, al contrario del nome del paese, ti dà dolcemente la "buonasera".
La mano si stringe cordiale intorno alla tua, e dietro alle lenti di un paio d'occhiali da vero intelletto, ti pare d'averlo già visto in un film americano, che tanto assomiglia a un Jack Nicholson nostrano. Che poi, l'attore, l'ha fatto davvero, ne "Il sibilo lungo della taranta": e chi poteva interpretare, questo gaudioso giullare, se non se stesso, il celebre poeta popolare?

Due occhi furbetti tutt'altro che miti, che di primavere ne hanno viste ben ottantacinque, e guerra e campi, e fame e storia ne hanno vissuti, cercano attenti lo sguardo dell'uditore, mentre con l'altra mano, Cici stringe il braccio per farti capire che la visita è gradita, e allora sì che da ospiti vi sentirete sultani, mentre l'arguto menestrello, come un fiume in piena, con il simpatico sorriso a due colori e una parlantina da fare invidia, dà il via a un improvvisato "one man show" che ti trascina alla scoperta di mille aneddoti e storie vere, e uscire da questa casa ti parrà un sacrilegio. Da sovrano ti siedi sul tuo trono, una comoda seggiola in plastica o un familiare gradino, sotto il pergolato che gronda frutti ancora acerbi e i giochi di colore di uno dei famosi lampioni magistralmente costruiti, e dalla sua storia ti lasci incantare. "Io sono Cici Cafaro e a voi voglio parlare, della mia vita vi devo raccontare... Per chi mi vuole sono io, Cici, e son l'amico degli amici".

Ogni risposta a una domanda, o a un semplice sguardo interrogativo, sarà poetata, oppure cantata, o diventerà una piacevole narrazione recitata. Ti si avvicina ancora un po' e inizia "Ottantacinque anni son suonati e di cultura li ho colmati. Ma io non sono contento, voglio arrivare fino a cento!". Poi racconta: "Tanti anni fa, il giorno di Natale, tenevo da mangiare solo lupini. Per strada camminavo, mangiavo lupini e buttavo la buccia e dicevo: povero me, il giorno di Natale, solo e senza mangiare. Quando mi sono girato c'era uno che si piegava, raccoglieva le bucce mie e le mangiava. Allora ho capito". E anche noi.


A tal proposito, appesa al muro, c'è l'ultima delle sue creazioni: è un brindisi alla ricchezza perchè "ci tene ricchezze e no sape amare, dicitime te la ricchezza ce bete ca 'a fare... ete meju lu Cici ca no tene ricchezza, ma tene nu core ca ete na bellezza!". E' solo uno dei tanti "brindisi" che gli son valsi negli anni il soprannome di "brindisinu" e che, man mano che venivano, sono stati raccolti in un libro. Cici è poeta e intrattenitore da una vita, e da qualche anno ha deciso di pubblicare le sue creazioni, ecco perchè, sempre con la fedele penna nel taschino, se ne va in giro e ha già quattro libri firmati a suo nome e ben tre manoscritti da pubblicare.

Ed ecco che si alza e fa strada nella sua casa museo: in cucina mostra la foto dell'amica Anna, una signora greca passata da qui, e poi tante e tante amiche e amici, anche personaggi noti. Attraverso la stanza da letto, conduce nel salotto, una vera galleria di articoli, foto, premi, targhe e libri, i suoi libri. Ecco che ti fa leggere una poesia del volume dedicato a Gesù bambino, "che se non c'è rima, non c'è poesia". E poi, adocchiato l'altro tomo, "I brindisi di Cici", se gliene chiedi uno a bruciapelo, ti risponde "E tu che mi dai in cambio?" e lì scatta un brindisi che è ode alle donne "che sono belle e le dobbiamo amare". Insomma, Gesù, la mamma e le "più belle donne", ma soprattutto è l'amore ad avere i grandi onori, "ecco perchè i brindisi, le poesie sono tutte per lo più assuppate nel succo dell'amore perchè là stàe tuttu!".

Le foto spuntano come funghi, alcune catturano immagini di ricche raccolte di enormi porcini. E sì, chè Cici è anche il più grande conoscitore e raccoglitore di funghi della zona. Ma dove li prendeva? "Eh, dove li prendevo? Nel bosco. Scusate eh, ma voi di dove siete?", quasi a dire che un salentino dovrebbe sapere che questa terra è ricca delle succulente e gustose "muffe".
Non manca alle pareti una copia de "Il Quarto Stato": ti indica con il dito la folla che avanza e si fa spazio, e ti dice "questi siamo noi". Il suo indice, poi, sottolinea una cosa molto importante per lui, una pagina di un giornale di Calimera che, in un copione teatrale, lo paragonava a Giacomo Leopardi. Tra i fotogrammi che regnano tutti ordinatamente incorniciati, un'immagine scattata nel 1974 a Kurumuny: lui, il sommo poeta, decantava, e tutti erano ai suoi piedi, a sinistra gli uomini con la coppola calata sulla testa, a destra i giovani e al centro lui, fuoriclasse incantatore d'anime e attenzione, affascinante istrione. Sulla foto, due rime che invano cerchi di appuntare, che Cici ti ferma a mo' di ramanzina "no suntu mee, quiddhe me piacene e nu mme piacene, perchè io le avrei fatte mutu diverse". E come sarebbero state? "Beh a seconda della situazione, mentre tutta questa gente stava ad ascoltare me sul monte Sinai..." Però, che modestia!

Per molte cose, siamo certi, lui è il migliore, almeno nella Grecìa Salentina: è il miglior costruttore di lampioni di San Luigi, è il più bravo suonatore di armonica a bocca, conosce centinaia di canzoni popolari e rivendica di essere il padre di tutti i giovani, la sorgente a cui hanno bevuto un po' tutti i gruppi musicali del Salento, possiede nella memoria il più ampio corredo di barzellette e culacchi, di cui a volte è stato diretto protagonista e in questo, ammettono gli amici, è davvero insuperabile. Comunque, alla sua corte, di gente a bere alla fonte ne è passata, e non solo per attingere alle canzoni, ma anche, come sottolineano i suoi compari, "formaggi, vino, funghi e stornelli, e poi... arrivederci e grazie".

Di ritorno in cucina, i tamburelli appesi al muro come preziosi quadri fanno chiedere all'insigne poeta se ne è esperto suonatore, ed è come se le risposte le avesse studiate prima, in un copione senza fine, che ne ha una pronta per ogni evenienza, e tutte maliziosamente divertenti: "Tamburelli io? Io mo' te la suono diversamente..." E, aperti due dei quattro cassetti della credenza, ci si ritrova davanti alla maestosa collezione di armoniche a bocca: è questo lo strumento di Cici, lui è un maestro e ne possiede tante, "da quella piccola fino a quella tanta, così!.. mannaggia, questa è scordata, ne avevo messa una da parte per la serata, ma non la trovo". Anche questa, quindi, "scordata", chissà dove.

Chi è, dunque, Cici? Tanti flash, ma non c'è "verso" di farsi raccontare, se non alla maniera sua, la vita del cantore popolare. E allora ci si può affidare alla "letteratura" che egli stesso ha scritto di sè. A scuola c'è andato fino alla terza elementare, la licenza l'ha presa da grande, che allora si doveva andare nei campi, "eh, beh, allora mi toccava per forza. Alla mattina salivamo sul carretto e la mamma ci dava due fichi. Una volta dissi, mamma dammi un po' di pane: mio padre si girò e mi diede uno schiaffo che ancora mi brucia, e mi indicò il campo: il pane prima si deve guadagnare".

E a suonare e cantare? "Ah, quando eravamo giovani facevamo le serenate alla ragazza. Qualche volta si trovavano i genitori bravi e ci davano un bicchiere di vino. Non si arrabbiavano, ma... quando uno dormiva non è che gli faceva piacere. Alla zita facìa piacere!". Se sei fortunato e lo sai conquistare, ti racconterà i divertenti segreti dell'Assuntina, ma con un monito "non dire dell'amico quel che sai che arriva il tempo e ti pentirai!". Dicono Tina e Luigi che lui a tutte le donne ha fatto la corte, ed ecco che parte un "corte? Qua vicino solo io tengo la corte".

E sulla politica? Negli anni "70 la politica era incandescente: durante un comizio un oratore chiese se qualcuno avesse da dire qualcosa "Io non sapevo bene cosa avrei detto: ho iniziato e non mi sono fermato più, e giù applausi. Da allora, alle feste di partito mi invitavano e così ho creato tanti recital, tante canzoni di protesta che hanno riscosso grande successo, come O pillo pillo pì", che a sentire quest'ultima, è così attuale che sembra scritta oggi. Di sicuro, se si fosse candidato, avrebbe vinto. Ma nella vita di Cici ha fatto la sua parte anche l'amico e compagno d'avventure Giovanni Pellegrino, famoso nel Salento per aver dato vita alla Festa de lu focu di Zollino: il primo recital insieme lo fecero "allu trappitu".

E' Giovanni che ci racconta Cici, la sua voglia di animare le serate e stare in compagnia, soprattutto dei giovani ai quali tramandare le proprie conoscenze. E racconta che tante feste e tradizioni cadute in disuso a Calimera sono ritornate a splendere proprio per l'impegno di Cici, come la festa dei lampioni, famosa in tutto il Salento. E il cantastorie racconta che un tempo remoto i lampioni li facevano per sant'Antonio, ma lui, che di nome faceva Luigi, prese l'abitudine di farne di meravigliosi, grandi, colorati ad illuminare la festa del suo onomastico, il 21 giugno. E fu così che San Luigi a Calimera divenne festa dei lampioni.

Ma nella vita di Cici, non ci furono solo feste: c'è stata anche la guerra mondiale da cui tornò a casa a piedi, in quaranta lunghi giorni. Seguirono poi le agognate emigrazioni e i canti all'emigrante, come era lui, che la prima volta andò in Francia. Poi in Svizzera e in Germania. "Ma io a tutto il mondo sono stato", tiene a precisare.
Iniziano a farsi sentire gli amici presenti alla sua corte, i commensali d'una visita che si trasforma immancabilmente in un pasteggio di quello che si può offrire e di un adorato vino rosso, amabile, a cui Cici ha dedicato odi e onori, versi e canti. E parte così questo canto al nettare di Bacco, "ma non quello che dice "mieru lla llà", e che vuol dire "llà llà"? E ce suntu fessa? Mieru mieru, portalo qua!"

E poi quello alla mamma, sempre in griko, ma sono pochi a capirne la semplice dolcezza e l'intensa liricità ed è per questo che da sempre le battaglie Cici le ha fatte anche affinchè la lingua madre non andasse perduta. E da vero saggio enuncia un'innegabile verità: lui al circolo non ci va più, "che il circolo è nato perchè il griko non vada perduto. E io dicevo, ma almeno tra di noi perchè non parliamo in griko? No, sempre in italiano. E io non ci vado più". Se le cose stanno così, fa bene.
Ma da piccolo poi, Cici, parlava solo in griko o anche un po' in italiano? "Io sono greco, e tu pure. Noi siamo di sangue greco e la madre lingua pure è greca". Poi con orgoglio tira fuori una tesi di laurea che un paio d'anni fa disquisì le sue poesie in griko, e andò pure all'Università a sentirla discutere. "Ma questa", sostiene Cici, "mica è l'unica tesi! Io sai a quante ragazze l'ho data?" ammicca, "ho avuto questa, e un'altra ragazza di Taranto che si è laureata qualche mese fa".

La poesia in griko alla mamma è stata anche musicata, ed ecco che gli amici, seduti alla corte, lo prendono in giro sulla gelosia che nutre per le sue rime, ma Cici spiega: "Io tengo i vestiti miei. Poi però vengono gli altri e si vestono con i vestiti miei e mi lasciano nudo, senza neanche grazie. Almeno nu pocu di riconoscimento...".
Ma lo sfottò degli amici continua e Cici, spazientito e soprattutto divertito per questo stuzzicare che gli consente di ribattere dando il meglio di sè, dice: "Ehi, se dobbiamo continuare, cacciate 10 centesimi ciascuno, cu lli li damu a quiddhu cu se stae cittu!".

E giù una canzone dedicata alla Francesca, la figlia del fornaio, poi ti mostra il libro di poesie dedicate alle figlie, il terzo finora "l'amore di un padre", e poi c'è quello che raccoglie le prime opere passate alla carta, "Le poesie di Cici Cafaro, poeta della Grecìa". Ha viaggiato in tutto il mondo, dice, e in tutto il mondo ha lasciato le sue poesie, come "la semente...". Anche in ospedale, al "Vito Fazzi", dove il medico lo abbracciò per il bel dono, o a quello di Galatina. E racconta l'amico Luigi che Cici spesso li ha fatti preoccupare, ma poi, tornato a casa, anche senza forze, si arrampicava sulle scale altissime e traballanti per appendere puntuale i suoi lampioni, in onore di San Luigi. Ma ha anche tanti segreti per delle guarigioni veloci, come quando si sbucciò una mano, e testimone l'amico, tagliò un pezzo di corteccia da un ulivo e coprì la ferita. Il giorno dopo, il taglio profondo era per miracolo guarito. Ci tiene Cici a dire che anche chi a scuola non è andato, di sapienza ne tiene tanta, perchè la vita è stata la sua insegnante più brava.
E', forse, per immortalare l'ispirazione che ha sempre la penna lì nel taschino? "Ma come? La tengo per quando mi dai il numero tuo!". E state sicuri che vi chiamerà, anche solo per sapere come state, per invitarvi a una nuova festa o raccontarvi come ha trascorso la serata precedente.

Ma questa, di serata, si va inebriando dei profumi e degli effetti dell'amico vino e mentre una rete di cozze piccinne appesa a una pianta dà ispirazione per intonare una nota canzone, il tamburello in mano all'amico e discepolo Antonio Castrignanò batte il tempo per i canti degli inseparabili compagni di gioie e dolori di Cici, Donatina e Luigi, ed è tempo solo di cantare, mentre il poeta popolare ride per questa serata e si augura che ogni giorno fino a cent'anni la sua vita sia così, piena d'amici e allegra, che lui ha ancora tanto da insegnare, ma soprattutto tanto amore da dare "perchè nella mia vita io ho seminato tanto amore: qualche volta è caduto sugli scogli e non ha fruttato niente, qualche volta è caduto su terreni secchi e ha fruttato poco, ma tante altre volte", come spera sia per noi, "il terreno era buono e ha fruttato l'amore di tanti amici".


Quando sarà infine, l'ora di andare, non si può fare a meno di ringraziare per lo splendido dono di una serata da non dimenticare, sapendo che a Calimera c'è un amico in più, "l'amico degli amici", il grande poeta contadino, il cantore popolare, Cici.

(Ottobre 2008)

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