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Le buone cure di Francesca Romana

di MARINA GRECO

Il vento d'inverno bussa ai portoni della città dei campanili. In via Ferrante d'Aragona 19, se ne schiude uno di legno massiccio, battenti di ferro e sul citofono solo "laboratorio". Oltre lo scatto metallico, una ripida scala porta nel regno di Francesca Romana Melodia, pioniera dei restauratori di Lecce. Il suo non è certo un nome sconosciuto negli ambienti della cultura e dell'arte: qui si è davanti al guru del "far rivivere" le pitture su tele e statue.

E' una stretta di mano delicata, nonostante i trent'anni di solventi, tinte, pennelli e bisturi, quella che dà il benvenuto nel disimpegno, lo snodo che separa "casa e putea". Si può scegliere la porta accanto alla scrivania per sbirciare nelle stanze in cui, oltre a grandi tele adagiate sui piani di lavoro, si rincorrono cavalletti, cornici, barattoli e pennelli, tele e quadri lignei, statue e manuali. Oppure, sostare nella micro-cucina, ricca e ordinata, per conoscere la storia da cui ha origine il mestiere, tra foto, cartoline e souvenir di paesi lontani, disegni dei nipoti appiccicati al frigo e una stampa dell'Empor di Kandinsky.

Da piccola sognava di fare la sposa, da adolescente la veterinaria: alla fine s'iscrisse all'Istituto statale d'arte di Lecce, indirizzo ceramica. Come le vicende dei santi a cui ha ridato luce, la giovane Francesca dal cognome armonioso nel '78 terminò gli studi, e un po' come Paolo l'apostolo, cercava la meta, accecata dal dubbio sul da farsi. Rimase, dunque, "folgorata sulla via di Arezzo" dove, ospite di un'amica, andò a vedere una mostra di restauri curata dal maestro leccese Carlo Guido, da anni trapiantato in Toscana.

Anche lui, del resto, aveva avuto l'illuminazione in quelle terre, qualche anno prima, andando a dare una mano nel recupero delle opere sepolte nel fango dell'alluvione di Firenze: dedicandosi alla cura di quelle ferite, scelse di fare dell'arte del restauro il suo mestiere. Due anni a bottega da lui: fu questa la vera scuola, anni in cui, con il suo maestro, collaborò con la locale Soprintendenza e partecipò alla mostra "Giorgio Vasari", mettendo mano su creazioni di Domenico Ghirlandaio, Luca Signorelli, Rosso Fiorentino...

Rientrata a Lecce, dopo un paio d'anni come docente in una scuola di restauro, la "maestra" svoltò. Altro che "nemo propheta in patria": si presentò alle soprintendenze e, con le sue credenziali, non tardò molto ad esser reclutata. "Per un giovane d'oggi", spiega sottolineando il cambiamento dei tempi, "sarebbe impossibile seguire questo iter: servono "i pezzi di carta", anni sui libri, in accademia. A Lecce, poi, il corso di restauro non c'è più. Per non parlare delle difficoltà che la professione incontra, bistrattata dalla critica d'arte prettamente accademica, o raggirata dalle imprese edili che spesso non hanno la benchè minima qualifica per il restauro di opere d'arte, ma vanno avanti e ricevono appalti con le certificazioni ottenute grazie ai restauratori loro dipendenti. Queste dinamiche accadono alla luce del sole, ma il potere viene tutelato dalle leggi correnti". Insomma, sempre così.

Trent'anni fa, a lei "bastò" la formazione con il maestro Guido, tra Arezzo e Firenze, per iscriversi alla Camera di Commercio, all'Albo degli Artigiani e accreditarsi alla Soprintendenza di Bari. Da allora, non si è fermata la formazione nè l'aggiornamento su tecniche e materiali, con corsi e convegni, che colmavano le lacune e, al contempo, la investivano del ruolo di pioniera di ogni novità, prontamente importata nella sua arte e sul territorio. Ecco perchè, non c'è da meravigliarsi, le è stata dedicata anche una tesi, di una studentessa del corso di Conservazione e restauro presso l'Accademia di Belle Arti di Lecce, con cui collabora da tempo con le sue docenze, sul percorso, la metodologia e la tipologia dei materiali sempre in evoluzione. Il cammino continua, perchè la passione e la sensibilità che muovono le sue mani, l'amore per il mestiere, ne fanno un vulcano di idee, un concentrato di energie con mille spunti. Questa casa/laboratorio, ad esempio, è anche sede dell'Associazione interdisciplinare di restauro, il cui ruolo, ad avere più tempo, potrebbe incidere molto sul territorio soprattutto nel far arrivare corsi di aggiornamento, o nell'organizzare più seminari.

Nonostante il gran da fare, Francesca se la ricorda ancora, la sua prima commissione salentina, oggi custodita nella chiesa di Santa Maria degli Angeli a Brindisi di autore settecentesco ignoto, raffigurante l'estasi di San Francesco. Oggi c'è un altro San Francesco, quello di Paola, nella prima sala del laboratorio, una statua lignea in attesa di cure: arriva da Otranto, sguardo attonito e profondo come quando previde l'assalto dei turchi e la strage del 1480. Che coincidenza: all'epoca il sovrano era proprio Ferrante d'Aragona, lo stesso a cui è dedicata la via su cui vi è oggi il "regno" di Francesca.

Con un po' di solvente su un batuffolo d'ovatta strofinato sul saio scuro del santo, Francesca Romana scopre dei fiorellini chiari: "C'è da studiare bene com'era, in origine", spiega, "le decorazioni floreali sono possibili, essendo la statua risalente ad epoca tardocinquecentesca".

"La collaborazione con la diocesi di Otranto è lunga e proficua", riprende il filo del racconto, "fui tra le prime, nel Salento, ad andare in banca, spiegare il mio progetto di ciclo di restauri all'interno della cattedrale e chiedere il finanziamento". La fortuna girò bene, soprattutto quando, bussando alla porta successiva, le aprì il vescovo Vincenzo Franco, la cui caparbietà avrebbe portato la celeberrima chiesa allo splendore odierno.

Di fronte al santo visionario, si stende sul retro una tela proveniente dalla provincia di Bari, datata 1724. "Questa era ridotta proprio male", commenta con piglio da medico di pronto soccorso e, sollevandone un angolo, mostra il dipinto completamente garzato. Il santo da curare stavolta è Agostino, immortalato nella consegna della Regola.

Nella sala accanto, sotto le luci dei riflettori, riposa a pancia in giù anche una Madonna Immacolata. In prossimità degli angoli mancano dei pezzi: da una striscia di tela antica, recuperata da altre fonti, "anche in questo mestiere non si butta via niente", sorride, "si ricalca la forma del pezzo mancante, lo si taglia con il bisturi e, facendo in modo che l'intervento non sia troppo invasivo, si cuce sulla tela da restaurare, con puntualità e solo dove serve. Se poi, nelle lacune, c'è qualche filo originale, si procede con la ritessitura". Insomma, il linguaggio è proprio medico, di chi con vocazione, cura.

Ma che non le si dica che restituisce alle opere l'originaria bellezza: questa, per lei, è una frase fatta. "La soddisfazione sta nel far rivivere, cercando di riportare all'origine. Spesso, infatti, il mio lavoro consiste nel riparare ai danni fatti da altri". Il paragone con l'estetica lo fa al contrario. "Come se, a una donna completamente rifatta, piena di botulino e silicone, io andassi a togliere tutte le sovrastrutture. Il risultato non è la bellezza, quella non potrà mai essere la stessa, perchè legata all'epoca della creazione, ma la luce e lo splendore delle origini".

Di tutti quelli passati tra le sue dita un capitolo a parte anche nel cuore e nella carriera della "nostra" restauratrice, il dipinto ad olio su tela che sovrasta l'altare maggiore della chiesa di Santa Chiara, a Lecce. Tra cori d'angeli, ghirlande e merletti di pietra leccese, la pala dalle ragguardevoli dimensioni di 390 per 350 centimetri presentava quasi irriconoscibili, nell'alto dei cieli dipinti ad olio da Giovanni Stano nel 1911, Santa Chiara con San Biagio alle spalle e, di fronte, San Pasquale e Santa Filomena, in atto di adorare l'Eucaristia. La pittura ridotta a scaglie, addirittura mancante in diversi punti, era frutto di un errato impiego dei colori ad olio, usati su una tela di cotone passata con colla animale. "Eppure, lo Stano non era certo un principiante!", esclama pensando a quel fatidico accostamento tra olio e grasso animale che, in abbinamento all'umidità e all'incuria, non poteva che ridurre il quadro in stato pessimo. Lunghe e amorevoli sono state le cure, con la pittura scrostata riportata in posizione, facendo rinvenire la colla e aggiungendo un più adeguato adesivo, per dargli maggiore flessibilità. A guardare le foto a confronto tra ieri e oggi è facile capire perchè gli occhi, a parlarne, le luccichino orgogliosi dietro alle lenti che, come ogni buon maestro di bottega, porta sempre appese al collo. Non meno di quando racconta della tela, grande ben 44 metri quadri, della chiesa madre di Ruffano, con la Cacciata dei mercanti dal Tempio, per cui, grazie alla proposta di una sua studentessa in Erasmus a Valencia, è stata chiamata come relatrice a un Congresso internazionale per dipinti di grandi dimensioni.

E via discorrendo. I due quadri di famiglia appesi al muro, intanto, attendono il "tempo perso", un po' come a dire che la legge per cui il calzolaio se ne va in giro a piedi scalzi vale anche per i restauratori. Oggi la bottega ha da chiuder presto, c'è il compleanno di una nipotina che attende. La mano, ai saluti finali, la stringi con meno vigore, quasi a non voler sciupare la così illustre risorsa, con la riverenza del discepolo che non vede l'ora di poter ritornare a imparare, il giorno seguente, un nuovo segreto.

Lungo le stradine in cui il vento, ormai a sera, sembra offrire voce ai volti di donne e angeli impressi sui balconi, lasciandosi infine alle spalle la chiesa greca, un solo pensiero si aggiunge a quel mulinello prezioso di immagini d'arte ritornate a vita: "E pensare che da bambina sognava di fare la sposa...".

(gennaio 2012)

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