Skin ADV

GOOGLE ADV

Le piccole meraviglie nell’universo degli animali feriti e risorti

di MARINA GRECO

Occhi gialli. Intensi e fieri, per quel che si può, quando scrutano attraverso la rete di una voliera. È lo sguardo di Fanny, civetta delle nevi che, a dispetto del suo nome, il freddo vero non lo ha mai conosciuto. Per anni ha vissuto senza mai volare, in una piccola gabbia, nel giardino di un'anziana signora trasformato in uno zoo personale. La sua è una storia triste, come quasi tutte quelle che popolano il piccolo e accogliente mondo di "umanità", nelle campagne di Calimera.  

La scritta "museo", lettere bianche su segnale marrone, non anticipa nulla a chi è in cerca di luoghi da scoprire. Del resto da qui non si passa per caso. Si viene a cercarlo, quel segnale che conduce a un chilometro fuori dal paese, sulla via per Borgagne. Il muro incorona un tratto della lecceta Lu Tuzzu, minuscola parte di una delle foreste che in passato verdeggiavano la provincia fornendo a quei "craunari" dei calimeresi la materia prima per la carbonella, per cui erano rinomati. Un cartello sul muro recita "Museo civico di Storia naturale del Salento e Osservatorio faunistico provinciale", mentre il cancello si apre su una bella struttura bordeaux.

Costruito per diventare ospizio, lo stabile rimase chiuso, uno dei tanti scheletri di cemento degli anni '70-'80, sorti e lasciati all'incuria da chi li aveva commissionati, spendendo invano soldi pubblici. Per fortuna, ogni tanto la storia trova una deviazione, e la imbocca. Questa condusse qui Sandro Panzera, responsabile dell'osservatorio, a fare delle fotografie. Poi l'illuminazione: trasferire il museo, residente in paese dall'82. Ci sono voluti lunghi anni di burocrazia ma finalmente, da circa un anno, uomini, collezioni e animali hanno una nuova casa.

Antonio Durante, direttore del museo per Naturalia, cooperativa che lo gestisce dal '96, accoglie nella grande hall, prima di affidare il visitatore "fuori orario" a Simona Potenza per un tour dietro le quinte. Passando dal rettilario si incontra Gianpiero Donno, costruttore di tamburelli da qualche tempo arruolato nella grande famiglia, intento a pulire le stanze dei serpenti. "Dov'è finito l'ultimo camaleonte di Nardò?", si chiedono. Da qualche anno, in zona Pagani del comune neretino, i simpatici animali dalle proverbiali doti mimetiche si sono naturalizzati, riproducendosi probabilmente da un'originaria coppia, souvenir di qualche eccentrico turista. Si arriva in infermeria. Nel corridoio un pappagallo amazzone fronte blu aspetta qualcuno con cui giocare.

Ritrovato nel Sud Salento senza anello è destinato a rimanere qui. Le specie esotiche, infatti, vanno registrate e inanellate per poter risalire al proprietario: gli sprovvisti di "passaporto", dunque, restano qui in affido. Simona, responsabile di volatili e mammiferi, racconta la quotidianità dell'infermeria mentre scarica dall'auto i "pazienti" che, necessitando di cure notturne, ha portato a casa con sé. Tra questi ci sono quattro piccoli ricci, due settimane di vita e occhi ancora chiusi. "Il contadino doveva lavorare proprio sotto il loro albero", spiega Simona, "così li ha spostati di qualche metro e, come natura e istinto le hanno suggerito, la mamma li ha abbandonati". Forse non ce la faranno, oppure si assisterà a uno dei tanti miracoli che tra queste mura si compiono ogni giorno. "I ricci li cresci da quando sono neonati", racconta la faunista, "pesano neanche cinquanta grammi, ci perdi le notti per assisterli. Poi diventano grandi e li devi lasciar andare, con la paura che la prima macchina te li fa fuori. E lì senti che hai fallito, o fallisce la natura. Per me è il fallimento del genere umano...".

Nella stanza si aggirano una taccola e una volpoca, libere di farsi dispetti e rubarsi il cibo: sono "imprintate", e cioè educate a vivere con l'uomo, seguono Simona, le vanno incontro, hanno una personalità spiccata e un bel caratterino. "Non hanno un nome", risponde alla più classica delle domande, "solo agli animali che rimarranno con noi ne diamo uno, perché cerchiamo di non affezionarci troppo". Bisogna renderli autonomi, pronti a cavarsela da soli, prima di metterli in libertà. Una tartaruga grande quanto una moneta da cinquanta centesimi sguazza nel fango degli Alimini messo in una vaschetta: alcuni ragazzi l'hanno salvata da un assalto di formiche. Anche lei è nuova, come il gabbiano arrivato il giorno prima con gli ami nello stomaco. A ben guardare, non sembra esserci nessun gabbiano. Simona indica la scatola di cartone con tanti buchi. Solo così, al buio, può riposare. Una rapida occhiata e gli scaffali, che prima sembravano contenitori di magazzino, ora appaiono corsie d'ospedale. Sono decine le scatole, ognuna con la "cartella clinica" dell'osservatorio.

Civette, gabbiani, gheppi, o falchi grillai che, dopo anni d'assenza, son tornati a Lecce a trascorrere l'estate. Da circa tre anni una coppia ha scelto di nidificare, sensibile all'arte, sulla chiesa di San Matteo. La "staffetta" passa a Chiara Caputo, responsabile del centro recupero di tartarughe marine, terrestri e palustri. Nella stanza popolata di vaschette, prende in mano la prima delle testuggini che, dal 2003 ad oggi, l'abbia mai morsa: è una piccola Trachemys scripta elegans, tartaruga palustre dalle orecchie arancioni, di quelle che a centinaia si trovavano sulle bancarelle delle feste, per soddisfare i capricci dei bambini. "Oggi non è più in commercio", dice Chiara, "ma se ne son vendute a valanghe, con successivi numerosi casi di abbandono, dunque di inquinamento biologico. La specie è, infatti, aliena invasiva". Ancora in commercio le colleghe dalle orecchie gialle, le Trachemys scripta scripta. Anche le loro storie sono meste: abbandonate, ipovedenti, malnutrite, alcune tartarughe rimarranno qui per sempre; altre, se autoctone, torneranno libere, come le Emys orbicularis che popolano le zone umide del Salento.

Il tempo scorre: gli animali devono mangiare. Simona ha acquistato pesce e carne, Chiara è passata dal supermercato che ogni giorno dona frutta e verdura di scarto, anche se buona. Tutti possono contribuire a mantenere abitanti e pazienti: "Donando cibo, ad esempio", spiegano le ragazze, "oppure sottoscrivendo l'abbonamento alla rivista Naturalia, adottando a distanza o effettuando una donazione". Volontari ce ne sono pochi. "Non perché non si presentino", ammette Simona, "ma questo è un ospedale, c'è sofferenza e le mansioni sono tante; non si può fare solo laboratorio, e non è semplice, per quanto si amino gli animali, assistere un gabbiano con la gastroenterite, per dirne una".

La fortuna e il vento portano l'arrivo di Francesca Montefusco, volontaria da circa otto anni, e Andrea Baccassino, cabarettista, produttore dello spot per l'apertura del nuovo Vivarium del museo ed editore di Naturalia, che si offrono come guide straordinarie alla visita lungo i percorsi aperti a tutti, ogni domenica pomeriggio oppure su appuntamento. Imboccato il sentiero nel bosco, si apre la zona pic-nic dove si tengono cene sociali ed eventi. I raggi del sole filtrano tra i rami indicando la ricostruzione di una "craunara", opera degli ultimi carbonai di Calimera. Seguendo le corde, si costeggiano le tane di volpe. Tane si fa per dire: sono, infatti, dei trilocali con bagno e cucina.

Tra i massi che emergono dalla terra e le radici degli alberi, i passi conducono alle prime voliere di pappagalli come kakariki, parrocchietti dal collare e cocorite, quasi tutti affidati dai padroni impossibilitati a tenerli. A pochi metri vivono due ricci africani, Violetta e Nicoletta. Poco distanti, le grandi voliere dei rapaci sequestrati in ambiente non idoneo, che non hanno mai spiccato il volo. Il gufo africano non ha mai sorvolato l'Africa subsahariana, il virginiano non conosce i laghi del Canada né la Cordigliera delle Ande, così come il gufo reale europeo, o la civetta delle nevi, l'Edvige di Harry Potter, che invece dei ghiacciai è costretta a subire le sciroccate salentine: sono una piccola parte dei circa sessanta esemplari che componevano il già citato zoo personale di una signora brindisina, tra cui anche una pantera obesa, perché costretta in una gabbia troppo piccola.

È amore per gli animali, questo? Un trio di poiane di Harris si fa sentire muovendo l'aria in battiti d'ali possenti che in Arizona o in Texas avrebbero potuto far valere le proprie doti di predatori. "A me fanno tenerezza", dice Francesca di questi sguardi quasi spietati, orgogliosi: "Anche se le grandi voliere offrono loro un'esistenza dignitosa rispetto a quella da cui provengono, sai che non saranno mai liberi. Rapaci ridotti alla stregua di canarini". Qua e là i funghi guidano verso la faina per un breve saluto: che l'abito non faccia il monaco è risaputo, ma è davvero difficile credere che un sì grazioso animale possa uccidere con un solo morso alla gola galline e fagiani.

"Chi dice che la volpe è furba non ha conosciuto la faina", sentenzia Andrea. Non lontani da lei, ma ben protetti, vivono i fagiani tenebrosi e i dorati, i pavoni, le quaglie e un grosso piccione, in compagnia di tantissime tartarughe di terra. Quando ne incontra una, Francesca la accompagna in infermeria per controllarne lo stato di salute. Andrea intraprende una chiacchierata con le oche che convivono con le tartarughe palustri, mentre si sentono rullare in lontananza i tamburi delle tribù australiane. Non vi è alcun villaggio, né rituali in corso: è il verso di Biagio, un emù originario del nuovissimo mondo, unico sopravvissuto a una nidiata deposta presso la vicina masseria San Biagio. È nato il 28 gennaio del 2008, tirato fuori dall'uovo dopo un'ora di "travaglio": era con la testolina fuori dal guscio ma non ce la faceva ad uscire. Nei paraggi vi è l'ingresso al vivarium: insetti, rettili, anfibi sanno farsi ammirare in terrari e acquaterrari che rispecchiano le caratteristiche degli ambienti originari, serpenti, camaleonti, iguana e molti altri esemplari di fauna esotica abbandonati, rinvenuti in difficoltà sul territorio italiano o consegnati in affido dai privati. Come il pitone di oltre quattro metri portato da una signora che non ne poteva più di averlo in casa, per via del forte odore. Qui il rettile ha uno spazio grande che condivide con un suo simile albino.

La sala dell'acqua si apre sulla destra con al centro quattro grandi vasche che riproducono altrettanti biotipi: sono aperte, permettendo agli animali che ci vivono di uscire, generando equilibrio tra prede e predatori, un esperimento che testa la nuova tecnica di ecologia dei sistemi semichiusi e permette il riscatto di piante e animali sull'uomo che coltiva e alleva senza consenso. Tutt'intorno acquari di pesci e piccole rane, alcune dai colori sgargianti e velenose. "Il visitatore", si legge nel progetto, "non è più passeggero dinanzi a vetrine illuminate, ma pellegrino esterrefatto in un mondo da esplorare, dove si ripete il gioco di amore e morte, finalmente non letto e descritto sui libri, o visto in un documentario, ma vissuto in prima persona".

Da questo viaggio si torna con un'altra idea di amore per gli animali e la natura, fatta di rispetto, passione e dedizione. Al di là di una corda, nella parte esterna dell'infermeria, riposano i convalescenti: tra questi c'è Tobia, un corvo imperiale ritrovato nelle campagne di Galatone con una malformazione causata da alimentazione priva di calcio e vitamine. Si avvicina, dona un po' del suo cibo, imita la risata di Francesca, la voce di Simona e ogni tanto si lancia in sonori "Wow!". È la razza allevata nella Torre di Londra perché, leggenda narra, "se i corvi moriranno o voleranno via, la Corona cadrà e con essa la Gran Bretagna". A Calimera non ci sono leggende, ma solo storie vere e il lieto fine è per pochi. Questo è un limbo. Si arriva che quasi non si è vissuto, c'è chi torna in natura e chi la libertà non l'ha mai conosciuta. Vanno così le cose, nel mondo capovolto dall'onnipotenza dell'uomo. Ai ragazzi di Naturalia il compito di restituire a questi animali almeno la dignità. E lo sguardo sempre dritto, fiero e orgoglioso di chi, purtroppo, paga colpe non sue.

Borghi e città

Torna a inizio pagina
ClioCom © copyright 2013-2019 - Clio S.r.l. Lecce - Tutti i diritti riservati - layout e grafica