Skin ADV

GOOGLE ADV

Lecce/Misteri ipogei, libri, fede e arte

di MARINA GRECO

Lo immagini lontano, nelle verdi praterie di Kingsbridge, il lungo saio e ai piedi sandali di cuoio logori per il cammino. La chierica sul capo ora chino in preghiera, ora rivolto al cielo, a una cattedrale che viene su per mano e fantasia di Ken Follett e i suoi pilastri della terra. E invece ha la tuta, tutti i capelli, le Birkenstock ai piedi e, a occhio e croce, non più di quarant'anni padre Michele, che apre le porte del convento dei frati minori a Fulgenzio.

Lecce, intanto, è tutta in macchina. Scorre a passo d'uomo lungo i viali che si prestano alle luci di Natale, lo sguardo su una a caso delle vetrine, si lascia alle spalle i giardini pubblici per la vecchia via del mare, intitolata al potere temporale dell'imperatore Adriano relegato all'asfalto, su cui trionfa verso l'alto quello spirituale. Lecce al volante sa già che sulla destra intravedrà le arcate e, via via, l'alto cancello, limbo tra due comunità che credono di conoscersi, finchè la facciata di Sant'Antonio lascia il passo a un nuovo isolato di palazzi, e i colori del suo rosone sono già lontani.

La città, frenetica sul tempo che scorre lento, la domenica ama andare a messa a Fulgenzio. Fino a due anni fa ammirava nei suoi sotterranei la magia del Natale in mostra nei presepi, manifestazione migrata nel centro storico. E questo è quanto. C'è poi la città invisibile, quella del popolo che ha fame. Esiste anche qui, nella terra dove cicorie e fichi secchi non bastano più, sta dove occhi abbagliati dall'agio non arrivano, alla mensa serale dei poveri che restituisce dignità all'uomo sconfitto dalla prepotenza del danaro. I frati minori accolgono sempre il prossimo, saziando tanti tipi di fame: quella fisica, quella spirituale e di cultura, di misteri ipogei carichi di fascino e simbolismo.

Fra' Michele, dunque, apre le porte e guida il "testimone" al convento, ultimo degli edifici sorto a Fulgenzio, che collega la villa cinquecentesca alla chiesa di inizi Novecento, che incentra il chiostro sulla madonnina vegliata da un ficus ancorato alla terra in contorte radici. La portineria qualche anno fa introduceva alla sartoria: lo rivela fra' Cosimo, immortalato nel vetro chiaro della porta insieme alla sua Singer.

Passato dalle "Grazie" di Galatone ai "fulgori" di Fulgenzio, fra' Michele prepara il caffè e presenta la comunità di frati minori: "Siamo undici, quattro abbastanza giovani", sottolinea a chi stenta ancora a staccarsi dall'immagine del monaco scalzo, rubicondo e attempato. "Io sono il guardiano, poi c'è padre Marco, direttore della biblioteca, padre Salvatore, che lavora in carcere, e padre Luigi, che dirige il cinema Antoniano".

L'aroma del caffè desta i passi, li muove veloci tra gli archi a tutto sesto del chiostro fino all'entrata in chiesa, diretta sulla magna sequenza di affreschi che frate Raffaello Pantaloni di Santa Fiora impresse alle mura nel corso degli anni, tanti, che portarono il religioso dal predestinato nome "pittoresco" a diventare, dice fra' Michele, "mezzo leccese". L'architettura neogotica con la navata di pietra lattea culmina in tre cicli d'affreschi dai vividi colori, che frastornano lo sguardo troppo urgente di cogliere, in un colpo solo, ogni piccolo dettaglio. Motivi arabeggianti rincorrono l'iconografia cristiana che narra, sull'altare centrale, le vicende di Sant'Antonio da Padova. In un orto di gigli il santo portoghese mostra al mondo il Bambinello, prima di rivolgersi ai pesci, raccoltisi con la folla sul porto di Rimini, o ancora all'asino che si prostra ai suoi piedi e all'eucaristia. Alla sua destra si lascia narrare San Francesco, in un frastuono melodico di cori silenti, di santi, putti, foglie d'oro e marmi sfumati di pastello, che quasi ci si dimentica di osservare le tele, quelle di Giovanni Stano, pittore di Manduria, le cui opere presenziano insieme a quelle di Luigi Scorrano e Raffaele Maccagnani, a cui si ispirò il frate aretino il quale, sottolinea Michele "tratta per la prima volta in maniera speculare la predica del santo dinanzi al sultano Malek al Kamil e, affianco, il suo inchinarsi a papa Innocenzo III".

Nell'abside sinistro, dall'Immacolata concezione di Maria s'intesse l'omelia solenne dei misteri legati alla Vergine, tra cui, e già si sente l'eco di canti del Natale appena trascorso, la visita dei magi alla Santa Famiglia. "Poi il simpatico padre, indica l'altare del Sacro Cuore di Gesù ai cui piedi sta, in eterno riposo, fra' Giuseppe Michele Ghezzi, conte di Soleto morto in odor di santità e per cui presto partirà il processo di beatificazione. Le poche cose che scelse di possedere in vita terrena colmano una stanzetta, un po' reliquiario un po' museo, accanto alle scale su cui intimorisce l'insegna "clausura". Tre rampe conducono all'alto dei cieli, sotto la volta stellata del ciborio posizionato, in origine, sull'altare maggiore come la balaustra svanita nella ristrutturazione del 2001: oggi s'intravede dalle finestre, mentre i fedeli siedono agli scranni dabbasso.

A completare la chiesa, la sacrestia rivestita di mosaici, opere del "legnaiolo" padre Gregorio D'Ostuni. Salutato fra' Michele nel corridoio del chiostro il "testimone" passa a fra' Marco, direttore della biblioteca "Roberto Caracciolo", con cui si varca la soglia di villa Fulgenzio, da dove parte la storia dei frati minori in questo mistico luogo. Privati del convento dell'Idria, arrivarono qui a fine '800, accolti da donna Letizia Balsamo, proprietaria della villa edificata come residenza estiva nel '500 da Fulgenzio della Monica, sindaco di Lecce negli anni 1567 e 1568.

Corridoi, saloni e stanze che ospitarono gli oziosi meriggi dell'aristocrazia leccese, sono contenitore, oggi, di 80mila volumi della biblioteca intitolata a frate Roberto Caracciolo, oratore francescano e vescovo del '400, istituita negli anni '60, e già dieci anni dopo terza biblioteca della città. L'odore della carta antica di trecento anni cattura i sensi, profuso da scaffali fitti di copertine ingiallite dal tempo, col fascino impresso dal calamaio intinto nell'inchiostro. "Qui c'è il fondo Ennio Bonea", spiega il giovane religioso, indicando il rincorrersi di titoli e sezioni: "La maggior parte tratta materie teologiche, questa è la sezione dedicata al francescanesimo, mentre di là vi sono la sezione salentina e quella musicale". Nella sala conferenze ci si ferma per lo studio e la consultazione, un pianoforte a muro con i portacandele sta lì, forse ricordo, con lo stemma a soffitto, di un salone per balli e sollazzi di nobili e patrizi. Le cornici, petali di corolle allineate, cerniere tra muri e soffitto, conducono all'ultima stanza, quella delle "meraviglie", sul cui ingresso veglia il mezzobusto di Bonea. Gianfranco Scrimieri accompagna alla "stanza delle rarità, tutti testi dal '400 al '600", spiega mentre tira fuori il primo libro passato "ai tipi" di Lecce, quando correva l'anno 1632. "Il Tancredi", recita in prima pagina, "poema heroico del sig. Ascanio Grandi al serenissimo Carlo Emanuel duca di Savoia".

Sarà poi Elena a far brillare gli occhi, allo scaffale dei manoscritti, rivelando che nel 1780 padre Bonaventura d'Avetrana avviò lo "Spicilegium deu indigestu miscellaneum". Si tratta, spiega la catalogatrice laureata in beni archivistici e librari, "di un'enciclopedia di cose notabili, in ordine alfabetico, in cui usa principalmente il latino e l'italiano, e qualche parola francese e greca, chiudendosi con l'albero genealogico dell'autore, morto nel 1830". Nella ricca teca delle unicità, anche alcuni scritti autografi di Cosimo de Giorgi, mai passati alla tipografia. L'entrata ufficiale della biblioteca è all'ombra delle arcate che incuriosiscono i passanti, dietro cui chi immagina soltanto, vede fraticelli muoversi con le mani nelle maniche su cori angelici. Non sa, chi non oltrepassa il portone con l'arme scolpito, che ve n'è un altro pronto ad aprirsi, quello della pinacoteca d'arte francescana. Sulla scala per i "piani alti", all'ultimo passaggio, il "testimone" stringe la mano di padre Antonio. I santi, le Vergini e i Bambinelli popolano le stanze, su tele sei e settecentesche dei conventi della provincia, alcune restaurate, altre in paziente attesa. Dalla sala del caminetto si passa a quella dedicata a padre Raffaello Pantaloni che giunse dalle pendici del Monte Amiata alla "pianura" salentina per dipingere la chiesa, e vi rimase fino alla morte, nel 1952. "Abbiamo voluto dedicargli una sala", spiega padre Antonio, "perchè qui sembra quasi che si faccia fatica a dirgli grazie": l'allestimento comprende i bozzetti degli affreschi che si ritrovano in chiesa, e altre opere, come gli acquerelli di scene di vita in Marocco, dove il frate soggiornò per otto anni. Dalla sala più grande una porticina catapulta dal '500 al secolo scorso, innesto con il convento da cui padre Antonio permette di sbirciare nella sua stanza, dove le pareti trasudano d'amore per la pittura e per la madre, i cui tessuti stanno al muro, accanto alle nature d'acqua e colore.

Percorse le scale a ritroso, la visita sembra volgere al termine, ma in fondo, accanto alla parete con tre volti a bocca aperta che segnano la fine dell'androne, sprofonda nella pietra un'altra scalinata. Ancora chiavi, ancora misteri, aprono gli ipogei di villa Fulgenzio. Polvere e ragnatele, pietre lasciate qui e là, mole di frantoi, generano il buio, illuminato un gradino dopo l'altro dalla discesa alla cavata, oggi giardino con banani, nespoli, agrumi e qualche gallina, che mezzo millennio fa fornì le pietre al palazzo della Monica. Ma non è questa la sorpresa. Una rete montata su tavole di legno combatte l'abusivismo dei colombi, e lascia intravedere un ambiente da cui tre porte nella pietra, significative di salvezza, accedono al ninfeo, una piscina ormai vuota che si specchia sul soffitto di conchiglie germinate in riccioli, fiori, un'aquila bicefala e la sirena a doppia coda, simbolo di eloquenza e persuasione.

"Laudato si', mi Signore, per sor'Acqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta", "canticava" San Francesco, ma questo riparo silenzioso e umido, imperniato d'acqua ormai solo sulle pareti rivestite di muschi, ode materiale all'elemento salvifico, sta qui da secoli, quando chi lo commissionò mai avrebbe immaginato che potesse, un dì, fare finanche da sfondo a un presepe. Padre Antonio, dopo ricerche e deduzioni, lo interpreta come "pensatoio", legato alla cultura libera, un luogo che aiuta il ritiro e la riflessione. Nel vano adiacente la volta puntellata riporta alla mente la spaccatura profonda sul pavimento della biblioteca: la cultura ha un peso, e la villa una certa età. Qui, si narra, in tempi di guerra i leccesi cercavano rifugio per timore delle bombe che, in verità, non furono poi tante. E niente di più. Sta lì, il cammeo dell'intero complesso, con ragnetti pietosi che intessono una tenda sul pudore della dimenticanza, dell'indifferenza che a padre Antonio e a tutti i suoi fratelli, proprio non va giù.

E così dovrebbe essere anche per i leccesi che a Natale magari avranno ricordato quant'era bello discendere nel sottosuolo della città, un po' fuori dal centro, ad emozionarsi dinanzi a tanti piccoli Gesù che nascevano, proprio come all'origine della Cristianità, in una"grotta".

Ma le campane rintoccano l'ora della messa, padre Antonio deve celebrare, il testimone resta solo, per un po', a guardare questi moderni fratelli muoversi tra fede, carità e cultura, operose "formiche" al servizio della comunità che crede di sapere. Le vecchiette con la borsa al braccio seguono l'invito dell'antico organo. Oltre il cancello, Lecce è tutta in macchina, non si ferma più, neanche con lo sguardo, forse nella mente ha ancora Kingsbridge. Il testimone non più, ora sa.

(gennaio 2011)

Torna a inizio pagina
ClioCom © copyright 2013-2019 - Clio S.r.l. Lecce - Tutti i diritti riservati - layout e grafica