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Monteruga/Storie contadine dall'aroma di tabacco

di VALERIA RAHO


Non c'è traccia nella loro memoria dell'epica "Arneide" di Vittorio Bodini, delle rivolte condotte dai braccianti a bordo di vecchie corriere, dei roghi di biciclette che ferirono i "facinorosi" quanto, se non più, la perdita di un figlio. I ricordi di Elio e Adriana Diso, eredi del fattore Pippi nella Società elettrica per bonifiche e irrigazioni, meglio conosciuta con l'acronimo Sebi, parlano invece di infanzia spensierata a Monteruga, dell'aroma del tabacco steso al sole ad essiccare, delle feste patronali attese da grandi e bambini.

Storie. La storia di Monteruga, dei figli della "terra della lotta" nel piccolo villaggio contadino in agro di Veglie, nel cui nome è ancora conservata l'immagine "grinzosa" dell'Arneo, "il grosso bubbone sull'incrocio delle tre province che formano il Salento", secondo una definizione cara all'ispanista e poeta leccese. Proprio su questo "colle increspato", alla fine degli anni Venti, germogliò il distretto agricolo della Sebi, per distribuire la luce elettrica negli agri acquitrinosi dell'Arneo, nei territori di Veglie, Guagnano, Carmiano, Novoli, Salice, San Pancrazio e Copertino; una vocazione "progressista" conservata anche nel dopoguerra, grazie al vessillo dell'Ente Riforma che permise all'azienda di ingrandirsi fino a superare i mille ettari e diventare una "colonia" autosufficiente e autonoma. Di fatto, lo "Stravillaggio" era dotato di ogni servizio, motivo per cui raramente i suoi abitanti sentivano il bisogno di recarsi nei paesi vicini, in sella a "bipedi" scampanellanti.

Ma prima ancora dell'avvento della luce elettrica, questo, un tempo, era regno di mulattiere, paludi, masserie fortificate e arcate aperte tra le recinzioni per pascolare gli armenti. Eppure, se si spinge lo sguardo sul verde tiziano delle pianure che incorniciano l'azienda, sorgono dubbi sull'autenticità del toponimo, sulla vera natura di un paesaggio che, prima negli anni del "ruralismo" e più tardi con la Riforma agraria messa in atto nel dopoguerra, ha subito trasformazioni tali da perdere gli elementi forti della sua identità, spianata addirittura dalla dinamite.

Adriana bambina, tra le tante tracce che la legano allo "Stravillaggio" di Monteruga, serba memoria dell'eco degli esplosivi lasciati brillare, alle prime luci dell'alba, per smottare il tappeto roccioso che impediva la coltura degli ulivi: il suo sorriso, mentre ancora curva le spalle al ricordo di quel frastuono lontano, non tradisce afflizione per le prepotenze sulla natura, bensì la lucida emotività su cui si cavalca la nostalgia del tempo. Dalle parole di Elio e Adriana non traspare "l'utopia sconfitta", la percezione di un "esperimento fallito, frutto del dirigismo politico" per usare definizioni storiografiche; al contrario, le loro testimonianze parlano di vita quotidiana, della storia di una comunità autosufficiente che questi figli delle lotte politiche, hanno visto crescere, trasformarsi, serrare i cancelli durante la prima metà degli anni Ottanta per poi diventare una tenuta privata, dove non è più permesso passeggiare tra le strade, ormai sconnesse, e i portici dell'azienda rurale alle porte di San Pancrazio Salentino.

Per non dissipare i ricordi Adriana ammette di custodire da tempo un taccuino in cui annota le piccole e grandi tappe che hanno segnato la sua vita a Monteruga perchè teme di dimenticare, confessa, i rituali del quotidiano riemersi, una calda sera d'agosto, con "Rivivendo Monteruga", una festa organizzata da Elio all'interno della masseria Zanzara quando oltre quattrocento persone arrivarono dall'intera provincia, addirittura dall'estero. Elio non nasconde la propria soddisfazione nell'essere stato l'artefice di quella serata "storica", a cui non rinunciò nemmeno la vedova del dirigente-capo d'azienda, la "Signora venuta da Firenze col bastone"; il piacere per aver organizzato un evento che ha permesso, dinanzi a fotografie in bianco e nero tirate fuori dai cassetti per l'occasione, di rievocare aneddoti, riabbracciare vecchi vicini, ma anche invecchiati compagni di gioco, regalando ai partecipanti l'illusione di poter arginare, almeno per una volta, il tempo.

Un paese nel paese: questo era Monteruga, dove tutto ruotava intorno alla "masseria grande" e a un imponente silos, oggi non più esistente, chiamato "lu turrinu" che, spiega Elio, "estraeva l'acqua dal sottosuolo e la distribuiva, con un sistema a cascata, nelle case e sulle coltivazioni di Monteruga". Si trattava di un impianto all'avanguardia, acquistato dai dirigenti dalla "Ditta Garvens, per la maggiore convenienza del prezzo offerto" che, con un vero e proprio sistema d'aspirazione, riusciva a soddisfare il fabbisogno idrico di Monteruga, dato che vi erano numerose cisterne ma "alla fine della primavera sono quasi sempre esaurite e non si può fare alcun affidamento", come lamentava già nel 1927 il Genio Civile in alcune relazioni tecniche. A riguardo, Adriana ricorda che bastava poco, anche una piccola disattenzione, per vedere fuoriuscire da "lu turrinu" l'acqua lungo un naturale canale di scolo che, soprattutto nel periodo estivo, era una vera e propria tentazione per i bambini sempre pronti a battagliare, tra il trambusto generale e l'improvvisa sospensione dei lavori, con artigianali galeoni di carta. Tornano anche alla mente dei due fratelli, il sapore alcalino del ghiaccio se, prima del passaggio in neviera, l'acqua della "torre" non era stata miscelata a dovere con il liquido delle cisterne, e il bubolare ipnotico degli abitanti del silos, i barbagianni, con le loro sciabolate d'ali a fendere l'aria notturna.

Monteruga disponeva anche di una foresteria, funzionante nel periodo estivo per i proprietari terrieri, di uno stabilimento vinicolo, dove campeggiavano popolari sentenze alle pareti ("Chi beve vino campa più a lungo / del medico che glielo proibisce"), e di abitazioni per i coloni, schierate sotto archi che si rincorrono sui tre lati di un ampio cortile, una piccola grande piazza in cui tutti si ritrovavano. "Una porta, una famiglia", riepiloga Elio, "questa era la regola. All'interno abitavano coloni provenienti dai vari paesi dell'Arneo, Carmiano e Veglie ad esempio, ma anche da zone più distanti come Diso. Ogni casa era dotata di camere da letto e cucina, mentre il bagno, in comune, si trovava fuori", racconta. E sorridendo aggiunge: "In qualità di figli de lu fattore Pippi, noi eravamo privilegiati perchè avevamo il bagno personale in casa". Non molto distante dai caseggiati dove risedeva anche la maestra, per garantire "l'igiene morale" del luogo, si legge nei documenti dell'epoca, si trovavano le aule della scuola elementare, gli uffici amministrativi, come lo studio in cui il padre di Elio e Adriana compilava i libri paga, il frantoio e un magazzino dei tabacchi, strutture ancora robuste che resistono al tempo e all'incuria.

In sostanza, Monteruga era sì un luogo di lavoro ma anche "la casa" per decine e decine di famiglie "appoderate" stabilmente tra gli ambienti dell'azienda, i cortili geometrici e gli uffici di questo Stravillaggio, che comprendeva anche le "consorelle" masserie Ciurli, Donna Aurelia, Fiuschi e Cacciatore (quest'ultima non più esistente), attrezzate con stalle, magazzini per macchinari e ricoveri di contadini che, in periodi particolarmente impegnativi come quelli della vendemmia e della raccolta delle olive, potevano dimorarvi per più giorni. "Ogni stagione era scandita da una mansione ben precisa", rievoca Elio, "ad esempio, d'estate si procedeva all'essiccazione del tabacco. In questo periodo i cortili diventavano succursali a cielo aperto della manifattura: qui le "nserte' venivano stese al sole sui taraletti". E ricorda ancora, con un sorriso, l'agitazione che coglieva tutti, quando un temporale estivo minacciava il frutto di quel lavoro certosino e faticoso, e l'aroma inconfondibile, mista all'odore di terra umida e incenso degli abeti, che dai porticati si sprigionava nell'aria scura, mentre i bambini aspettavamo contriti e impazienti di riprendere le quotidiane attività, fatte di corse dietro un pallone.

Frugando nella memoria, Adriana aggiunge un ricordo doloroso al pensiero dell'opificio:
"Ricordo il compito ingrato che spettava a nostro padre. Durante i periodi di lavorazione del tabacco, doveva presentarsi all'improvviso, portare con sè un sacchetto contenente due biglie, una bianca e una scura, aspettando all'uscita: prima di appendere i camici al chiodo, le donne, in fila, estraevano una sfera. Se nera, la tabacchina doveva sottoporsi ad una perquisizione, eseguita però da un'altra donna, per verificare che non avesse sottratto la benchè minima quantità di tabacco al demanio statale".

"Per il fabbisogno, come dire, personale", precisa Elio, "c'era la possibilità di seminarlo nelle "rugghre', ovvero delle "strisce' di terreno, lunghe circa un metro, al massimo un metro e mezzo, dove i contadini piantavano anche grano oppure legumi. Le "rugghre' servivano anche per coltivare nuove piante che, una volta raggiunta una certa altezza, erano trapiantate altrove. Anche questo seminativo era sottoposto al rigido controllo di fattori e amministratori: era vietato superare un numero prestabilito di piante e il ricavato andava spartito in ogni caso, al 40 e 60 per cento, tra il proprietario e l'azienda".

Superato il recinto delle "rugghre", a pochi metri dall'uliveto, dove si mimetizzavano le cornule e la cabina elettrica, a cui bastava un fulmine a ciel sereno per interrompere la distribuzione di energia, fatto che scuoteva gli abitanti di Monteruga non meno dell'inondazione de "lu turrinu", c'era anche un campo di bocce, abbellito con vasi di fiori e panchine in pietra, dove gli adulti concorrevano di precisione col boccino o chiacchieravano, assistendo alla gara in corso. Ma il luogo deputato al "riposo per eccellenza", era il dopolavoro, chiamato "Lu Ralla", una stanza segnalata da una lunetta sulla facciata dove si poteva giocare a carte, leggere rotocalchi, guardare i rari film in tv e l'atteso carosello dall'unico "apparecchio" del villaggio. Elio sorride: "Sembrava Nuovo Cinema Paradiso... Eppure, anche in questi momenti era impossibile azzerare certe gerarchie: quando si guardava il televisore sistemato sul piedistallo, le prime file erano riservate ai dirigenti, per diritto". Lu Ralla era un luogo amato particolarmente dai bambini: ogni 17 gennaio, i dirigenti consegnavano palloni in cuoio, pistole e bambole per conto di Sant'Antonio Abate, protettore e titolare della chiesa di Monteruga. "Anche qui, io e Adriana eravamo privilegiati e ricevevamo i doni più costosi e belli. Ricordo ancora gli sguardi straniti degli altri ragazzi ma l'imbarazzo durava poco, giusto il tempo di raggiungere il cortile e dare inizio alla partita con un pallone nuovo di zecca". "E' vero", sottolinea Adriana, "c'erano distinzioni. A pensarci, erano davvero brutte, però in molte occasioni l'etichetta non si rispettava. Durante le processioni o ai matrimoni, ad esempio, signore e tabacchine, dirigenti e coloni, camminavano a braccetto, per amicizia e stima".

Tanti cortei hanno attraversato, infatti, lo "Stravillaggio": religiosi, in onore del monaco Abate, ai quali gli abitanti di Monteruga si affidavano per la buona salute degli animali, la riuscita della raccolta e il funzionamento dei mezzi agricoli; per devozione al Corpus Domini, salutato dalle donne con la "dote", il corredo realizzato in punta d'uncinetto, in bella mostra su fili di ferro che attraversavano da parte a parte le arcate del caseggiato; e, infine, nuziali, preceduti in nottata dalla serenata di fisarmonica, chitarra e voce della banda del paese, ora è il caso di dirlo, dove "c'era sempre qualcuno che suonava". E a questo punto Adriana mostra fiera la fotografia in cui è immortalato il giorno più bello della sua vita, a braccetto con il padre che la accompagna all'altare, seguita da un piccolo corteo, chiuso da bambini curiosi, che attraversa il villaggio ornato da palme e aiuole sempreverdi.

Ora Monteruga è un villaggio "fantasma": non risuonano più le serenate, le grida dei bambini durante le scampagnate o prima della partenza della "colonia", il clacson delle corriere che accompagnavano all'alba i ragazzi più grandi alla stazione di San Pancrazio, il rombo della Vespa con in sella novelli sposi o lo strombazzare dell'auto del parroco che la domenica bussava porta a porta pur di richiamare i coloni ai propri doveri. Dappertutto è silenzio: un silenzio surreale per Elio e Adriana, che non possono far altro che smuovere le acque della nostalgia per "rivivere Monteruga", a dimostrazione che non esiste una sola memoria "ufficiale" da preservare, ma tante, altrettanto vive, anche se meno epiche dell'aeroplano che fece la guerra ai contadini. Se raccolte, certe reminescenze possono aprire varchi in un luogo diventato ormai inaccessibile se non per i suoi nuovi padroni, diventare costruzioni fisiche nella mente, fatte di planimetrie e architetture, talvolta impreviste che si succedono nel tempo e nello spazio. Storie. La storia di Monteruga, il "quarto atto" di un passato che deve ancora passare, perchè, come mise in guardia un cronista al tempo delle lotte per fame e libertà: "La gente legge, magari tace oggi, ma domani potrebbe ricordare" l'altra faccia di una terra che non fu solo patria di "briganti, canonici e comunisti". Basta guardare una generazione più in là.

(aprile 2010)
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