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Oltre le griffe, le donne di Gianni

L'artista è un creatore di cose bellissime
Oscar Wilde (Il ritratto di Dorian Gray)

di MARINA GRECO

Nel Salento che oggi è di tendenza, c'è chi la moda, quella vera, ha iniziato a farla tanto tempo fa. Gianni Calignano, stilista neretino, classe... da vendere, calca con le sue creazioni le passerelle più importanti del mondo, vola da Roma a Parigi fino a Miami. Il suo nome, scrivono gli esperti del settore, è destinato ad avere un ruolo molto importante nella rinascita dell'alta moda italiana. Poi, spente le luci, sopiti i flash, torna a casa, nella sua terra.

Una C un po' donna e un po' angelo, contraddistingue il suo atelier in via Generale Cantore a Nardò, in un palazzo che ricorda, solo quell'angolo però, ben più celebri capitali dell'haute couture, e mentre il traffico di metà mattina scorre distratto, in un laborioso microcosmo si è alle prese con ago, fili, metri e pregiati tessuti creando abiti che ogni donna, almeno un giorno, sogna di poter indossare.

Tra i vivaci colori delle mise e i luminosi corpetti che con suadenti gonne fanno effusioni alle future spose, l'indugio, il sentirsi quasi fuori posto in scarpe da tennis e jeans, qui si dissolve all'istante davanti al sorriso di Simona che accompagna ai piani alti, dal maestro che, lieto, viene incontro con incedere elegante. La mano non stringe, anzi, come una carezza, avvicina quella dell'ospite in un baciamano d'altri tempi che introduce anche in un contesto fuori dall'ordinario, nello studio che è semplicemente luce, bianco, bozzetti alla parete. Risaltano alle spalle pastelli d'ogni tinta: sulla scrivania ha lo schizzo di un abito da sposa. Qui dunque germinano le idee, sbocciano i disegni, che andranno poi a conquistare altre scene, anche molto lontane.

"E' stata una mia scelta quella di rimanere a Nardò, nel Salento, per dare qualcosa in più alla mia terra", esordisce lo stilista, "molti miei colleghi sono andati via tanto tempo fa". Lui no, si è imposto di percorrere una strada impervia, "imbastendo" la sua carriera in questo luogo remoto, distante dalla ribalta e dove, ammette, "negli anni poche persone hanno compreso quello che stavo facendo". Nato in una famiglia di sarte, dalla nonna alle zie, alla mamma che era anche ricamatrice, è cresciuto tra ditali e crune, stoffe e cartamodelli, mandato insieme ad altri bambini, come si usava fino a una manciata di anni fa, "alle mescie": le sue erano le sorelle Ferramosca che gli insegnarono a fare il punto giorno, poi i ricami. Naturale conseguenza di quella passione ormai attecchita fu l'Istituto d'Arte e, quindi, l'Accademia di Lecce, che però non concluse: l'artista, distese le ali, aveva già voglia di spiccare il volo, di mettersi al lavoro aprendo un'attività. I suoi genitori lo hanno sempre sostenuto, e così, la Nardò troppo piccola per sentirsi città, troppo grande da definire paese di cui però, per certi versi ancor oggi mantiene la mentalità, ebbe il suo stilista.

"Un cammino impegnativo", spiega ripercorrendone nella memoria le tappe, "perchè aprire un atelier al sud e imporre il proprio stile non è impresa facile. Ma le amiche in particolare mi hanno sostenuto, ho iniziato con loro". I primi disegni, nati un po' per gioco ai tempi della scuola, li ricorda ancora, quando le compagne, per il veglione del Tecnicissimo al Teatro Augusteo ormai divelto, gli chiesero un bozzetto da portare alla sarta, abiti da sogno, con tanto tulle... Ma il lavoro vero, quello fu tutta un'altra cosa: "Il contesto era una società restia all'idea che nel proprio paese ci fosse uno stilista a cui far fare gli abiti. Non mi sono arreso, sono andato avanti e le donne, pian piano, si sono avvicinate".

Il '99 è l'anno della consacrazione nell'Olimpo della moda, quando il marchio Calignano si è presentato a Roma con la sua collezione e dalla città eterna i riflettori si sono via via accesi anche a Milano, Parigi, Miami, Beverly Hills. Nonostante tutto, Gianni Calignano è ancora un uomo umile, semplice: "Non mi sento arrivato da nessuna parte, c'è ancora da costruire, nella moda non esiste un punto di arrivo".

L'importante è avere sempre nuovi stimoli e il Salento è fonte inesauribile d'ispirazione, percepibile innanzitutto nei colori: "Il mio colore preferito è il cardinale. Poi ci sono il turchino, il moro, l'azzurro, colori molto solari, anche il verde smeraldo, il verde bosco. La natura, e ogni altra cosa, come i monumenti, danno l'ispirazione per le collezioni". Un po' come la foglia d'acanto, tra i simboli del barocco leccese, che fusa alle forme di una donna, genera il logo Calignano. Gli scalpelli settecenteschi dei maestri della pietra si riconoscevano soprattutto nelle prime creazioni, poi il percorso è cambiato: "Con il tempo ho cercato di alleggerire le linee, perchè mi accorgevo che erano un po' troppo pesanti". Oggi il compito di ricordare la sua terra è affidato a un tocco, un particolare.

L'amore per il Salento, però, non è cieco. Non manca, infatti, tra le righe, una certa dose di rammarico per gli innumerevoli disagi di un territorio che, pur non guardando più con distacco alla sua opera, anzi apprezzandola, resta ancora estrema periferia. "Siamo veramente lontani dalle grandi realtà della moda", chiarisce, raccontando la sua quotidianità fatta di continui spostamenti, "per incontrare le clienti che mi raggiungono da Londra, dalla Francia, o in particolare dagli Emirati Arabi, devo volare nella Capitale, con enormi disagi, sottostando a orari complessi e disagevoli". Come a metà aprile, quando ha raggiunto una delle rampolle di una famiglia reale araba, e che proprio mentre parla con la cronista lo chiama sul cellulare, per sapere come procede il suo guardaroba. "Alcune clienti accettano di venire qui, per loro è una vacanza in posti nuovi", spiega, riprendendo il filo, "ma sono anche persone abituate al lusso e qui devono adattarsi, è inutile negarlo, a quella che è l'offerta del territorio". Alla fine, però, lui resta, nel suo atelier di Nardò riceve le clienti, sia per gli abiti su misura, sia per le spose che arrivano un po' da tutta Italia. La città, sorniona come poche ormai nel Salento che è sempre più meta ambita, che da poco ha scoperto se stessa e le sue potenzialità, non si accorge di nulla, nè lui, da vero professionista, ama mettere in vetrina ciò che accade tra queste fulgide e discrete mura.

Poi però arriva il momento di mettersi in mostra, apparire, sotto i riflettori. Anche questo può trasformarsi in ispirazione, come nella collezione 2010 intitolata al "Ritratto di Dorian Gray", opera di Oscar Wilde, lo scrittore inglese degli aforismi e dei paradossi...
E il paradosso di una società che vuole apparire è la traccia che esplode preponderante, spiritosa, che comunica voglia di vivere in tutti gli abiti Calignano: "Il nostro è un mondo fatto di apparenze. Ho una bella macchina, un capo di marca perchè devo apparire, "essere alla moda' è ormai sinonimo di omologazione", afferma con una punta di dispiacere, "non c'è più l'esclusività dell'abito di sartoria, del bello e unico, il novanta per cento delle persone pensa che l'apparenza sia questo. Poi c'è una nicchia, piccola, che ti dà soddisfazione, di donne intelligenti per cui l'abito è uno specchio di personalità, un veicolo per presentare se stesse, un elogio del proprio lato migliore". E un uomo come Gianni, che delle sue clienti diventa confidente e amico, riesce a trarre e riportare, in un capo che nasce ad hoc, l'essenza della bellezza che c'è, a suo avviso, in ogni donna. Il segreto, dunque, di un "ritratto" che accetta il mutamento del tempo è apparire per ciò che si è.

Dove inizia la storia di un abito, è presto detto: ascoltati i desideri, il maestro siede alla sua scrivania e butta giù la propria ispirazione. Una volta scelto il bozzetto, quindi tessuto e colore, si realizza il cartamodello e, dal terzo piano si scende al secondo, in sartoria. Anche oggi qui si lavora alacremente: c'è da ultimare l'abito di una sposa salentina che, per il suo giorno più bello, ha scelto un taglio corto, rosa, e tra una settimana stupirà gli idruntini con i ricami fatti addirittura in Svizzera; perfino un bottone è un dettaglio importante da far vagliare allo stilista, nulla è lasciato al caso, in ogni centimetro c'è il suo tocco e l'artista non delega mai, non per sfiducia, ma per quella cura maniacale, la premura e la soddisfazione di vedere le proprie clienti sgranare gli occhi fin dalla prima prova. Partecipa al taglio, al cucito e persino al ricamo, seguendo anche a livello manuale i lavori, e come un progetto a più fasi, alla cliente farà intendere il tipo di scarpa da preferire, un intimo particolare, i gioielli... "fino a far sbocciare la donna in tutta la sua bellezza".

Il suo gruppo di lavoro gli infonde serenità, è in perfetta armonia, ben collaudato, e lo segue ovunque nelle sfilate: "Ogni volta è un'emozione diversa. Alla fine, dopo tanto lavoro, mio e delle persone che ho accanto, quando anche l'ultima luce della passerella è spenta, ti rendi conto di quello che hai fatto, e se lo hai fatto bene". I "suoi" sono tutti salentini, chè se il Tacco d'Italia pecca di logistica e, in particolare per questo settore, anche di materie prime, è, d'altro canto, terra di gente laboriosa, di mano d'opera qualificata. E creativa. Crede in quello che fa e, come insegna il maestro "credere in ciò che si fa è essenziale, bisogna sempre reinventarsi, e se qualcosa non va, non arrendersi, ma rifarla al meglio". Gianni del non arretrare di fronte alle difficoltà ha fatto il suo credo, lanciandosi anche in imprese non consone al suo disegnare abiti da donna, alle volte un po' per gioco, come con gli Après la Classe, noto gruppo salentino appena uscito con il nuovo album "Mammalitaliani" per cui ha disegnato i vestiti per il tour, presentati con un aperitivo inconsueto, proprio nel suo atelier.
Nel bilancio tra i pro del suo successo e i contro del trovarsi nell'estremo lembo della Penisola, "non ho mai pensato di arrendermi", e l'incontro volge al termine: "Il fatto di stare qui ti fa capire tante cose. La fatica di comunicare con le donne salentine a volte dipende dal fatto che questo è un mondo differente da quello che vivono loro, che spesso lottano anche per le piccole cose della vita, altre volte sono solo troppo frenetiche, sbadate e, come il territorio, poco inclini al dialogo, alla comprensione".

Eppure basta fermarsi un attimo per capire che questo mondo non è poi così irraggiungibile, il timore di avvicinarsi alle opere d'arte in forma d'abito muta subito in un ammiccante occhiolino al lato più femminile che si cela in ogni donna, anche in quella restia ad ammettere che, in fondo, tra paillette, jais e luccichio di swarovski, al tocco pregiato di jacquard, organza, mikado e macramè, anche lei sogna di vestire come in una favola. Basta salire qualche gradino più in su rispetto alla quotidiana passerella della vanità, quella che si imbatte in corpi asserviti allo sfoggio di marchi e griffe omologanti, tutte uguali. Basta varcare quelle porte trasparenti, senza contraffazione alcuna, per capire che questo è il regno dell'originalità, e ogni donna può sentirsi principessa dei tempi moderni senza però correre il rischio che, allo scoccare della mezzanotte, l'abito non ci sia più.

(maggio 2010)
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