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Patù/Il vento dell'Unità d'Italia

di MARINA GRECO

Soffia il vento dell'Unità d'Italia. Soffia da nord fino all'estremo lembo di terra a sud-est, lasciando alla storia il compito di guidare fino a Patù. Il vento accarezza lunghe fasce di raso verdi, bianche e rosse, oggi vezzo della fulgida piazza intitolata all'Indipendenza, in questo paesino che, quand'era dimenticato da Dio, diede alla luce il suo figlio più illustre, Liborio Romano, ministro del Regno delle Due Sicilie e, dopo il 1861, deputato del Regno d'Italia. Troppo poco elencarne i ruoli per raccontare la marcatura politica di questa controversa figura, per anni taciuta alla memoria dei suoi compaesani, per via di un comportamento che, in epoche borboniche, fu tacciato come tradimento, opportunismo, favoritismo alla camorra, amoralità: motivi per cui i compaesani lasciarono che il nome finisse nel cassetto dei ricordi scomodi. Poi, un bel giorno, un appassionato di storia locale volle saperne di più e così la sala di uno storico ristorante-pensione alla periferia del paese si prestò a sede dell'associazione culturale in cui oggi si possono consultare documenti su don Liborio e chiacchierare con il ristoratore-presidente Giovanni Spano che da anni, ormai, ha assunto il difficile compito di rivalutarne la figura.

Chi fu, dunque, questo personaggio chiave dell'Unità d'Italia? Don Liborio nacque a Patù da nobile e antica famiglia nel 1793, sotto il segno dello scorpione, e già poteva esser presagio, dato che l'astrologia ne delinea il carattere misterioso, ambizioso e dal fascino sinistro, testardo e dall'intuito profondo. E così era Liborio, che dopo gli studi a Lecce si laureò a Napoli in Giurisprudenza, e ottenne subito una cattedra. Arrivò il Risorgimento, movimento che mirava all'identità unitaria dello Stivale già nel 1820-21, e Romano, per essersi avvicinato agli ambienti carbonari, fu cacciato dall'ateneo e mandato in esilio. Passarono stagioni e arrivò la "primavera dei popoli" che innescò, partendo dalla periferica Sicilia, quei moti rivoluzionari borghesi che sconvolsero l'Europa, generando tal confusione e scompiglio che tuttora il linguaggio corrente ne ha memoria nell'espressione "fare un quarantotto". Era, infatti, il 1848 e don Liborio partecipò alle insurrezioni napoletane e alla concessione della Costituzione di Ferdinando II di Borbone.

Come il Napoleone di manzoniana gloria "due volte nella polvere, due volte sull'altar", Romano riprese la via del gallico esilio, ma il ritorno era vicino e avvenne con la nomina a Prefetto di Polizia, voluta da Francesco, nuovo re delle Due Sicilie. Nel 1860 "Francischiello", ventitreenne timido e insicuro, ai successi delle camicie rosse in Sicilia richiamò in vigore lo Statuto per placare gli ardori liberali, ma la carta ormai non contentava più: l'obiettivo era l'Italia, unita e libera. Inoltre, promulgò un'amnistia che restituì libertà ai patrioti, ma anche a un numero notevole di camorristi che, scalmanati, impazzavano inneggiando a Garibaldi e creando disordini. Si era sull'orlo di una guerra civile, insomma, e don Liborio, da ministro dell'Interno, ne trasformò una parte in poliziotti improvvisando, secondo lui, "una specie di guardia di pubblica sicurezza, mischiando l'elemento camorrista in proporzione che non potesse nuocere". Da abile politico fece credere ai liberali di preparare l'avvento di Garibaldi, e ai borbonici d'essere l'unico, ormai, a difendere strenuamente la monarchia. Un camaleontico trasformismo, lungimirante per alcuni, traditore per i più, lo vide prendere contatti segreti con il conte di Cavour e Garibaldi, preparando il passaggio dai Borbone ai Savoia e consigliando al re la fuga a Gaeta, per scongiurare scontri armati e spargimenti di sangue. Così, l'8 settembre 1860, Garibaldi entrò a Napoli senza alcun impiccio e don Liborio fu eletto deputato alle elezioni del neonato regno d'Italia e confermato ministro, ruolo da cui si dimise dopo quindici giorni, quando ebbe il disincanto di un'unità a cui aveva contribuito, ma che non era ciò che aveva sperato per il suo Mezzogiorno. Rimase in carica qualche anno al parlamento torinese, dove cercò di evidenziare le problematiche dei popoli del Sud, "annessi e delusi", prima di ritirarsi al paese natio, fino al 17 luglio 1867, giorno della sua dipartita.

In piazza Indipendenza a Patù, in occasione delle celebrazioni per il 150esimo anniversario dell'Unità, ha riaperto le porte, dopo un accurato restauro, la casa natale di don Liborio, fatta erigere dal padre Alessandro in stile neoclassico, simbolo di potere e ricchezza come comunica la facciata principale, più alta rispetto al resto del palazzo. Dal portone s'accede all'ampio cortile, passaggio verso il portico dorico che apre la sala circolare, dalla volta a cupola e oculo, sormontato da una lanterna ottagonale in ferro e vetro. Una parte della struttura è di proprietà privata, mentre quella acquisita dal Comune presto, si spera, ricostruirà la storia del politico con un allestimento permanente annesso a un centro polivalente. Intanto si può leggere la marmorea epigrafe che da cinquant'anni recita: "Nella dolorosa maturazione degli italici destini Liborio Romano persecuzione carcere esilio serenamente accettò. L'anima affisa alla futura patria grande nell'attesa dell'ora della riscossa, ad altissime responsabilità assurto, seppe, sprezzando lusinghe ambizioni calunnie, preservare la sua terra da cruente lotte fratricide. Nel centenario dell'Unità la sua Patù orgogliosa ricorda qui ove nacque e morì". Di fronte, nella cappella privata della famiglia Romano, riposano le sue spoglie.

Nell'attesa che don Liborio risorga definitivamente nella memoria e nell'orgoglio, si può partire dalla sua casa per scoprirne il paese, fondato nel 924 d.C. dai profughi della vicina Vereto. Piccolo e grazioso, Patù ha un nome che è un vezzo e "fa le fusa" ai visitatori, proprio come il gatto con il pesce in bocca impresso sullo stemma civico, e anche il Rohlfs, nel Vocabolario dei dialetti salentini, appella gli abitanti col soprannome di "catti". Che siano particolarmente furbi, ghiotti mangiatori di pesce del vicino Ionio, o più semplicemente, dalla spiccata indole indipendente, visto che anche il suo cuore più antico ne porta alto il nome?

Nel caldo colore lattemiele che addolcisce piazza Indipendenza, cattura l'attenzione del "pellegrino" la chiesa di San Michele Arcangelo, sorta nel 1564 su progetto dell'architetto neretino Francesco Centolanze per la confraternita del Santissimo Sacramento e del Rosario. Nell'unica navata l'altare maggiore guarda al piccolo organo ligneo del 1723, mentre ai lati si fronteggiano, dalle tele degli altari, San Michele e San Francesco, la Madonna del Rosario e quella del Carmine. Accanto alla facciata tardo-rinascimentale s'appoggia dal 1940 il campanile con le sue cinque campane in bronzo, la più antica del 1752. Dalla rinnovata pavimentazione della piazza sbocciano, come tanti piccoli pozzi, le finestrelle dai cui vetri s'intravedono i granai, poi trasformati in frantoi ipogei.

Dal personaggio al monumento più affascinante e misterioso, il passo è breve verso le Centopietre, definita la "maraviglia archeologica della provincia di Lecce" dall'archeologo parigino Françoise Lenormant. Cento, infatti, sono i grossi blocchi di Vereto usati per erigere questo "heeron", agli esordi un monumento funebre per il generale Geminiano che, inviato dai cristiani al campo dei mori come messaggero di pace, vi fu barbaramente ucciso. Protetto da un cancello sempre aperto, il tempio quadrangolare si dilunga in 7,20 metri per 5,50 e, al culmine del tetto a due falde, in altezza 2,60 metri. Poche le tracce che all'interno sopravvivono, in stile bizantino, di santi che hanno retto il fardello del tempo senza cure da quando, nel tardo Medioevo, il tempio divenne una cappella detta alla fine dell'Ottocento "de santu Simighianu", come registra il De Giorgi nei suoi "Bozzetti" di viaggio, che, sconsolato, vi trova un ovile. Di pecore, oggi, per fortuna non ce n'è, e il più antico edificio sacro del Salento si contende l'ammirazione con la campagna adiacente, alberi da frutto e la chiesa di San Giovanni Battista, proprio di fronte. Sorse nel X secolo sul luogo della cruenta battaglia che confrontò cristiani e mori nella storica data del 24 giugno 877. Tipico esempio d'arte romanica, conserva poche tracce degli affreschi che ne impreziosivano le pareti e un grosso blocco di marmo, il cippo romano detto "base dei Fadii", simbolo dell'istituzione municipale della città. Strettamente legato alle vicende di questo sito, detto "Campo Re", è quel che resta dell'antica Vereto che domina la piana e il vicino mare dall'alto di una collina, dalla cui distruzione e fuga dei sopravvissuti nacque Patù.

Cartelli marroni ed edicole votive guidano ai misteri della leggendaria città, nota fin dal V secolo prima di Cristo, e citata finanche da Erodoto nell'episodio che racconta le vicende di un gruppo di cretesi colti da una tempesta e approdati a San Gregorio. Vereto aveva mura poderose, distese per oltre quattro chilometri, e nel III a.C., conquistata dai romani, divenne municipio oltre che zecca, inserita poi, con altri centri messapici, lungo la via Traiana. La prima tappa in altura consente una passeggiata lungo i muri di pietre a secco e un affaccio romantico sulla campagna salentina, ma riprendendo la via in salita si arriva ancora più in alto, in cima all'altura su cui sta la chiesa della Madonna di Vereto. Edificata agli esordi del '600 dal principe Zunica, oggi è proprietà della famiglia Sangiovanni e ha un'unica aula con tracce d'affreschi. Qui, all'alba del giorno di Ferragosto, si celebra la messa per la Vergine Assunta. A trovarla aperta, un occhio attento riconoscerà l'ambientazione delle prime scene del film "Pizzicata", pellicola d'esordio del regista di Depressa Edoardo Winspeare.

Anche qui, nella magica atmosfera dell'altura ancora immune da vitrei pannelli e imponenti girandole, soffia il vento. A lui il compito di raccontare altre storie, senza bandiere nè vessilli. A lui, anzi, l'onore.

(luglio 2011)

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