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Perrotta/L'emigrato che va in scena

di DARIO QUARTA

Vince il "Premio speciale Ubu" Mario Perrotta. Va all'attore leccese, artisticamente legato al Teatro dell'Argine di Bologna, il più prestigioso premio teatrale italiano. E va per "aver saputo cogliere la disgregazione nel mondo contemporaneo" con la sua ultima trilogia, "Il Misantropo - Molière (2009)", "I Cavalieri - Aristofane cabaret (2010)" e "Atto finale - Flaubert (2011)". Non stupisce certo l'affermazione dell'attore salentino, considerato (con Ascanio Celestini e Marco Paolini) tra i grandi del teatro di narrazione, prolifico e intenso, da qualche anno alle prese con una scrittura che, oltre al palcoscenico, l'ha portato in radio, su pagine e in televisione, con "Emigranti Espress", "Il Paese dei Diari" e i monologhi scritti e interpretati per una puntata del programma Rai, "La Grande Storia". Tutto sull'emigrazione e le sue memorie, spesso costellate da approdi e partenze salentine, argomento che l'ha visto protagonista negli anni e su tante scene con due spettacoli di assoluto successo: "Italiani Cincali" e "La Turnata", e per certi aspetti anche in quello precedente alla trilogia, "Odissea". Un premio che viene da lontano quindi. Dalla grande Storia d'Italia, del Mezzogiorno e del Salento, e dalla sua storia di attore, bravo e tenace, oltre che "emigrato".

Tanto bravo da guadagnarsi, oggi, dopo essere arrivato altre volte in finale, il riconoscimento più importante e ambito per un attore di teatro. Un premio a cui, a parte Carmelo Bene, nessun salentino era mai arrivato.

Una bella soddisfazione professionale, è ovvio, come grande è il valore emozionale del premio. "Ancor di più", tiene a sottolineare Mario Perrotta, "perchè il riconoscimento è arrivato per gli spettacoli della trilogia. Più che un traguardo", dice, "è un punto di partenza, negli ultimi anni e nonostante il successo ho cambiato il mio teatro, rischiando non poco, temevo di restare inchiodato al teatro di narrazione, che però non ho assolutamente abbandonato. Sono contento che la mia scelta, difficile, alla fine sia stata premiata. Mi sono guardato attorno e ho deciso, con la trilogia, di indagare sull'oggi e sull'interrogativo che da vent'anni scomoda filosofi e sociologi: l'uomo, per natura, è individualista o animale sociale?".

La risposta verrà da sè, o la darà la storia, non il teatro. Perchè il teatro, secondo Perrotta, "deve far stare scomodi sulla sedia gli spettatori, il teatro è l'indagine del presente, dei nostri fastidi, deve essere uno stimolo costante, non importa in che forma". E l'oggi, la "disgregazione nel mondo contemporaneo", Mario Perrotta lo vede attraverso la riscrittura di tre farse violente di autori classici. "E' strano", osserva, "come l'autore più antico, Aristofane, sia in realtà il più attuale".

L'ultimo spettacolo, "Atto finale-Flaubert", presentato l'estate scorsa al Festival Castel dei Mondi di Andria, è un attacco alla solitudine dell'uomo contemporaneo che, nel momento di massima comunicazione "internettiana" sembra sempre più solo, isolato fisicamente dai suoi simili. La coproduzione di Regione Puglia e Teatro Pubblico Pugliese è occasione per toccare il tasto dolente di Perrotta e della sua carriera: il rapporto con Lecce, il Salento e, più in generale con il Sud Italia. Rapporto "difficile", nonostante lui, con le sue narrazioni, sia riuscito a portare in scena la "salentinità" più di altri e perfino a rendere "fruibile" al grande pubblico il dialetto.

Niente più che una magra consolazione, quindi, il "nemo propheta in patria".

"Sono leccese, sono salentino, porto da sempre la mia lingua e la mia cultura in scena", dice Perrotta, "è ovvio che mi piacerebbe farlo molto di più nella mia terra. Ma non accade e non so perchè. Ho ricevuto complimenti e, dopo la consegna dell'Ubu, ho letto di essere considerato un valore aggiunto e perfino un motivo di orgoglio. Certo, fa piacere, ma anche le eventuali onorificenze fini a se stesse mi interessano poco. Lavorare un po' di più a Lecce, e in Puglia, resta per me un grande desiderio, vedremo se si concretizzerà qualcosa". E, a proposito della realtà e del futuro del teatro salentino, lui, di casa e palcoscenico a Bologna, segue le vicende e l'aria di crisi che attanaglia alcune realtà: "Sì, ho sottoscritto l'appello di Koreja e sostenuto la loro causa. Al di là di ogni necessario dibattito sul tema, considero un grave danno la fine di un'esperienza teatrale così lunga, sarebbe un buco enorme nel territorio". Il suo, di futuro, è invece soprattutto palcoscenico: "Ho dedicato alla scrittura gli ultimi anni, ho scritto spettacoli, libri e trasmissioni radio, da gennaio parte la tournèe di "Atto finale-Flaubert', anche se, in realtà, a settembre andrà in scena, a Spoleto, la mia prima regia di un'opera lirica contemporanea, mi è stato chiesto di scrivere il libretto sulla doppia faccia dell'emigrazione e immigrazione, dall'Italia e in Italia". Argomento che ha il Salento come avamposto "privilegiato", a cavallo tra memoria e attualità, tra partenze e approdi, tra cronaca e arte. E Mario Perrotta ne è, certo, il suo più fine ed efficace narratore.

LA CARRIERA

Dal vernacolo al Premio Ubu

Dal teatro in vernacolo leccese al Premio Ubu, dall'infanzia alla maturità, come uomo e come attore. La prima comparsata sulle scene per Mario Perrotta arriva a cinque anni, accanto al nonno (Mario Perrotta, come lui) che aveva una grande passione per il teatro in vernacolo, come attore ma anche autore, traduttore per lo più, "si dilettava a riadattare in salentino alcune commedie di Eduardo".

Mario Perrotta, che oggi ha 41 anni, questo amore per il palcoscenico l'ha accantonato "solo nel periodo dell'adolescenza, sostituito", racconta con un filo di ironia, "da quello per le ragazze e la Vespa". A 18 anni ha imboccato la strada dell'università a Bologna, città scelta con l'idea di avviare l'esperienza teatrale che a Lecce, alla fine degli anni '80, era inesistente o quasi. La Facoltà di Filosofia e un corso di teatro, entrambi portati a termine e, a 21 anni, l'esordio sulla scena bolognese. Esordio che fece crollare le ultime resistenze della famiglia.

Con i diplomati del corso di teatro, una ventina di giovani e belle teste, dà vita al Teatro dell'Argine, un'esperienza tanto significativa e virtuosa che il Comune di San Lazzaro, appena fuori Bologna su via Emilia Ponente, quest'anno ha deciso di costruire un teatro tutto nuovo. Cosa d'altri tempi, assolutamente impensabile per altri luoghi. Quindi, nuove esperienze e altre città, Roma soprattutto, con palcoscenici e anche un po' di apparizioni in film tv. Anche Roma inizia a stargli stretta, da qui la scelta del ritorno a casa, a Bologna fisicamente, ma nel Salento teatralmente, con l'inizio della scrittura (grazie anche alla cura della drammaturgia, da sempre punto fermo del Teatro dell'Argine) di "Italiani Cincali". Era il 2001, il debutto nel 2003. Poi, in otto anni, tutto quello che l'ha portato al Premio Ubu.

A Perrotta è stato assegnato uno dei Premi Speciali insieme con Teatro povero di Monticchiello, Virgilio Sieni, Teatro Valle occupato, Festival Prospettiva di Torino, Rai Radio Tre, secondo il verdetto dei 53 critici chiamati a premiare il meglio del teatro italiano per la stagione 2010/2011. Il Premio Ubu, fondato nel 1979 dal critico Franco Quadri (scomparso nel marzo scorso), è considerato il riconoscimento più importante di teatro in Italia.

(gennaio 2012)

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