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Piccoli profughi/Edison, le scarpe nuove e il mare. Grandissimo

Un tuffo nell'Occidente, dall'Albania al Salento, con le sue scarpe nuove. "Piccoli profughi" racconta la storia di Edison, sbarcato ragazzo in Italia, ma anche di tanti volti salentini impegnati sul fronte di un'emergenza mai realmente finita. E' la storia di quanto sia difficile (ma possibile) costruire un'Europa dove possano convivere tutte le diversità, attraverso l'alternarsi di pagine di diario e di racconti, che ruotano attorno all'amicizia nata tra lo stesso Edison e Alessandro Santoro. La presentazione del libro è firmata dal rettore dell'Università del Salento, Domenico Laforgia. Il volume inaugura la collana Tradizione e Integrazione di Oistros Edizioni, che nasce della collaborazione tra Antonio Rollo, artista del computer, Alessandro Santoro, regista teatrale, e Martin Petric, disegnatore e tipografo sloveno. Insieme lavorano sulla responsabilità sociale della comunicazione attraverso la diffusione di storie e ricerche in forma di libro tampato e digitale, sperimentando processi di contaminazione fra tradizione e innovazione, locale e globale, reale e virtuale.

La storia delle scarpe nuove
Dicevo a mia madre di comprarmi le scarpe nuove. Io non sapevo che ci dovevamo bagnare... Io sapevo che il viaggio era una cosa bellissima, che era un viaggio tranquillissimo. E invece... Quando parti devi essere ben vestito. Noi non avevamo molti soldi a casa mia. Quel giorno che dovevamo partire, non mi hanno preso perchè ero mal vestito, perchè si vedeva che ero uno straniero.

Il giorno dopo mia madre mi ha comprato bei vestiti e belle scarpe. Io stavo attaccato a lei e le dicevo tante volte, ogni minuto ripetevo: Mamma, mi devi comprare nuovi vestiti!

Lei diceva: Domani.. Domani... E intanto continuava a raccogliere peperoni.

Non so perchè fui colpito da questa storia. Forse perchè era una storia di emigrazione diversa da tutte quelle che avevo sentito fino a quel momento. Ecco che cosa appuntai sul mio diario di bordo.

Edison a 9 anni decide di fare un viaggio rischiosissimo, i problemi da affrontare sono innumerevoli: trovare i soldi per partire, organizzare un viaggio incerto, affrontare la paura, raccogliere il coraggio di abbandonare i propri genitori, i propri amici. Fu quella la prima volta che capii quanto ero piccolo nei suoi confronti.

Immaginai per diverso tempo un piccolo bambino, triste e abbandonato, sfortunato e vittima. Ho capito allora che non eri nulla di tutto questo. L'immagine che mi ero costruita era completamente falsa. Il giorno della partenza eri felice, emozionato all'idea di solcare le onde con un bolide di plastica. Il tuo pensiero fisso era un paio di scarpe nuove.

EDISON: Sandro, non capisco perchè ti meravigli. Nel mio paese le scarpe le compravano solo i grandi, i piccoli si devono fare i calli, imparare a camminare con i propri nudi piedi. E poi volevo arrivare in Italia vestito da italiano che per me voleva dire i vestiti nuovi e le scarpe nuove, - non voglio che mi vedano come albanese quando arrivo - ripetevo.

Scarpe e solo scarpe
Scarpe, scarpe e solo scarpe. Vedevo scarpe ovunque, in quei giorni. Andavo a passeggiare sulle rive del fiume e quello che vedevo intorno a me erano solo cumuli di scarpe. Io, dopo aver sentito la tua storia, andavo sulla spiaggia di San Foca e guardavo le onde del mare che lasciavano sulla riva scarpe spaiate. Non mi ero mai reso conto di quante scarpe restituisce il mare. Guardavo il mare e mi sembrava di vederti aggrappato ai lacci delle tue scarpe nuove. Anch'io avevo solo scarpe nella mia testa!

Dove erano finiti i padroni di quelle scarpe? Forse in mare. Dovevo recuperare quelle scarpe, avevo deciso che lo spazio del laboratorio si sarebbe riempito di scarpe. Ho fatto portare in laboratorio decine di scarpe. Avevamo recuperato tante di quelle scarpe che l'aula magna ne era sommersa. Scarpe di ogni tipo, forma e colore. Scarpine piccolissime di neonato, scarpacce distrutte dal lavoro, scarpe elegantissime e lucidissime, con tacchi altissimi e stivali di pelle, pinne, ciabatte, sandali e zoccoli. Navigavamo nelle scarpe e nella puzza. Le abbiamo portate ovunque, poi, quelle scarpe: in teatro erano ancora di più e si moltiplicavano ad ogni replica. E tu raccontavi...

Si sono messi tutti in fila sul portone della mia casa. Una casa. Un giardino. Tre alberi (uno non si vede, perchè sta dietro la casa). Le piante d'uva, tanta erba e pure tanto cemento. I girasoli. Io li mangiavo i girasoli: erano buoni, veramente! Quando li vedi da lontano, sono belli i girasoli. Tutti gialli. Un portone grande che si apre con le ruote e accanto una porticina. Loro stavano fuori, tutti in fila: c'era papà, la mamma, Zana e Besjana. Io non sapevo che la mamma aveva un fratellino nella pancia. Non aveva detto niente a nessuno. Io stavo sulla strada. Il treno che passava, il ponte, altre casette... La strada portava al ponte e sopra passava il treno. C'era un fiume piccolo, un canale e sulla riva delle case piccole piccole.

Andavi dritto e c'era un negozio che vendeva zucchero. Altre case. Altre strade che portavano alla scuola e ad altre case, fino all'autostrada, alla benzina... Mi ricordo benissimo. Tante volte ho fatto quelle strade. Si sono messi tutti in fila sul portone della mia casa. Mio padre mi ha detto:
Vai avanti. Non ti girare indietro. Cammina sempre dritto. Così è. Camminare sempre avanti. Non girarsi mai indietro. Sono salito in quella macchina. Era bellissima, era nera. Lì dentro c'ero io e mio cugino. C'era un autista albanese che mi ha detto: Tu sei troppo piccolo! Ma a quelli non importa se sei piccolo.

Tu hai deciso di partire? Se tu hai i soldi, loro ti fanno partire. Sono partito e sono andato ad un'altra casa, la casa dello zio di mia madre, e qui ho dimenticato il mio quaderno e anche la penna di tanti colori. Quando me ne sono ricordato ero già a metà strada. Non si poteva tornare indietro! Siamo andati in un hotel e abbiamo preso una coca cola. Non ero mai andato in un hotel.

Dentro c'erano altri uomini e donne (io ero l'unico bambino). Ci hanno messo in fila. Ci hanno guardati tutti e ci hanno messi in un furgone. Dentro non c'erano sedili comodi, ma panchine come quelle che aspetti la circolare. Di legno. Siamo andati e dopo un poco il furgone si è fermato in mezzo alla strada e l'uomo che era seduto davanti ha guardato sotto il furgone con una luce. Non era niente e così siamo ripartiti. Siamo arrivati in una spiaggia. Sabbia, scogli piccolissimi, un gommone e un trattore che lo tirava fin dentro al mare.

Era la prima volta che vedevo il mare. Grandissimo. Aveva un po' di onde e mi batteva il cuore. Era bello il mare e c'erano delle pietre grandissime dentro il mare, formavano come una strada dritta. La prima volta che vedevo delle strade dentro il mare! Mi hanno detto anche che ci sono ponti sotto il mare, che cammina il treno, ma io non ci credo.

Alessandro Santoro-Edison Duraj, Piccoli Profughi - narrazioni di esclusioni e accoglienze, pp. 232, euro 20, Oistros 2011.

(gennaio 2012)
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