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Salina dei Monaci/Regno dei Cavalieri

di CINZIA DILAURO

Fino a qualche anno fa, era un'informazione, una dritta, che si bisbigliava solo all'orecchio degli amici, quelli che vi sarebbero andati con il dovuto rispetto, quasi in punta di piedi. "C'è un posto", si diceva, "è come quando eravamo piccoli. Ci sono le dune alte e la spiaggia larga. Non c'è quasi nessuno. E' un po' lontano, te lo devi guadagnare, ma vale la pena". Il timore era che fosse violato dal turismo "insostenibile", quello che alzate le tende, si lasciava dietro cicche e plastica. Quel "posto" è la Salina dei Monaci, estremo Nord Salento, Torre Colimena, territorio appartenente al Comune di Manduria, ma abitato in gran parte da avetranesi.

Ricordate le dune? La costa salentina, in particolare quella ionica, ne aveva di bellissime. Imponenti e magnifiche, erano le uniche alture ricoperte di macchia mediterranea all'essenza di mare, sipari verdi, ouverture alle distese di sabbia e acque cristalline. Poi, piano piano e sotto gli occhi di tutti, sono scomparse, livellate, spianate, "abusate". Alla Salina dei Monaci ci sono ancora, o forse sarebbe meglio dire sono "guarite". Sì, perchè anche qui fino a pochi anni fa ci passava un nastro di asfalto nero che divideva la spiaggia dalla grande salina e congiungeva San Pietro in Bevagna a Torre Colimena. In quegli anni non era certamente la bellezza del posto a colpire i passanti, soprattutto in quelle giornate in cui il puzzo dell'acqua stagnante agganciava il naso già un chilometro prima e costringeva i più sensibili all'apnea.

Su questa distesa di sale in parte solidificata a seconda del periodo, le forme di vita non erano delle più "evolute": imperavano sgangherate partite di calcetto e arroganti macchine parcheggiate sulle pendenze sofferenti delle dune, sempre più arrese al proprio disfacimento. Persino gli uccelli, sorvolando lo specchio d'acqua, non lo degnavano di uno sguardo, e in quelle poche soste d'inverno durante il lungo viaggio dell'emigrazione doveva apparirgli un po' come quegli autogrill malfamati e sporchi, dove si potevano fare anche brutti incontri, quei tipacci con il fucile a tracolla che sparavano ad ogni battito d'ali.

Poi, un bel giorno, ma pur sempre dopo una lunga battaglia dei tenaci ambientalisti, tutto è cambiato. Quel pezzo di asfalto è stato sbancato, il canale, tagliato in tempi remoti tra gli scogli per fare da collegamento tra la salina e il mare, ripristinato. Così è scomparso anche quel puzzo di acqua marcia e le dune, come a dire grazie, si sono rimpinguate, alzate, erte, perchè, in pochi sanno, hanno un dinamismo da essere vivente: nascono e crescono, e possono anche morire. Ah... le macchine, e qualsiasi altro veicolo a motore, sono stati banditi da quella che oggi è una riserva naturale.

Quella famiglia di dieci fenicotteri rosa in viaggio dall'Africa passandoci sopra avrà pensato "quasi quasi ci fermiamo", e così, un anno dopo l'altro gli uccelli, i Cavalieri d'Italia e il Falco di palude, sono diventati così tanti che gli uomini risultavano gli intrusi, ma si potevano tollerare perchè di una razza più innocua... un po' più "sostenibili".

Oggi il parco della Salina dei Monaci è grande 25mila metri quadrati e, chissà, forse ha ripreso l'aspetto che aveva secoli fa, quando i religiosi che le hanno dato il nome nel 1172, i benedettini di San Lorenzo di Aversa, vi traevano "l'oro bianco", il sale, tra una preghiera e l'altra, nella cappella della Madonna del Carmelo della quale resta solo qualche pietra, così come del magazzino dove il sale veniva lavorato, ovvero separato dal limo, con il lavoro di ben trecento operai. Era un vero e proprio dono del mare che giungeva attraverso i canali intagliati nella roccia e regolati da particolari chiuse di legno. Basti pensare che da appena un metro cubo di acqua si ricavavano ben 27 chili di sale. Agli operai veniva concesso, prima che fossero riaperte le chiuse e allagata nuovamente l'area, di raccogliere e tenere per sè il "sale nero", quello ancora mescolato al fango, "lu rispìcu" (ciò che rimane). Poi arrivò il monopolio di Stato, fu proibita anche la semplice raccolta per uso personale ed ebbero inizio i famigerati inseguimenti tra la Guardia di Finanza e i trafugatori dell'oro bianco.

Ma adesso, zaino in spalla. Per entrare nel parco ci sono due possibilità: venendo da San Pietro in Bevagna, dalla zona di Specchiarica, o dalla parte opposta, quella di Torre Colimena. E' quest'ultima la più suggestiva, perchè il luogo presenta ancora le caratteristiche del semplice borgo di pescatori, fermo nel tempo, con quel "tabacchi" imbiancato a calce e a cui sembra mancare solo un cavallo legato al muretto che lo cinge e la splendida torre costiera, una delle meglio conservate del Salento anche perchè abitata da un fortunato signore che la rende accessibile con una piccola mostra di ceramiche antiche e moderne. La torre faceva parte di un ben congegnato triangolo difensivo contro i saraceni, insieme a quella di San Pietro e, più a nord, di Borraco. Ma fu solo quella di Colimena a subire l'unico attacco dopo il tradimento di un abitante del luogo che però, attanagliato dal rimorso dopo aver sentito una dolce musica della sua terra, deviò l'assalto dalla vicina Avetrana a San Pancrazio. Prima di intraprendere il sentiero oltre il muro a secco che delimita il parco è d'obbligo una sbirciata alla "capu te la cilona", l'emblematica testa di una tartaruga, strana protuberanza di scoglio, che sembra fissata nella roccia da qualche crudele divinità ad un centinaio di metri dall'entrata.

C'è da munirsi di tutto, stare attenti a non dimenticare nulla, una volta imboccato il sentiero nessun chiosco, nessun bar potrà soddisfare sete e languorini, a parte l'infaticabile "coccooo, mandorleee 1 euro" mentre per il giornale, l'ultimo baluardo di civiltà, c'è l'edicola della signora Maria. Non fatevi ingannare dall'apparenza, all'interno dimostrerà di essere, anche, una discreta libreria e fonte dei profumi del pranzo che si cuoce a fuoco lento. Oltre il bancone, infatti, è già casa.

Arrivando a mezzogiorno, si va incontro ad un piccolo esodo verso le tavole apparecchiate, fatto di famiglie in fila e biciclette di ogni tipo: ce ne sono a centinaia, come in un mondo ideale, una popolazione di ogni epoca e stile di due ruote. Molte, quasi tutte, sembrano appena tirate fuori dalla cantina: colorate, traballanti, alte e basse, da montagna. La galleria è assortita e nessuno si preoccupa di quanto sia "presentabile", lei, la bicicletta, non ha neanche bisogno di rivendicare il passaggio al suono di un "drin", ci si sposta di lato incrociando anche i "buonasera" e i "buongiorno" della gente del posto, nei paesi accade ancora che la cortesia sia assolutamente gratis e ci si saluti tra estranei. Superato un piccolo ponticello di legno a cavallo dei famosi canali, per una volta non è il mare a rapire lo sguardo ma la distesa di acqua in parte solidificata circondata da una vegetazione esuberante, orlata da una cristallina e bianca collana di sale entro cui i Cavalieri d'Italia dalle esili gambette sembrano fare ridanciana comunella. "Scusate l'intrusione", viene da pensare, e sarebbe anche estrema cortesia non indossare abiti dai colori sgargianti ma, forse, è pretendere un po' troppo da questi umani già provati dall'aver dovuto parcheggiare l'auto così lontano e carichi di ogni accessorio da spiaggia.

Sul finire dell'estate la salina è quasi completamente solidificata e tinta di un rosso che al tramonto si accende in un paesaggio africano. Le dune, e tutta la particolare vegetazione che qui è soverchiante, sono protette da una staccionata di legno che si interrompe solo nei vialetti di accesso alla spiaggia. Dimenticate la roboante estate fatta di musica a palla, acquascooter indisciplinati, lettini e ombrelloni allineati con rigore da caserma. E' tutto chiuso fuori. Se il vento di tramontana è quello giusto, si avrà l'impressione di aver preso un aereo ed essere su una spiaggia dei Caraibi: dorata, larghissima e dall'acqua cristallina. Andar via da questo paradiso in cui il silenzio sembra essere un'estensione della vegetazione non è semplice, e poco prima del tramonto può capitare che uno stormo di Cavalieri si alzi dalla salina per volteggiare sul mare e tuffarvisi a capofitto. E' ora di cena e loro hanno il parcheggio a pochi metri...

(settembre 2011)

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