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Storie nei caselli delle Sud Est

a cura di CINZIA DILAURO - Ph. IVAN TORTORELLA

Sui binari della creatività

Fermi. In attesa davanti ad una sbarra bianca che al suono di un campanello si abbassa lentamente insieme al malumore degli automobilisti. C'è chi gira la chiave e spegne anche la macchina, il treno ci metterà un po' ad arrivare, passerà veloce perdendosi nella prospettiva di un binario infinito. Ancora qualche minuto, prima che la sbarra si rialzi verso il cielo, la stessa che fino a pochi anni fa, era azionata dalla mano dell'uomo. Quell'attesa un po' seccante, però, qualche volta, faceva viaggiare la mente. Alla vista del casellante che rientrava in casa ci si chiedeva: come è vivere in un casello? Come è fatto un casello al suo interno? Ci si abitua mai allo sfrecciare dei treni? Oggi, che quasi tutti i passaggi a livello sono stati automatizzati questi massicci edifici ai lati della linea ferroviaria stanno vivendo un lento, ma per fortuna breve, abbandono.

Sono 150 i caselli che, lungo la rete pugliese della Sud Est, non avevano più motivo d'essere, abbandonati e spesso vittime della brutale noia dei vandali. Finestre murate o occhi bui che danno sul vuoto, qualche rimasuglio di mobilia ricorda che furono anche casa per una famiglia e, quasi sempre, i retrostanti giardini incolti e lo spandersi dei licheni sulle facciate denunciano l'assenza della premurosa manutenzione di un abitante. Mentre alcuni sopravvivono ancora nella loro originaria funzione (ma si contano davvero sulle dita di una mano), una second life attende molti di questi edifici affascinanti, e alcuni l'hanno già cominciata. In un breve viaggio parallelo ai binari, da Novoli a Nardò, appena venti chilometri di strada ferrata, si dipanano iniziative, cultura, creatività, musica e impegno sociale che abbracciano generazioni diverse.

"Il sistema dei caselli è stato quasi completamente automatizzato", spiega senza alcuna nostalgia l'ingegnere Salvatore Miglietta, capoarea infrastruttura sezione di Lecce delle Ferrovie del Sud Est da oltre vent'anni, "se, appena poco tempo fa, circa cinque minuti prima il previsto passaggio del treno, il casellante usciva per abbassare la sbarra, oggi è lo stesso treno in arrivo che trenta secondi prima manda un impulso, un segnale elettronico, e il passaggio a livello si chiude automaticamente. E' un bel risparmio di tempo". Sì, è un ottimo esempio di efficienza, e chissà se qualche leccese ricorda ancora uno dei passaggi a livello più nefasti della città, quello su viale Grassi, dove a volte si rimaneva incolonnati ad osservare le malinconiche architetture della prima periferia anche per mezz'ora. Via dalla mente, dunque, quell'immagine un po' neorealista del casellante che abbandona il fumante piatto di maccheroni in tavola e, con ancora legato al collo il tovagliolo, si precipita fuori e fare il suo lavoro di "manovellante". I casellanti non ci sono più, o quasi.

Una piccola rivoluzione tecnologica, sociale e architettonica si è compiuta in silenzio, lasciandosi dietro storie di famiglie i cui ritmi quotidiani erano legati a un "din din din" e caselli dove un tempo si potevano scorgere frammenti di vita appena appena scossi dal fremito di una littorina o da uno spostamento d'aria che sollevava al cielo le lenzuola stese al sole accanto ai binari.

Bando alle malinconie. "La rete del ferro diviene il collante tra esperienze e progetti di sviluppo e valorizzazione del capitale sociale ed ambientale della Puglia", sostiene convinto l'assessore regionale alla Mobilità Guglielmo Minervini, che sta portando avanti il progetto di mobilità sostenibile "Crea-attiva-mente" con l'intenzione di recuperare gli immobili inutilizzati, ubicati presso le stazioni e le linee ferroviarie di tutta la regione conferendogli una funzione non solo turistica ma anche e soprattutto culturale e sociale, trasformandoli, anche, in "Bicigrill". La disponibilità delle Ferrovie del Sud Est per infondere nuova vita a questo patrimonio abbandonato c'è tutta e l'ingegnere Miglietta lo conferma: "Siamo ben disposti ad accogliere progetti e iniziative di taglio culturale e turistico. Ne sono una prova i treni speciali per la Notte della Taranta o la Focara di Novoli. Ma noi non possiamo esserne promotori in quanto azienda che primariamente deve garantire un servizio di trasporto pubblico". E' così che Comuni, enti e associazioni hanno potuto fare richiesta per l'assegnazione dei caselli abbandonati e da qui i vagiti delle rinascite si sono susseguiti lungo tutta la ferrata salentina. I caselli da fuori sembrano, e sono, tutti uguali, ma è dentro che si srotolano storie, desideri, voglia di stare insieme, di fare e di farcela.

LECCE casello km 97

Sum, onde di musica in un mare di ulivi

"Cercavamo uno spazio tutto nostro, dove si potesse fare musica, organizzare rassegne, mostre e tanto altro". Un'aspirazione naturale come la giovinezza. A raccontare sono Giampiero Paladini, 32 anni, studente di ingegneria gestionale ma con la seconda pelle di scrittore, e Andrea Verardi, 31 anni, dottore in giurisprudenza da pochissimo, uno dei fondatori e promotori dell'associazione Sum, ovvero "Suoni universitari in movimento", che ad oggi ha prodotto ben tre cd coinvolgendo circa cento gruppi musicali, mentre una quarta compilation, di respiro nazionale, è in lavorazione.

Sum nasce nel 2004, all'interno dell'Università del Salento, un vero e proprio "squarcio" nel pesante panneggio dell'ateneo leccese. Un gruppo di studenti organizzato, che faceva e promuoveva musica, oltre gli spazi di cattedre e lezioni, non si era mai visto e, proprio per questo, divenne presto il punto di riferimento dei fermenti musicali giovanili, sotto la forse un po' stranita egida dell'università. "Ma gli anni passano, si cresce e si smette anche di essere studenti", dicono Andrea e Gianpiero, "e così ci sono venuti in mente i caselli ferroviari in un periodo in cui non era ancora cominciata l'assegnazione ufficiale. Con Google Maps ne individuammo diversi, finchè non approdammo a questo". Si chiama km 97, che è il suo nome originale, perchè rinunciare al fascino che si porta dietro? Il casello di Sum si staglia in fondo a via Ferrandina, una traversa della Lecce-Novoli, godendo di uno dei paesaggi più classici del Salento: una distesa di ulivi.

Andrea ricorda ancora bene il giorno in cui, dopo un'infinita trafila burocratica, finalmente gli furono consegnate le chiavi del loro sogno: "Erano le sette di mattina del 7 febbraio 2010. Pioveva a dirotto. Eravamo io e un funzionario delle Ferrovie del Sud Est. Ero contentissimo ma anche un po' spaventato". Lo sconcerto arrivò varcando la soglia, quando si rese conto che, seppur dismesso dal 2007, quel luogo era diventato il rifugio o la casa clandestina di qualcuno: materassi e suppellettili di fortuna raccontavano di una vita ai margini. "Cosa vi siete presi? Non ce la farete mai", disse stentoreo il padre di uno dei ragazzi, quando lo vide.

Ma Andrea ha mai pensato di non farcela? La domanda arriva mentre si passano in rassegna le foto che documentano i lavori necessari per rendere agibile il casello. "No", risponde all'istante, "neanche per un momento". I ragazzi, infatti, non si fecero scoraggiare dalle finestre murate, dal giardino impraticabile, dall'impianto elettrico inesistente, dalle stratificazioni quasi incrostate del tempo e dall'abbandono. Si rimboccarono le maniche e da futuri o neo avvocati e ingegneri, divennero per un anno e mezzo, ogni giorno, dalle 19 fino anche alle 2 di notte, muratori, intonacatori, piastrellisti, tubisti, giardinieri, elettricisti e quant'altro serviva per realizzare un sogno ai bordi di un binario.

Tra muretti abbattuti e camini ricostruiti, erbacce a dimensione d'uomo e chianche che rivedevano la luce sotto mattonelle anni '80, cominciava a prendere forma quel progetto che dalle parole scritte di una pratica burocratica si era fatto calce e cazzuola, l'eco di un refrain eseguito e ripetuto in una nuova sala prove. Oggi è il rockabilly dei Crickets ad accompagnare questo racconto, con un ritmo e una scioltezza che sembrano non avere bisogno di conferme, in quella che è ormai diventata una vera sala prove. Così di gruppi che qui hanno trovato lo spazio ideale per provare la propria musica ce ne sono davvero tanti, elencati in un fittissimo calendario di prenotazioni. Il primo piano è ancora in divenire ma Giampiero e Andrea, insieme ai loro compagni d'avventura Matteo Tangolo, Diego Mancarella, Alessandro Padovano, Luca Cavallo, Lorenzo Caleca, Alessandra Braga, Andrea Capoccia, Gregori Dimitri e Stefano Butelli, già vedono una piccola biblioteca di indipendenti, una casa editrice, una camera oscura per un laboratorio fotografico e molto altro. Tutte queste cose? Verrebbe da obiettare. Ma poi... un "din din din" rompe il silenzio tra gli ulivi. Sta per passare un treno, magari è quello dei desideri, che solo qui non diventano illusioni.

CARMIANO casello km 5

Dalla cultura alla cucina sul treno della vita

"Sui binari della cultura" è il motto dell'associazione Casello 13, nata nel marzo 2004 ad opera di cinque dipendenti ed ex dipendenti delle Ferrovie del Sud Est con "obiettivo primario la riscoperta, il recupero, la valorizzazione delle cappelle votive rurali nell'agro di Copertino". Tra i fondatori c'erano anche Angelo Grassi, 63 anni, e Pino Sansò, 70, che oggi raccontano un po' della loro storia. Ad iniziare da quella del casello assegnato a quest'ultimo dopo ben 34 anni di onorato servizio, concluso come capo stazione. In realtà, il casello di Sansò, a Carmiano, sulla strada per Magliano al km 5, oltre ad essere la sua "quasi-casa", è rifugio, luogo di incontro e di mangiate. Ed è anche sede di un'altra associazione, Fronte della Messapia, nata nel 2001, quando il sito archeologico di Roca vecchia rischiava di essere letteralmente tagliato in due, così come da progetto, per la costruzione della rete fognaria. Fu allora che iniziò una battaglia senza quartiere per salvare quei gioielli del passato e il gruppetto, tenace come pochi, divenne protagonista della mobilitazione per ottenere la deviazione del tratto fognario e la battaglia si estese all'obiettivo, pensate un po', di avere a Lecce il distaccamento di una sezione della Soprintendenza.

Pino Sansò e Angelo Grassi tirano fuori da sotto una credenza una targa, e lo devono fare insieme, perchè pesa moltissimo, essendo in ghisa. Risale agli anni Venti e recita un monito un po' sornione: "Attenti al treno". Fu prodotta e installata per allertare agli incroci delle stradine di campagna con i binari: "Ma serviva decisamente a poco", riferisce divertito Sansò preso dal gusto dell'aneddoto, "quasi nessuno allora sapeva leggere ed è così che furono inventate le croci di Sant'Andrea, quelle che con una luce rossa o verde facevano capire bene se si potevano attraversare i binari".

Entrando in questo casello si è pervasi da un fremito di felicità sia per il fatto che anche questo ha scampato il pericolo di diventare un guscio vuoto, un inutile edificio abbandonato, e sia perchè si respira cultura, impegno, condivisione e... buona cucina. Già, in quella che un tempo era la "stanza lavorativa" del casellante, ammiccano manifesti dell'Arcigola e di Slow Food e impera la cucina, molto maschile ma affatto spartana. Una mensolina carica di spezie e aromi, padelle di ogni dimensione e forma, un mazzetto di peperoncini appesi a testa in giù, fanno intuire grandi ma soprattutto sapienti mangiate. E a questo punto non sembra affatto strano che da sotto un mobile un po' vintage spunti una cassetta con tutti gli scritti di Rina Durante, scrittrice salentina che per la cucina coltivava una vera passione. Sansò e Grassi vantano una collezione praticamente completa, perchè "la Rina di compagnia", quella che scriveva anche di cibo e sapeva bene apprezzarlo, frequentava questa allegra combriccola dalla buona forchetta.

A destra della consueta scala che conduce al primo piano si apre invece una stanza che è una piccola pinacoteca di arte moderna: Rosiu, Ferraro, Vadacca, Toma e i dipinti di Antonio Sansò, padre di Pino, che fu anche lui ferroviere. Intorno a questi tavoli in fila ci sono sedie colorate e di tutti i tipi. "Questa stanza", spiega il signor Sansò, "è capace di ospitare anche 22 persone". E c'è veramente di tutto. In questo ordinato-disordine che si fa sistema, tra un computer di due generazioni fa e una Olivetti Lexikon 80 (il modello disegnato nel 1948 da Marcello Nizzoli), il proprietario sa esattamente dove andare a pescare quella vecchia cartella di documenti e rassegna stampa al primo baluginare di curiosità su un argomento.

Al piano di sopra, proprio come era in origine, ci sono le stanze da letto, compresa quella più piccola e graziosa della nipote del signor Sansò, Alice, che ama dormire qui quando viene a trovarlo. E qui ci si imbatte nei grandi megafoni a riposo su un mobile, quelli che il suo vulcanico nonno usa per amplificare le tante battaglie dell'associazione.

Copertino stazione km 12+900 e Casello 13

Insieme in stazione per lanciare nuove sfide

Dal casello di Carmiano si parte alla volta della sede storica, ma provvisoria, dell'associazione "veterana", il famigerato Casello 13, a Copertino. Gli spazi, mai lontani dai binari, sono al primo piano della stazione di Copertino. "Ogni stazione", spiega cortese e compito il signor Grassi, "è costruita per ospitare al piano di sopra l'abitazione del capostazione".

Grassi faceva il lavoro che ancora oggi molti bambini sognano di fare da grandi: guidava il treno, era un macchinista. Il primo piano della stazione di Copertino è stato dunque "concesso" a lui e oggi è il rifugio del figlio Diego, 32 anni, avvocato, sorpreso in cucina con il tavolo carico di libri per la preparazione di un concorso.

La casa è grande e luminosa e si avverte la differenza del ruolo dei suoi abitanti capistazione rispetto ai più modesti casellanti. Si sale sul terrazzo, uno sfizio che vien da togliersi quando un edificio gode di una posizione così privilegiata. La scala si arrovella come quella dentro a un faro e, a guardar bene, la mano si afferra proprio ad una grossa fune da pescatori. Una volta in alto, ecco la città del santo dei voli, i binari e, poi, all'improvviso torna alla mente la chiacchierata con l'ingegnere Miglietta all'inizio di questo viaggio: "Una volta, il tratto ferroviario era parte integrante dell'economia di molti paesi. Gli stabilimenti vinicoli e gli opifici nascevano a ridosso della ferrovia, come a Manduria, Novoli e Squinzano, per potervi caricare comodamente e in fretta i prodotti che prendevano la strada del Nord". Infatti, eccolo il capannone abbandonato dell'oleificio Spezzano, chissà quanti viaggi sono iniziati da qui. "E' vero", aggiunge Grassi, che conferma anche il soprannome dato alla tratta Gallipoli-Casarano, "la linea delle patate", perchè da Taviano, Racale, Melissano e Matino partivano ogni anno ben settemila carri carichi del pregiato tubero alla volta della Germania e dell'Olanda".

Si torna giù, in quella che è, ancora per poco, la sala riunioni dell'associazione Casello 13 e dove le prime cose che spiccano sono una bandiera della pace accanto a una delle ormai preziose "pezze" di Puccetto, altra figura mitica delle ferrovie, artista-casellante di Tricase che oggi espone le sue opere anche in prestigiose gallerie di Milano. "Sembra che casellanti e ferrovieri abbiano sempre un talento più o meno nascosto", fa notare divertito Diego, "molto spesso è quello della cucina. Sanno tutti cucinare benissimo". "Queste qualità", risponde pronto Grassi, "derivano da una specie di spirito di cameratismo". E spiega: "Fino a non molti anni fa, chi lavorava nell'ultimo turno, quello delle 22, passava la notte in quelli che erano gli ostelli ferroviari, ovvero i primi piani delle stazioni più grandi, come quella di Gagliano del Capo. L'alloggio era ben attrezzato per mangiare e per dormire anche per dieci persone", racconta, "e la regola era: chi arriva per primo si mette ai fornelli per tutti".

Il casello che è stato assegnato a Casello 13, tramite il Comune di Copertino, è un po' più avanti, anzi, esattamente cento metri più in là della stazione km 12+900, alla quale mancano, appunto, cento metri per il famigerato Casello 13. A causa di qualche problema di viabilità, non è ancora "rinato" con la formale assegnazione all'associazione. Nel frattempo, Diego divide gli spazi di quella che è ormai diventata la sua casa con l'impegno del padre e dei suoi compagni. Facciamo una foto? "Certo", risponde il signor Grassi, "ma la vorrei qui, vicino alla bandiera della pace perchè sotto questo vessillo abbiamo in programma grandi cose". Lasciando solo intravedere, senza svelarli, i programmi futuri. E neanche questo treno sembra volersi fermare.

Nardò casello km 17+823

Lo scatto di Grazia nell'universo dei trilli Bl

Di nuovo sulla strada, direzione Nardò. Si arriva al casello km 17+823 prima costeggiando la campagna e poi inoltrandosi tra i campi in piena attività. Questo casello è proprio in mezzo al nulla ed è uno degli ultimi non ancora automatizzati, ma dire che ad essere indispensabile è la funzione dell'uomo, non è propriamente esatto perchè a girare la ormai rara manovella è la mano di una donna. Le presentazioni devono aspettare, bisogna abbassare la sbarra e non ce n'è per nessuno, ma poi eccola qua l'ultima casellante. L'accento la tradisce subito, è originaria di Bari. Grazia Rosa Di Venere, 50 anni, sorriso e spirito da ragazzina, brillantino al naso e una leggiadra fenice tatuata sull'avambraccio destro, perchè nella sua vita è dovuta rinascere dalle ceneri più di una volta, tra la difficoltà di allevare il figlio Francesco da sola e la preoccupazione che trovi finalmente un lavoro, è assuntoria per le Ferrovie del Sud Est da quando aveva 19 anni.

Al casello 17 ci arrivò nove anni fa, di trasferimento in trasferimento: prima la sua città natale, poi all'esatto estremo, Gagliano del Capo, e infine Nardò. Le piace molto vivere qui: "Sto lontana dalla gente e dalle chiacchiere", dice. La sua giornata inizia alle 6 del mattino, venti minuti dopo è già in servizio e la prima volta la sbarra si abbassa alle 6.39. C'è un grande orologio digitale in quella che si fa fatica a riconoscere come la cosiddetta "stanza lavorativa", ingentilita dal gusto allegro di Grazia e dalla sua capacità di fare una dimora insospettabilmente accogliente di quello che a tutti gli effetti è un posto di lavoro. Ma quell'orologio Grazia sembra averlo impresso nella mente, in una remota parte dell'inconscio. E' la puntualità che ormai contraddistingue la sua vita, anche oltre quel passaggio a livello da chiudere. "E mo' la puntualità la esigo anche dagli amici", spiega, "quando ci dobbiamo incontrare io spacco il minuto e loro mi prendono in giro perchè mi aspetto la stessa cosa da tutti".

Mentre si racconta, un anomalo squillo telefonico fa da sottofondo, distraendo chi non potrà mai avere l'abitudine di ignorarlo. "E' il Bl", spiega Grazia divertita, ed ecco che mostra un telefono di una certa età che, oltre allo squillo, ha anche fattezze decisamente anomale: corpo grigio e cornetta nera, niente disco per comporre il numero e tanto meno tasti, mentre una curiosa manovella sul lato destro ha il suo perchè. Secondo il più classico codice Morse, fatto di punti e linee, sette giri interi di manovella corrispondono a sette linee e mettono in contatto con la stazione di Nardò. Se invece da un altro punto della linea si volesse chiamare il Casello 17, quello di Grazia, si dovrebbero "comporre" cinque linee e un punto (quest'ultimo equivale a mezzo giro), o ancora, per il casello km 5+962 occorrono _ _ . . . , ovvero due linee e tre punti. E così via. Ecco anche spiegata quella T che compare dipinta in nero sul blocco dove va a posarsi la sbarra, vicino all'indicazione del chilometro del casello: segnala la presenza di un Bl e la possibilità per il personale di effettuare eventuali comunicazioni.

La cosa curiosa è che il Bl suona sempre e indistintamente, anche quando la chiamata non è per Grazia: "Suona contemporaneamente in ogni casello e stazione", spiega, "ma io mi accorgo subito quando sono cinque lineette e un punto".

Sopra il telefono, un pannello con delle luci indica con il rosso e il verde se la sbarra fuori è effettivamente abbassata, una precauzione in più. E se non dovesse abbassarsi? Perchè magari qualche ingranaggio non ne vuole proprio sapere? Allora, scatta subito il "piano B". Grazia dovrebbe avvisare con il Bl la stazione e richiedere la cosiddetta "marcia a vista". Una volta allertato, il macchinista in prossimità di quel casello procederebbe molto lento e in più Grazia, insieme al suo coadiutore, dovrebbe correre letteralmente incontro al treno, segnalando il libero passaggio con la bandiera verde o con quella rossa se fosse necessario farlo fermare nel caso, può succedere anche questo, ci fosse un ostacolo sui binari. "Quando succede", dice, "gli operai intervengono immediatamente". Francesco conferma e aggiunge dettagli al racconto del lavoro della madre che conosce benissimo, dato che è cresciuto vicino allo sfrecciare dei treni; quando vivevano a Gagliano, per accompagnarlo a scuola Grazia approfittava di quel provvidenziale intervallo di un'ora, tra le 7 le 8.

Con tutti questi squilli, orari, segnali e "din din din", viene da chiedersi se questo sia un lavoro stressante. "Lo stress non deriva da tutto questo", chiarisce Grazia, "bensì dalla responsabilità. In fondo in fondo, c'è sempre la paura che possa accadere qualcosa di brutto. Quando le campagne qui intorno sono piene di contadini e operai, spesso attraversano i binari grandi Tir incolonnati, e io lì, con la manovella in mano che penso: muovetevi in fretta!". L'abbassarsi della sbarra bianca è preceduto anche da una sorta di "telefonata di cortesia". Una chiamata che in realtà non sarebbe necessaria attenendosi agli orari ormai scolpiti nelle abitudini quotidiane del casellante, ma che dalla rispettiva stazione viene comunque fatta per confermare il passaggio o la partenza del treno in orario o meno. In questo modo si risparmiano minuti d'attesa alle macchine ferme per attraversare il binario.

Di treni e littorine Grazia ne ha visti passare veramente tantissimi: "Anni fa, all'epoca in cui vivevamo a Gagliano, se si osservavano le ruote dei treni più antichi, oscillavano così tanto che sembravano fossero lì lì per uscire dai binari". Ma oggi, qualche volta, Grazia vede schizzare i nuovi treni rossi delle Ferrovie del Sud Est e ne è affascinata: "E' un piacere vederli passare. Si sente solo un fruscio, come un soffio. Mi piacerebbe tanto salirci, almeno una volta. E prima o poi lo farò".

(novembre 2011)

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