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Villa Mater Domini/Il piccolo mondo antico del Sud

di VALERIA NICOLETTI

Sarà il profumo forte dei pini, o l'imponenza dei cipressi che ostacola lo sguardo, gli scherzi variopinti dei papaveri e delle spighe, le fantasie dei fiori di campo che distraggono e confondono l'orientamento, o forse il sole caldo che rende ermetiche anche le spiegazioni dei passanti locali: così la strada per Villa Mater Domini sembra nascondersi irrimediabilmente tra le pieghe e gli stradoni della bella campagna di Arnesano, colorata di mille petali e incorniciata da un rosario di residenze eleganti e antiche masserie.

In realtà, non serve addentrarsi tra sentieri e muretti a secco: Villa Mater Domini, celata da un corteo di alti cipressi, si rivela presto in un ampio colpo d'occhio che immediatamente trasporta anche un viandante casuale indietro di quasi due secoli.

Infatti Villa Grassi, così è conosciuta ad Arnesano, nasce verso la metà dell'800, con la famiglia Apostolico, anzi per opera e intuizione di Sebastiano Apostolico senior, presidente della Gran Corte Criminale, originario di Nocera Inferiore, che usò il nome di una località dell'Irpinia, Mater Domini, per il meraviglioso edificio della villa salentina, che sorse accanto a quello della masseria, unica struttura già esistente.

L'ampio apparato, comprensivo di case coloniche, opifici, magazzini, colombaia, stalle, seguì dopo, con i suoi discendenti che fecero di un'intera zona di campagna un microuniverso autonomo, un'oasi serena immersa nel verde, un tesoro nascosto a due passi dalla città.

Questo piccolo mondo antico è stato riportato in vita dall'ultimo film di Ferzan Ozpetek che ha scelto Villa Mater Domini come ricercato palcoscenico per i suoi personaggi appassionati e ha riacceso i riflettori sulla splendida residenza di campagna della famiglia Apostolico prima, Grassi poi. Più silenziosa, ma anche più intima e profonda, è invece l'idea del professore Tonio Solazzo, che ha ridato voce ad un'altra delicata "mina vagante", restituendo ad Arnesano, ma non solo, le memorie di Vittoria Grassi, ultimogenita di Giuseppe e Isabella Carissimo, che trascorse l'infanzia a Mater Domini, dimorandovi poi stabilmente durante la Seconda guerra mondiale, periodo in cui la villa rappresentò un Eden fuori dal mondo, solo sfiorato dalla Grande Storia che bruciava l'Italia.

Il libro "Il mio Sud", frutto di un desiderio covato da tempo dal professore e dalla collaborazione con il nipote di Vittoria, Fabio, è il diario di Vittoria ambientato a Mater Domini e racconta il periodo felice dell'infanzia, della fanciullezza spensierata, i primi amori e la vita in campagna, con i figli dei coloni, i servitori, le figure bislacche ma anche importanti della famiglia, fino al giorno del suo matrimonio, che segnò per Vittoria anche l'addio a Mater Domini e la partenza per la Capitale e, da lì, per i mari del mondo, Parigi, l'America. "Non solo una voce sincera e autobiografica", spiega il professor Solazzo, "ma anche una pagina importante della storia politica e sociale salentina del Novecento, dall'altissimo valore storiografico". Dal libro "Il mio Sud", infatti, emerge uno spaccato reale del Salento degli anni '40 e '50, descritto dalla prospettiva ingenua, e per questo più schietta, di Vittoria, che racconta a modo suo, come fossero continue e strabilianti scoperte, le peculiarità di un Sud povero, asfissiato dalla guerra, ma anche di quello più verace, "il vero, profondo Sud [che] cominciava oltre Lecce: al Capo", risparmiato dalle tragedie militari, quasi insonorizzato dalla calce bianca delle dimore e protetto dai piccoli riti che accompagnavano il passare dei mesi e le stagioni della vita.

Dal ventaglio di immagini e ricordi di Vittoria, come in un film in bianco e nero, riprende vita il Salento in festa in onore del santo patrono, con le bancarelle di "copeta", nastrini e giocattoli, il palo della cuccagna, le ronde di pizzica pizzica e la corsa con i sacchi; l'abitudine del "cònsolo", le provviste che si donavano ai parenti del defunto, durante il funerale, cerimonia di solito corredata da un corteo di prefiche piangenti, cui seguiva un lutto permanente; la fragranza del pane fatto in casa e dei fusilli cavati con il ferro; il Ddt usato come disinfettante contro i pidocchi.

Ma non solo. Sembrano saltare giù dalle cornici dorate di tele e ritratti anche le eleganti figure dell'aristocrazia agraria a cavallo della Seconda guerra mondiale e le loro conversazioni leggere sul bordo delle fontane; la pesante ma profumatissima cipria Tokalon con cui s'imbellettavano le zitelle; il sogno francese dei corredi, ordinati per corrispondenza con il catalogo di La Fayette, la boutique parigina alla moda, e poi, in tempo di guerra, nascosti con le lacrime agli occhi per sottrarli alle razzie dei tedeschi invasori; l'educazione classica impartita insieme alle norme della buona etichetta con la lettura obbligatoria del Galateo di Monsignor Della Casa.

La grande storia si accontentò di lambire questa piccola oasi, dove l'eco insanguinata delle lotte contadine non arrivò, nè le orecchie di Vittoria ricordano i discorsi di Mussolini, giunto in casa Grassi solo con il gelato, i singolari "pezzi duri" con in cima la testa del Duce.

Eppure, personalità autorevoli hanno dimorato a Mater Domini. Come Sebastiano Apostolico junior, lo zio "Apostoccolo" come lo chiamava da piccola Vittoria, che emerge da questa girandola di storie di famiglia alla Ginzburg come una sagoma strampalata, bizzarra e singolare, che "metteva una gran soggezione" anche ai suoi stessi nipoti, un principe solitario fonte di numerosissimi aneddoti agli occhi di una bambina.

E' il curatissimo apparato di note, invece, che lo racconta dal punto di vista storico in quanto grande riformatore e, in buona parte, artefice della comunità di Mater Domini. Mente innovativa e in grado di concretizzare molte delle proprie intuizioni, lo zio di Vittoria fu il primo a parlare, ben più di un secolo prima dei recenti risvolti, di regione Salento, e uno dei pochi a organizzare in maniera efficiente un sistema agricolo basato sulla mezzadria, che permettesse a contadini e coloni di vivere in buoni rapporti con i proprietari terrieri e comodamente all'interno della comunità, che immaginò dotata di strade, case coloniche e stalle moderne. Fu il primo, se non l'unico per molto tempo, a comprendere il nesso tra il rispetto della persona umana e il buon andamento della comunità.

Le idee dello zio Sebastiano furono riprese dal padre di Vittoria, Giuseppe Grassi, politico illuminato, attivo interventista e fervente oppositore dei "blocchi nazionali" del 1921, anno in cui vinse le elezioni con una lista antifascista e venne riconfermato a Montecitorio: da qui il nome Vittoria per l'ultima figlia. Estromesso poi dal panorama politico nazionale in seguito all'avvento del fascismo, che sperava di vedere "costituzionalizzato", si ritirò a vita privata, in una sorta di temporaneo "esilio volontario" nella tenuta di Mater Domini, gestendo la propria azienda agricola e promuovendo l'agricoltura meridionale.

Fu insieme a Giuseppe Grassi che Mater Domini visse il suo periodo più intenso, mutandosi in una grande famiglia guidata da un padre attento, premuroso, quasi geniale, lontanissimo dal modello classico del latifondista estremamente diffuso nel Meridione, assente, svogliato, reazionario e infastidito da qualsiasi innovazione: Giuseppe migliorò le già resistenti case coloniche, dotandole di acqua e luce elettrica, e attivò, oltre all'opificio in cui si lavorava il tabacco, anche un caseificio, uno stabilimento vinicolo, gli allevamenti ovino e bovino cui seguì quello preziosissimo di conigli d'angora, stalle razionali e un mulino. Si servì di un apparato capillare di fattori e impiegati, e fece in modo che gli uomini lavorassero nello stabilimento e le donne, come da tradizione, nella fabbrica del tabacco, mentre i bambini frequentavano la scuola elementare che Giuseppe aveva istituito appositamente per i figli dei coloni, con una maestra residente all'interno della comunità.

In un panorama caratterizzato da un latifondismo senza scrupoli, volto al massimo dei profitti, che guardava ai coloni unicamente come schiene piegate a farsi ardere al sole, Mater Domini rappresentò il primo esempio di masseria agricola illuminata, unica all'epoca a realizzare concretamente un modello di economia, non solo umana e civile, ma anche perfettamente autonoma e funzionale.

Mater Domini divenne luogo d'incontro per molte personalità importanti, teatro di colazioni politiche, splendida scenografia in cui Giuseppe Grassi cercava di conservare il suo ruolo nella politica italiana, offrendo la sua ospitalità perfino al re Umberto di Savoia prima dell'esilio, che si affacciò dal grande balcone centrale della villa chiedendo l'appoggio in favore della monarchia ai fattori e ai massari in vista del referendum, con la promessa di nominare tutti "cavalieri". Promessa poi mantenuta nonostante il rifiuto esplicito, da parte dello stesso Giuseppe Grassi, di sostenere Sua Maestà il re, che non aveva impedito a Mussolini di trascinare l'Italia, ma soprattutto la sua gente più umile, in un secondo massacrante conflitto mondiale.
A Villa Grassi, intanto, che c'era la guerra si capiva dalla radio vaticana sempre accesa e dai pranzi, sempre più poveri, a base di ricotta, erbe e grano. Il tempo passava, nostalgico ma senza scosse, fino al '43, anno in cui, firmato l'armistizio e finito l'isolamento, Giuseppe ritornò alla politica, fondando il partito della Democrazia del Lavoro, e una nuova speranza riaccese Mater Domini. Grassi, fervente liberale, fu poi Guardasigilli e in questa veste gli toccò un posto d'onore nella storia della Repubblica Italiana, firmando la Costituzione nel 1948.

Oggi la villa sembra vivere purtroppo un secondo isolamento: quando si presenta abbandonata e silenziosa, non dice il suo passato, ma contiene la sua storia, come le linee di una mano, e la racconta lasciandosi esplorare.

La prima strada per arrivarci, quella meno interna, è preceduta da un lungo filare di alberi e si apre all'improvviso sulla sinistra con un'alta inferriata. Quando il cancello è socchiuso, vuol dire che nel vecchio appartamento del fattore c'è Silvano, il custode che oggi tiene ancora in vita Villa Grassi, innaffiando qualche aiuola, ripercorrendo i sentieri del giardino, e regalando così alla nobile residenza, oggi dormiente, la memoria e il calore umano di chi ricorda per filo e per segno il carattere e le fattezze degli inquilini che l'hanno popolata negli anni, le allegre, e democratiche, feste in terrazza a cui partecipavano tutti, le veloci cavalcate dei più giovani sui viali polverosi che cingono Mater Domini.

La sua stanza è al piano terra dell'enorme struttura neoclassica della villa, che si distende maestosa lungo tutti i lati. Accanto al rifugio del fattore ci sono i magazzini, i locali rustici, una scuderia e una piccola cappella, dall'arredamento modesto ma ornata di tele imponenti, tra cui una raffigurazione del Crocifisso costata ben mille lire, unici tesori scampati alle villane razzie che hanno portato via gran parte del mobilio di Mater Domini, episodi frequenti da quando la villa è ormai disabitata. All'interno della cappella, al cospetto di un umile altare, l'8 agosto 1945, Vittoria andò in sposa al capitano di corvetta Giuseppe Pighini e sempre qui si continua ogni settimana a celebrare la messa.

L'elegante entrata, sormontata dallo stemma araldico della famiglia Grassi, è incorniciata da mezze colonne che sostengono la balaustra in pietra leccese e il balcone. Oltrepassando l'androne dell'ingresso, già si scorge, attraverso le inferriate di un cancelletto e il verde intreccio dei rampicanti in fiore, il giardino arioso e colorato che si estende per circa un ettaro, allargando l'orizzonte delle terre un tempo di proprietà dei Grassi, il tesoro più luminoso di Mater Domini che, come nella maggior parte dei palazzi nostrani, è nascosto nel cuore dell'edificio, riservato solo a pochi.

Il parco della villa è un intrico di sentieri, interrotti dalle aiuole geometriche e ornato da biancospini, viole e infiniti fiori colorati, una distesa di sfumature da cui svettano alte le palme, si diramano qua e là lecci e ulivi, e i profumi sconosciuti di varietà floreali esotiche si mescolano all'aroma familiare degli agrumeti. Regno incontaminato di Vittoria, il giardino converge verso il pozzo dalle decorazioni arricciate e, nell'incanto della natura, ora selvatica, un tempo disciplinata dai servitori, è quasi spontaneo immaginarsela ad inseguire fantasticherie solitarie, appoggiata al vecchio pozzo ad abbozzare un disegno, a comporre una poesia, oppure trascinata da scorribande e giochi insieme agli amici, i figli dei coloni, con i cagnolini che ogni tanto prendeva con sè, che correvano in lungo e in largo per lo sterminato giardino, tra il muggire delle mucche e il pigolio di polli e pulcini.

Tutt'intorno solo campagna, e lo stradone principale, che va verso Arnesano, territorio "off limits" per i più piccoli.
Insieme a Silvano, dall'altra parte della struttura, c'è Antonuccio, suo fratello, anche lui un tempo custode di Mater Domini e chauffeur di Vittoria, che lo ricorda nel suo diario alla testa di una vecchia carrozza che la portava a scorrazzare fuori città, "un coupè nero tutto foderato di rosso", unico mezzo di trasporto sfuggito ai sequestri degli inglesi in tempo di guerra. Mater Domini è la sua casa: Antonuccio abita ancora in una delle case coloniche, in aperta campagna, nella parte antistante la residenza di famiglia, vicino all'edicola della Madonna di Mater Domini, un'aia sempre omaggiata di fiori freschi, punto di riferimento di quella che era una comunità colonica operosa e attiva, in un paesaggio selvatico e odoroso di timo, tra i muretti a secco e le "pentume", ossia i blocchi di tufo rimasti dalle operazioni di scavo.

Sparsi intorno alla villa, dormono i magazzini e gli stabilimenti che facevano di Mater Domini un piccolo villaggio quasi autosufficiente: le stie dove si allevavano i conigli d'angora, ricercatissimi all'epoca; una bizzarra colombaia; un piccolo riparo dove c'è ancora una vecchia basculante; la grande fabbrica del tabacco, con il forno, i fili di ferro per appendere le foglie, il pavimento scavato dal continuo scalpiccio e le volte a botte dove pare quasi di sentire ancora l'eco dei ritornelli delle lavoratrici; lo stabilimento del vino, che ad ogni autunno si riaccendeva per l'allegra festa della vendemmia, un lavoro duro che, agli occhi di una Vittoria giovanissima, ansiosa di parteciparvi, sembrava solo un nuovo divertimento.

Tornando indietro e alzando lo sguardo, si nota il rosario di stemmi araldici che abbraccia Mater Domini, in onore di tutte le famiglie imparentate con i Grassi e gli Apostolico, e al giardino stesso risponde una delle terrazze più ampie della villa, che vanta verande e balconi su tutti i lati della struttura, raffinati belvedere che racchiudono l'enorme primo piano, dove alloggiavano Vittoria e la sua famiglia, riempiendo di vita innumerevoli saloni, una volta ornati di ritratti, un lunghissimo e intricato labirinto di camere da letto e soggiorni, su cui si apre, qua e là, un bagno o una cucina.

La regia di Ozpetek ha immaginato la vita nella Mater Domini di una volta, colorando pareti oggi sbiadite, riempiendo i vuoti che il tempo e l'abbandono hanno lasciato, rimettendo in sesto quello che era stato deteriorato da tanti anni di solitudine. Della pienezza, della vitalità di un tempo, ben poco rimane però dopo i titoli di coda.
Solo la fantasia oggi può ricostruire il mobilio di un tempo e le caleidoscopiche decorazioni di cui rimangono le giravolte maiolicate dei pavimenti, per la maggior parte originali, l'ombra degli affreschi che impreziosivano le volte, il marmo dei caminetti, alcuni ricostruiti per l'occasione.

Tra le foglie secche e qualche pezzo di intonaco che è venuto giù, le grandi stanze di Mater Domini risuonano vuote e la straordinaria bellezza dell'edificio si stempera dinanzi a tanta solitudine. E anche il giardino, "il regno spensierato e più gradito", si unisce ad un'attesa che la stessa Vittoria, in una delle sue poesie, aveva preannunciato: "vuoto e silenzioso:/ aspetta bimbi nuovi/ e nuove voci,/ ma il tempo passa/ e lui lo sa aspettare". L'attesa di un'altra Vittoria che possa cantarne le meraviglie e rifugiarsi all'ombra dei lecci o, forse, solo di un po' più di considerazione, anche quando il sogno del cinema spegne i riflettori.

Oggi le ultime gemme dell'enorme albero genealogico della famiglia Grassi sono lontane dalla villa che è stata teatro della loro infanzia ed è quindi ancora incerto il destino della bella residenza e di tutta la zona circostante, scampate però alla triste sorte di divenire casa di riposo per vecchi nababbi, scelta che avrebbe compromesso la stessa architettura dell'edificio. Mater Domini resta così sospesa, tra la dimensione dell'attesa e quella del ricordo. Ma, anche se il futuro è dubbio e incerto, la memoria è più viva che mai: nelle stanze, tra i sentieri rivivono emozioni dal sapore antico, le passioni e gli ideali di un tempo non sembrano sopiti, è rimasta l'eco dei personaggi che l'hanno amata e popolata e Mater Domini, con le sue suggestioni, l'imponenza degli spazi, gli scudi araldici e i merli del torrione, è ancora in grado di riportare indietro nel tempo, regalando sensazioni sparite, e pare pronta a rimettersi in moto, come un singolare carillon, una volta attraversato il cancello.

Per visitare la villa, contattare la Pro Loco di Arnesano: 0832/327770.

(giugno 2010)
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